NO ALLA DEPORTAZIONE DEI ROM DA COSENZA
Come appartenenti alla rete antirazzista cosentina esprimiamo la nostra massima solidarietà e complicità ai fratelli rom accampati sulla riva sinistra del Crati. La vicenda rom oramai da anni spunta nelle piene invernali e scompare in primavera. Da ormai tre anni assistiamo al continuo rimpallo tra le istituzioni circa la questione campo rom senza nessuna soluzione, si sono susseguite solo chiacchiere e passerelle mediatiche fino ad arrivare a renderla emergenza da trattare come ordine pubblico.
I professionisti del sociale e dell'antirazzismo negli anni hanno millantato soluzioni al problema creando le emergenze per conquistare qualche passerella politica e incrementare i carrozzoni clientelari sui quali reggono il loro misero potere. Dopo tre anni ci ritroviamo nelle stesse condizioni del 2007 e oggi, a riprova dell'immobilismo di una intera classe politico-amministrativa, pende sul campo rom la spada di Damocle di uno sgombero che, entro primo marzo, spazzerà via quel microcosmo creatosi sulle rive del Crati nell'indifferenza generale.
I Rom a Cosenza hanno una lunga storia, da oltre 50 anni si assiste all'insediamento di comunità che interagiscono con la città a vari livelli, dalla strada alle stanze dei bottoni. Abbiamo assistito allo sgombero di capodanno di Gergeri e alla conseguente rasa al suolo delle baracche, con assegnazione di case, perchè in quella zona ricadevano gli appetiti dei signori del cemento e continuiamo ad avere sotto gli occhi la baraccopoli di via Reggio Calabria i cui abitanti da anni aspettano l'assegnazione di una casa. E tutti tacciono. Anche il buon Massimo Converso che alle comunità Rom di mezza Italia non può più avvicinarsi e che sulla falsa, quanto inutile, integrazione dei rom ha costruito la sua immagine e fortuna. Ma i rom romeni devono essere sgomberati, le baracche rase al suolo e la comunità deportata su modello Rosarno. Forse perchè non votano? O forse perchè la deriva razzista e xenofoba in questo Stato si materializza con azioni come quelle che abbiamo visto a Ponticelli, a Roma, a Milano, a Rosarno, a Corigliano e, domani, forse a Cosenza.
Rimandiamo al mittente gli attacchi miopi dei servi di partito derivanti dalla bieca visione dilagante secondo la quale amministrare la cosa pubblica sia una questione privata e che, peggio ancora, chiunque lavori con gli enti pubblici diventi automaticamente “fedele alla linea” del partito.
Riteniamo che fin'ora non c'è stata nessuna volontà di affrontare la “bomba” rom in chiave di diritti di cittadinanza, che gli attori istituzionali siano sempre gli stessi e che le dichiarazioni del Sindaco Perugini e del Presidente Oliverio di chiedere una proroga alla Procura sulla scadenza del 1 marzo siano solo un modo di prendere tempo fino alla prossima tornata elettorale senza avere nessuna intenzione di trovare una soluzione reale. Sarebbe bastata l'individuazione di un area demaniale per la costruzione di un campo-sosta e la messa in opera dello stesso per risolvere la questione e garantire le condizioni di dignità minime.
Continueremo a stare al fianco delle popolazioni migranti e nomadi costruendo con loro accoglienza dal basso senza nessuna velleità integrazionista, difendendo il loro diritto di esistere e vivere secondo la propria cultura e tradizione e, a differenza di Rosarno, faremo le barricate assieme a loro contro lo sgombero.
Febbraio 2010 Centro Popolare Occupato Autogestito Rialzo
Contro tutte le galere
giovedì 31 dicembre ore 18.00
Presidio sotto il carcere di cosenza in solidarietà a tutti i detenuti.
Facciamo sentire la nostra voce contro tutte le galere!
No alla carcerazione sociale!
No alla costruzione di nuove carceri!
Lager in Italia
Non mi uccise la morte, ma due guardi bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte. (Fabrizio De Andrè)
“Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto” l’audio shock del comandante delle guardie del penitenziario di Teramo aggiunge altro orrore al dramma delle carceri. (Fonte: “Il Manifesto”, martedì 9 novembre 2009).
