contro il carcere e la repressione

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Notizie

16-04-2010
Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante ROS Ganzer
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14-10-2009
Rubati i computer degli avvocati degli indipendentisti sassaresi
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22-09-2009
Operazione Rewind
Arresti Rewind Torino, allegerite misure cautelari Leggi »

19-09-2009
PRESIDIO DAVANTI A REGINA COELI E REBIBBIA SEZIONE FEMMINILE
Lunedi 14 settembre 5 compagni di lotta dell'8 Marzo occupata di Magliana sono stati prelevati dai carabinieri in modo coatto alle ore 4.40 di mattina e portati a Regina Coeli e a Rebibbia. Leggi »

29-08-2009
Varese, partorisce dopo l'arresto e il gip la lascia in carcere
Ha partorito un bimbo due giorni dopo essere finita in manette per aver rubato profumi (1.500 euro il valore) in un negozio di Varese, ma il gip Giuseppe Battarino le ha negato i domiciliari ... Leggi »

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Il rapporto di Antigone: nelle carceri sovraffolamento e degrado.

Presentato l’ottavo rapporto dell’associazione Antigone. Ogni 5 giorni si toglie la vita un detenuto. Nelle prigioni un recluso ogni mille si suicida, all’esterno solo una persona ogni 20 mila. Dall’inizio del 2011 si contano già 154 morti, di cui 53 per suicidio

Paolo Persichetti
Liberazione 29 ottobre 2011


All’ex pm antiterrorismo Franco Ionta, oggi capo dell’amministrazione penitenziaria, non è piaciuto  l’ottavo rapporto sulla condizione della detenzione, intitolato “Prigioni malate”, presentato ieri dall’associazione Antigone. Invitato alla presentazione del volume, il massimo responsabile delle carceri si è eretto a «coscienza critica» di chi, come Antigone, denuncia l’insostenibile situazione delle prigioni. Un singolare esercizio di “critica della critica” che sarebbe stato più utile rivolgere alla tragica quotidianità della realtà carceraria.
Dietro alla valanga di cifre che il rapporto elenca emerge una situazione già ampiamente nota: siamo il Paese con il maggior tasso di sovraffollamento carcerario in Europa dopo la Serbia mentre i nostri tassi di criminalità sono scavalcati da Francia e Spagna. Antigone cita i dati comparativi rilevati dal Consiglio d’Europa e da Eurostat. Attualmente per ogni 100 posti disponibili ci sono 47 detenuti eccedenti.
Gli istituti di pena sono oramai enormi lazzaretti, degli ospizi per derelitti, vaste discariche dove viene confinato ogni dolore e malessere sociale, nelle quali si ammassano umiliati e offesi, vite rottamate, sfigati senza speranza. Nel sistema penitenziario, quelle che con un eufemismo sociologico vengono definite «nuove povertà» ammontano oramai a circa l’80% della popolazione reclusa.
Una parte della popolazione è predestinata a convivere con la reclusione, è questo il dato strutturale della politica penitenziaria. Guarda caso questa porzione di popolazione è sempre la stessa: un terzo degli attuali 67.429 incarcerati sono stranieri mentre nel corso di un intero anno hanno fatto ingresso in cella ben 84.641 persone. Il profilo classico è quello del giovane privo d’istruzione e con problematiche esistenziali legate alla tossicodipendenza. Un dato che rende uniche le carceri italiane rispetto alla situazione europea. Una buona parte dei reclusi proviene dall’Italia meridionale. Non a caso la Puglia risulta la regione più sovraffollata con un tasso del 183%. Chi viene dal Sud non ha titoli di studio, appartiene ai ceti sociali più bassi. Chi arriva dai paesi d’emigrazione vede aumentare, molto di più che nel passato, la probabilità di finire imprigionato. Cifre che indicano come il carcere rinvii ad uno degli aspetti più crudi della discriminazione di classe mentre il richiamo alla legalità è la macchina ideologica che legittima e riproduce questa dominazione.
La misure alternative funzionano a macchia di leopardo rasentando un sistema che assomiglia ad un specie di feudalesimo giudiziario: a parità di reato attribuito, pena comminata, percorso penitenziario svolto, il trattamento riservato dai tribunali di sorveglianza assomiglia alla ruota della fortuna. La Cassa delle ammende, riservata per statuto al finanziamento delle attività trattamentali esterne, è stata stornata per finanziare nuove carceri e infrastrutture. Il Dap spende appena 4 euro a detenuto per tre pasti giornalieri, confidando nelle loro tasche per l’integrazione dei generi alimentari tramite il sopravvitto. Solo che il lavoro scarseggia e le mercedi sono state ridotte. Non esistono appalti trasparenti per le ditte fornitrici, ma un’attribuzione mafiosa concessa per «licitazione privata». In altre parole, la gara non è aperta a tutti. «Questo sistema – denuncia Antigone – ha prodotto e continua a produrre un’oligarchia di fornitori di pasti a crudo priva di qualsiasi controllo e basata sugli introiti per le ditte appaltatrici derivanti dal sopravvitto». In Italia – secondo quanto si legge nel rapporto – sono due le ditte a spadroneggiare in questo settore: «la Arturo Berselli & C. spa e la Seap spa». La prima attiva, direttamente o attraverso società legate, in oltre 40 istituti; la seconda presente in 26 istituti.
Che le prigioni fossero una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione, non più udibile da chi vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. Secondo Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione Papillon: «Dopo anni di denunce non è il più il momento di spiegare a partiti di maggioranza e di opposizione, o addirittura al governo, quanto sia drammatica la realtà nelle carceri. Questa fase è finita. Si tratta invece di imporre a tutti concreti e immediati atti di responsabilità prima che le carceri scoppino. Per quel che ci riguarda – conclude – continueremo a rivolgerci alla base elettorale di tutti i partiti per spiegare quanto sia criminogeno il comportamento dei loro eletti».

