L'allarme sui permessi corre dai giornali al Pd: i diritti dei detenuti sull'altare delle elezioni
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Un'inchiesta de La Stampa sui permessi concessi a detenuti per reati di mafia viene rilanciata dal Corriere della Calabria con il titolo «boss ed ergastolani lasciano il carcere». Il testo parla di permessi: uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Nessuna scarcerazione. Ma il titolo ha già fatto il suo lavoro, perché il lettore ricorda quello. Vale la pena anche di sottolineare che dal tono dell'articolo sembra che i boss siano tutti per strada, mentre poi a bene leggere chi ha ottenuto il permesso sono in pochi.. lungo è l'elenco di chi ha solo fatto richiesta, e le richieste sono per lo più respinte. Infatti si legge: "Ora accade sempre più spesso che i boss assoggettati al carcere duro facciano istanza per ottenere permessi: fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno. Naturalmente quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna"..
Lo stesso giorno otto parlamentari del Partito democratico, tutti in Commissione Antimafia, definiscono «impressionante» l'inchiesta e chiedono al ministro Nordio di riferire in Parlamento e di convocare la Commissione. Le informazioni complete, per loro stessa ammissione, vengono dopo. Prima viene l'allarme.
Vale la pena ricordare, a chi se ne sia dimenticato, che cos'è lo Stato di diritto. È il potere che si autolimita. È la legge che vincola chi punisce prima ancora di chi è punito. È un giudice indipendente che decide sui casi concreti senza dover rispondere dei propri provvedimenti a un ministro, a un partito o a un titolo di giornale. È la dignità della persona che resta intatta anche quando la persona è un condannato per i delitti più atroci, perché la dignità non è un premio per chi se la merita. L'art. 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. L'art. 13 punisce ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni della libertà. L'art. 3 della Convenzione europea vieta i trattamenti inumani e degradanti. Non sono cavilli per avvocati. Sono la differenza tra uno Stato di Diritto e un tribunale del popolo.
E il carcere duro a cosa serve? Il 41 bis nasce come misura preventiva, per recidere i collegamenti tra il detenuto e l'organizzazione di appartenenza. Quando diventa afflizione aggiuntiva, quando si traduce in isolamento prolungato, riduzione al minimo dei contatti, anni di vuoto, smette di essere prevenzione e diventa punizione. Gli organismi di tutela internazionali, a cominciare dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, hanno più volte richiamato l'Italia sui suoi effetti. Il carcere duro produce desocializzazione. Produce persone private di ogni relazione, non persone pentite. E uno Stato che trasforma il condannato in un corpo isolato non ha vinto contro la mafia. Ha solo rinunciato a distinguersi da essa.
L'articolo de La Stampa, confonde ostativo, 41 bis e permessi, non fornisce un dato, usa le stragi come clava e presenta come anomalia il fatto che ogni proroga del regime speciale debba essere motivata. Non stupisce che i giornali portino notizie di questo genere se uno dei principali partiti del Paese le fa proprie prima ancora di acquisire gli atti e le trasforma in una richiesta di audizione ministeriale: la stampa che rincorre l'allarme trova nell'opposizione chi lo amplifica, e viceversa. Il Pd cita la rieducazione per un attimo e subito dopo la cancella con un «ma». Denuncia sovraffollamento e carenza di personale, come se non fossero responsabilità della politica. Chiede a Nordio di rispondere di scelte che spettano ai giudici di sorveglianza, calpestando il principio che dice di difendere. Nel 2020, in piena pandemia, bastò una polemica sulle scarcerazioni di alcuni detenuti di alta sicurezza per ottenere un decreto che imponeva ai giudici di rivedere i propri provvedimenti. Nello stesso anno, ma non solo, denunciammo che governo e Parlamento avevano scelto di seguire le sirene del populismo penale a scapito dello Stato di diritto e della salute della popolazione detenuta. Dobbiamo parlarne ancora.
Perché il meccanismo è sempre quello. A ogni vigilia elettorale i diritti dei detenuti diventano la moneta con cui si compra un po' di consenso. Sono i soli che non votano, non possono protestare, non hanno un ufficio stampa. E allora si sacrificano, a destra e a sinistra, sull'altare delle prossime elezioni, con l'indignazione che costa poco e rende molto. Chi pretende una pena senza speranza non difende le vittime. Le usa. E chi tace davanti a questo scambio, o lo asseconda per paura di perdere un punto nei sondaggi, non è garantista. È solo più prudente.