Ecco due testimonianze tratte dalla tesi di laurea “Vivere l’ergastolo”:
Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dalle guardie, dopo che mi vengono messe le manette vengo fatto salire in una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto una guardia impugna la pistola e mi dice “Stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era, ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia, quando sento il grilletto girare a vuoto … una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice:”Ora scappa, corri per la campagna”. Io con la testa faccio segno di no. Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: “Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile, ma non posso farlo più forte della jeep, finchè con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento delle guardi carcerarie.(Matteo Greco, carcere di Pianosa 1992)
Dopo i primi giorni avvenne il primo pestaggio: quando si usciva all’aria gli sgherri erano messi in fila con i manganelli nelle mani. Un compagno anziano, lento nei movimenti, rimasto indietro, venne preso a calci, pugni e manganellate. Sentivamo urli strazianti. Al ritorno vedemmo tutto il sangue sparso nel corridoio, ma noi eravamo troppo impauriti per potergli dare la nostra solidarietà. E quella nostra debolezza fu l’inizio della fine, perché fatti del genere in seguito si ripeterono sovente. In quel periodo imparai a conoscermi a crescermi dentro, scoprii che lo Stato è peggio di quel che credevo, mi faceva conoscere privazioni, torture e patimenti nell’assenza totale di legalità, giustizia e umanità. In quella maledetta isola persino i gabbiani erano infelici per quello che vedevano. Alla fine, nell’estate del ’93, iniziai a fare lo sciopero totale della fame …(Carmelo Musumeci, carcere dell’Asinara 1992)
Perchè meravigliarsi tanto dell’omicidio di Stefano Cucchi e delle botte ai detenuti?Il carcere in Italia è così e basta e non deve rendere conto a nessuno. Perché queste lacrime di coccodrillo da parte dei politici e dei mass media?Non è un segreto che in carcere i detenuti vengono picchiati, è sempre stato così e sempre sarà così.Vengono picchiati soprattutto i detenuti più deboli, i più soli e i più emarginati. Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto
Un caso Cucchi anche in Calabria
Un caso Cucchi anche nel carcere di Catanzaro dove morì giovane di Cosenza13 nov 09 Ci fu un caso Cucchi anche nel carcere Siano di Catanzaro dove un giovane cosentino, Emiliano Mosciaro, morì per una appendicite trasformatasi in peritonite acuta con stato di necrosi avanzata. A rimarcarlo è la sorella di Mosciaro, Paola, che racconta come nell’agosto del 2003 il fratello morì in ospedale a Catanzaro appena trasferito dal carcere. Per la morte dell’uomo due medici del carcere sono sotto processo per omicidio colposo. Secondo l'accusa, i due non avrebbero messo in atto terapie adeguate per evitare che lappendicite degenerasse nella peritonite che uccise Mosciaro. Sono convinta -dice oggi la donna- che nessuno pagherà per la morte di mio fratello. Sono passati sei anni ed ancora non siamo venuti a capo di niente. Il processo va avanti a suon di rinvii. Ormai spero solo nella giustizia divina perché in quella umana non ci credo più da tanto tempo. Si spera sempre che cambi qualcosa, ma poi la speranza muore. Quello che è successo a Stefano Cucchi è qualcosa di disumano. Anche dopo morto -ricorda la donna- c'erano gli agenti della polizia penitenziaria a guardare il corpo di Emiliano e ci fecero allontanare. Dovemmo aspettare l’autorizzazione del giudice per poter piangere mio fratello. Questa cattiveria mi rimarrà dentro per tutta la vita.
Carcere: muore un detenuto di 32 anni, indagini della Procura
Si chiama Giuseppe Saladino il giovane parmigiano deceduto sabato nel carcere di via Burla a Parma. L'uomo era stato arrestato venerdì scorso perché doveva scontare una condanna ad un anno e due mesi per furto con scasso (era agli arresti domiciliari), ma è stato sorpreso fuori dalla sua abitazione; il luogo dove avrebbe dovuto scontare la pena. Per questo motivo Saladino, 32 anni nato a Palermo ma da molti anni residente a Parma, è tornato in carcere. Una volta portato nel carcere però ha accusato un malore ed è morto. La Procura di Parma ha aperto un fascicolo contro ignoti. Si indaga per omicidio colposo.