La mafia si combatte prima di tutto con la prevenzione. Si combatte garantendo servizi, lavoro, welfare, cultura e istruzione, cioè offrendo alle persone alternative reali al potere che le recluta. Dove lo Stato è assente, il consenso mafioso prospera e prende il suo posto. Le indagini, i processi e le confische servono, ma arrivano dopo, quando il lavoro vero avrebbe dovuto già essere fatto. Non si combatte con i titoli. Non si combatte con i comunicati. E non si combatte rinunciando a ciò che ci distingue da chi ha sfidato lo Stato.
Noi continueremo a stare dalla parte dei diritti di tutti, a cominciare da quelli che nessuno vuole difendere, perché è lì che si misura se uno Stato di diritto lo è davvero. E si misura anche chi lo governa e chi lo vorrebbe governare.
Associazione Yairaiha ETS
Gruppo di auto aiuto per i familiari dei morti in carcere
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Nasce un gruppo di sostegno che sarà possibile seguire tramite la piattaforma zoom online affiancata dal Medico e psichiatrica Vito Totire, attivista e portavoce del circolo “Chico” Mendez di Bologna, in cui sarà possibile raccontare il proprio dolore e confrontarsi con altre persone che hanno vissuto questa tragica esperienza. Le riunioni si terranno online e i link per accedere saranno pubblicati sul gruppo telegram: “Sportello di supporto psicologico per i familiari dei morti in carcere” https://t.me/MortiInCarcere. Inoltre sarà possibile inviare le storie dei familiari dei detenuti che hanno perso la vita all’interno delle carceri italiane all'indirizzoemail dell’Associazione Yairaiha Onlus
Free all antifas: lettera dal carcere di maja
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Radiondadurto.org ha pubblicato oggi questo articolo "Qui trovate la traduzione dell’ultima lettera scritta da Maja in occasione della manifestazione che si è tenuta a Jena il 28 febbraio. Oltre alla denuncia terribili condizioni detentive, alla brutalità delle polizia e all’avanzata delle destre in tutta europa va sottolineato come più volte nella lettera faccia riferimento all’importanza della solidarietà dal basso e alla vicinanza di tutte le persone che si organizzano per lottare per “una società queer, inclusiva, antifascista, femminista, critica, antirazzista, aperta e solidale.” Maja, che era stata arrestata a Berlino nel dicembre dell’anno scorso con l’accusa di lesioni pericolose a militanti neonazisti a Budapest in occasione di un loro raduno l’11 febbraio 2023, è stata estradata a fine giugno 2024 in Ungheria. Per informazioni "Voglio essere sincer* con voi, oscillo tra lo sconforto e l’allegria sfrenata, tra la tristezza e la rabbia, incatenata a paure, dubbi e desideri. Mi faccio forza, tocco il fondo, sono euforica e poi nuovamente vicino alla disperazione, pensieri presuntuosi seguono una rassegnazione meschina. Questa accettazione, unita all’impotenza, mi ha corroso sempre di più negli ultimi mesi, prima con la prigione in Germania, la discriminazione strutturale intorno a me, la costante repressione, le storie di vita che vengono spietatamente annientate perché sono pochi i detenuti che hanno una rete sociale abbastanza forte da assorbire la dura realtà carceraria.
Solidarietà al nostro compagno tiziano, picchiato e fermato dalla polizia e processato oggi, lunedî 7 ottobre per direttissima
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Ieri 5 ottobre, durante la manifestazione che si é svolta a Roma in Piazzale Ostiense, il nostro compagno Tiziano é stato malmenato dalla polizia (in foto uno dei momenti del suo pestaggio) e in seguito portato in questura, dove si trova tutt'ora e rimarrà trattenuto in stato di fermo fino a lunedì, quando si svolgerà il processo per direttissima con accuse che siamo certi essere arbitrarie, pretestuose e infondate. Non sappiamo quali siano le sue condizioni e non ci sono stati contatti diretti con lui. In questo momento é fondamentale esprimere solidarietà e organizzarsi contro questo sistema repressivo che si accanisce contro chi resiste. Pretendiamo l'immediata liberazione di Tiziano e lanciano un invito alla mobilitazione. (É utile la condivisione di foto e video che possano testimoniare quanto successo).