Il pm Roberta Ricci ha disposto l'autopsia e i risultati sono attesi per i prossimi giorni. Pochi giorni fa la Procura di Parma aveva aperto un'altra inchiesta per l'ipotesi di istigazione al suicidio di un detenuto che stava scontando l'ergastolo e si era tolto la vita. La vicenda riporta alla mente il caso Cucchi, il giovane morto a Roma qualche settimana fa.
da: http://www.lungoparma.com/
Turchia, uccise 953 donne nei primi sette mesi del 2009
9/11/2009Il dato è stato reso noto dal ministro della Giustizia in seguito ad
un'interrogazione parlamentare Nei primi sette mesi del 2009 in Turchia
sono state assassinate 953 donne.
Questo significa che in media sono state uccise 4,5 donne al giorno, 31
a settimana.
A dare la notizia è stato il quotidiano filo-governativo Today's Zaman
che riporta il dato fornito da Sadullah Ergin, ministro della Giustizia,
per rispondere ad un'interrogazione parlamentare.
A chiedere al ministro della Giustizia di fare luce su questi omicidi è
stata la deputata Fatma Kurtulan del partito per una Società
democratica, filo curdo.
L'interrogazione della Kurtulan rientra all'interno di un progetto più
ampio per costringere il Governo guidato da Giustizia e Sviluppo,
partito di radici islamiche, a porre fine alla piaga delle violenze
contro le donne.
benedetta guerriero Peace Reporter
VOGLIAMO GIUSTIZIA PER I NOSTI BAMBINI!
I minori kurdi sono le maggiori vittime della guerra in corso. Sta ricadendo sulle loro deboli spalle il peso di vivere in un’epoca così violenta. Questo accade se i loro deboli corpi siano stati in grado di sopravvivere alla violenza senza esserne distrutti. Sono le vittime ed i testimoni di questa guerra e ne stanno pagando il prezzo sacrificando il loro futuro. Le prigioni sono i nuovi parco giochi dei minori di quest’epoca. Il numero dei bambini in prigione è più alto che mai. I loro crimini sono stati indescrivibilmente efferati: “Aver lanciato delle pietre contro un veicolo blindato della polizia ed aver danneggiato la proprietà pubblica”, questi sono i normali capi d’accusa. Nel freddo mondo della matematica le pietre che hanno tirato stanno tornando loro indietro sotto forma di 25 anni di prigione. Consumando la loro vita dietro le sbarre insegnano ai nostri minori che la vita e la guerra non sono un gioco. Degli abusi e delle torture sofferte durante l’arresto, degli interrogatori ai quali sono stati sottoposti prima di essere tradotti in prigione, di tutto ciò non è neanche necessario parlare… Tutto ciò accade in un paese candidato ad entrare nella Unione europea, mentre le così dette “riforme” per la democratizzazione del paese e per evitare che ciò accada ancora sono all’ordine del giorno. Attivisti per i diritti umani, intellettuali, membri delle ONG e tutti coloro che hanno sentito la loro coscienza colpita da questa ingiustizia hanno iniziato la campagna “Giustizia per l’infanzia”. Le comunità kurda e turca stanno facendo sentire la loro protesta. Non sono stati compiuti ancora passai avanti significativi. Le prigioni continuano ad essere usuali luoghi di dimora per i nostri minori. Come singoli individui, organizzazioni politiche, sociali e per i diritti umani ed ONG condanniamo questa ingiustizia. Non solo perché contraria alla normativa internazionale ma semplicemente perché inumana. Questo è il motivo per il quale aderiamo alla campagna “Giustizia per l’infanzia” in corso in Turchia. Come soggetti sottoscrittori noi chiediamo all’UNICEF di inviare una delegazione in Turchia per investigare, raccogliere informazioni e documentazioni al fine di fermare le violenze e le violazioni delle norme internazionali e dei diritti dei bambini che stanno avendo luogo.
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