La stretta sull’accattonaggio
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Attualmente chi usa un bambino con un’età inferiore ai 14 anni «per mendicare» (art. 600-octies) con il carcere fino a tre anni. Il disegno di legge “Sicurezza” vuole alzare l’età del minore a 16 anni e portare la pena da uno a cinque anni di carcere, e aumentare le pene per chi induce gli altri all’accattonaggio, portandole fino a sei anni di carcere. Questa pena è aumentata «da un terzo alla metà» se il reato è commesso usando la violenza e le minacce nei confronti di un bambino di età inferiore ai 16 anni.
Le norme sulla violenza contro i pubblici ufficiali
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Il codice penale (art. 336) con il carcere da sei mesi a cinque anni chi minaccia «un pubblico ufficiale» o «un incaricato di un pubblico servizio», o usa la violenza nei suoi confronti, per costringerlo a fare qualcosa di contrario ai propri doveri. Il disegno di legge “Sicurezza” vuole aumentare di un terzo questa pena se il reato di “violenza o minaccia a un pubblico ufficiale” è commesso nei confronti «di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza». Lo stesso inasprimento delle pene è stato introdotto per il di “resistenza a pubblico ufficiale” (art. 337).
Contro gli imbrattamenti
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Il codice penale già il reato di “deturpamento e imbrattamento di cose altrui” (art. 639). Il disegno di legge “Sicurezza” propone di ampliare questo reato: nel caso in cui sia commesso contro «beni mobili o immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche» e «con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene», il reato di deturpamento è punito con il carcere da sei mesi a un anno e sei mesi e con una multa da mille a 3 mila euro. In caso di recidiva, le pene aumentano: la reclusione va da sei mesi a tre anni e la multa può arrivare fino a 12 mila euro.
Le novità per il codice della strada
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Il testo approvato dalla Camera interviene pure sul Codice della strada, aumentando le sanzioni per chi non rispetta una : - gli autisti che non mostrano il documento di identità o la patente rischiano una multa da 100 euro a 400 euro. - chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine rischia una multa da 200 euro a 600 euro, e se è recidivo nei due anni successivi, gli viene tolta la patente per un mese. - chi invece forza un posto di blocco può essere punito con una multa da 1.500 euro a 6 mila euro e, una volta accertata la violazione del Codice della strada, gli viene sospesa la patente per un periodo che va da tre mesi a un anno. Anche il Codice della navigazione ha subìto un paio di modifiche: per i capitani delle navi italiane e straniere che non obbediscono all’intimidazione del fermo della Guardia di finanza possono essere puniti con il carcere fino a due anni (questa pena è già in vigore per chi non obbedisce all’ordine di una nave da guerra nazionale).
Il nuovo reato di rivolta in carcere
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A oggi chiunque (art. 415) pubblicamente «alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico» oppure «all’odio fra le classi sociali» è punito con il carcere da sei mesi a cinque anni. Con il disegno di legge “Sicurezza” le pene sono aumentate – senza specificare di quanto – se il reato di “istigazione a disobbedire alle leggi” è commesso in un istituto penitenziario oppure nelle comunicazioni dirette a detenuti. Viene inoltre introdotto il nuovo reato di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario”: «Chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, partecipa a una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite, è punito con la reclusione da uno a cinque anni», si legge nel disegno di legge “Sicurezza”. Tra gli «atti di resistenza» rientrano anche i comportamenti di resistenza passiva che impediscono il compimento di atti d’ufficio necessari alla gestione dell’ordine nel carcere.
Il tirreno: "carcere di livorno, crepe sui muri dei reparti: chiesto il sopralluogo dei pompieri"
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Il garante dei detenuti sulle grosse problematiche delle Sughere: «Rischio crolli, l’ala di media sicurezza va chiuso» Livorno. Chiusura immediata delle sezioni di media sicurezza e chiarezza sulle tempistiche per l’apertura dei nuovi padiglioni alle Sughere. È quanto chiede il garante dei detenuti Marco Solimano perché, aggiunge, «il tempo è scaduto». Del resto, che la situazione nella casa circondariale di via delle Macchie sia «esplosiva» si sa da tempo. O meglio, è quanto dicono da tempo sia i sindacati degli agenti della penitenziaria sia lo stesso garante.
Ristrutturazione a sollicciano, tutto fermo. la direttrice: “progettazione sbagliata per impermeabilizzare le facciate”
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“Struttura fatiscente, per una vera bonifica servirebbero 800mila euro”. E resta il problema del sovraffollamento: “Mancano 223 posti letto” La ristrutturazione a Sollicciano è ferma per un intoppo riguardante la progettazione. A riportarlo è l’Agenza Dire, riprendendo le parole della direttrice del carcere fiorentino, Antonella Tuoni, multata lo scorso luglio dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per le condizioni degradanti del penitenziario, con l’intimazione a mettere a posto le cose nell’arco di 90 giorni, scadenza che si avvicina: il 23 ottobre. “Allo stato attuale - la premessa di Tuoni - il carcere avrebbe bisogno di 800mila euro di lavori di bonifica, quindi parliamo di un intervento che esorbita di gran lunga dalle competenze del direttore che è un funzionario delegato. La struttura è fatiscente e due sindaci che si sono avvicendati ne hanno chiesto la demolizione, quando l’anno scorso c’è stata l’alluvione anche il carcere è diventato un lago”.
Qual è lo stato di salute di chi abita il carcere? i risultati di una revisione
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Il 30 Aprile scorso, Paola Capra e Giulia Caruso del Centro di Documentazione per la Promozione della Salute – Dors, hanno curato la pubblicazione dell'articolo che segue, focalizzandosi su un aspetto piuttosto trascurato: lo stato di salute di chi esce dal carcere. "Le persone che hanno vissuto in carcere si caratterizzano per condizioni di salute precarie. Spiegare l’importante carico di malattie fisiche e mentali tra la popolazione carceraria può essere utile per indirizzare servizi e politiche della salute. In questa “umbrella review” o revisione ombrello, con cui si fa riferimento ad una revisione di revisioni o di metanalisi, è presentata l’epidemiologia delle malattie mentali e fisiche diffuse tra i detenuti nelle carceri di tutto il mondo. In dettaglio è stata analizzata la prevalenza di disturbi mentali e fisici ed è emerso che nelle carceri il tasso è almeno il doppio rispetto a quello della popolazione generale.
Appello per la sospensione della pena per tutti detenuti malati e anziani
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A Papa Francesco, Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Al Ministro della Sanità Roberto Speranza, Al capo del DAP Franco Basentini, Al Garante Nazionale Mauro Palma, Ai Parlamentari della Repubblica, Ai Senatori della Repubblica, Al Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli Vista la drammatica emergenza sanitaria che sta colpendo la popolazione tutta riteniamo che le misure di prevenzione adottate rispetto alla popolazione detenuta siano assolutamente inadeguate a fronteggiare i rischi connessi ad un contagio che metterebbe a rischio oltre 61.000 persone. Va tenuto conto che tra la popolazione detenuta il 50% circa ha una età compresa tra i 40 e gli 80 anni, oltre il 70% presenta almeno una malattia cronica e il sistema immunitario compromesso. È del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri assumerebbe dimensioni catastrofiche. Limitare o proibire i colloqui familiari, l’accesso dei volontari e i permessi di uscita non mette al riparo dal rischio contagio. Quello che si è creato, e che va crescendo di ora in ora, è un clima di paura e insicurezza tra la popolazione detenuta, i familiari e il personale penitenziario che comunque è obbligato a garantire il servizio.
Detenuti picchiati denudati e insultati ma i media parlano di scarcerazioni
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Pestaggi, ritorsioni nei confronti dei rivoltosi, presunte squadrette che hanno creato terrore nelle sezioni del carcere. Il biennio 2019 – 2020 è il periodo dove sono emerse denunce riguardanti presunti abusi all’interno dei penitenziari italiani. Il picco sarebbe stato raggiunto il giorno dopo le rivolte carcerarie avvenute tra il 7 e l’11 marzo scorso Damiano Aliprandi, il Dubbio 12 ago 2020 Pestaggi, ritorsioni nei confronti dei rivoltosi, presunte squadrette che hanno creato terrore nelle sezioni del carcere. Il biennio 2019 – 2020 è il periodo dove sono emerse denunce riguardanti presunti abusi all’interno dei penitenziari italiani. Il picco sarebbe stato raggiunto il giorno dopo le rivolte carcerarie avvenute tra il 7 e l’11 marzo scorso.
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