 

UNA STORIA VERA

23/10/2011


 

La dove cresce il dolore è terra benedetta. Un giorno o l’altro, voi tutti riuscirete a capire cosa significa questo. (Oscar Wilde)

 

In carcere capita spesso che si possa osservare meglio gli altri che se stessi.

E scrivendo si può essere la voce di chi non ha neppure più la forza di avere voce.

Questa è una storia vera che nessuno scriverà mai in un giornale e mai nessuno racconterà in televisione.

Questa è una storia vera che rimarrà prigioniera nelle celle, nei cortili e nelle sezioni dell’Assassino dei Sogni (il carcere,  come lo chiamo io).

Io ci provo a fare evadere questa storia dalle sbarre della mia cella per farla conoscere aldilà del muro di cinta, al mondo dei “buoni”.

Questa è la storia di Salvatore Liga, detenuto nel carcere di Spoleto in Alta Sicurezza, 80 anni compiuti l’estate scorsa, vecchio malato e stanco.

E destinato con certezza a  morire in carcere perché è stato condannato alla pena dell’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio,  se al suo posto non ci mette un altro.

L’ultima volta che l’ho visto era questa estate e si muoveva a malapena nel cortile del carcere con due stampelle sotto le ascelle.

Stava sotto il sole seduto in una panchina di cemento armato tutto l’orario del passeggio a prendersi l’ultimo sole della sua vita.

Poi un giorno non l’avevo più visto.

In seguito avevo saputo che gli avevano trovato un tumore maligno allo stomaco e l’avevano trasferito d’urgenza in un centro clinico carcerario.

Proprio l’altro giorno ho saputo che era ritornato, l’avevano operato,  ma che adesso non riusciva più a camminare e gli hanno dato una sedia a rotelle.

Oggi, da un suo paesano, ho saputo che per Salvatore Liga le disgrazie non sono finite perché gli hanno applicato un residuo d’isolamento diurno.

A che serve e a chi serve applicare ad un povero vecchio in fin di vita una misura così sadica e vessatoria?

Molti forse non sanno che l’isolamento diurno è una pena che si dà normalmente quando si è condannati alla pena dell’ergastolo e che ti costringe a non fare vita comune con i tuoi compagni.

Che altro aggiungere, se non che il carcere non dovrebbe essere uno strumento di tortura, mortificazione, un luogo di violenza istituzionale e una fabbrica di emarginazione.

E se siete dei credenti, aggiungo solamente che Gesù nelle sue predicazioni non chiedeva giustizia ma perdono.

Visto però i risultati, credo che Gesù abbia perso solo tempo a venire su questa terra.

 

Carmelo Musumeci.

Spoleto ottobre 2011

 

UN CASO CUCCHI FORTUNATAMENTE INCOMPIUTO

17/10/11

La storia di Ismail Ltaief è un caso di inaudita violenza. Ismail, condannato a 5 anni di carcere da scontare presso la struttura di Velletri dove era addetto alla cucina, si accorge che le derrate alimentari destinante alla popolazione dell’istituto penitenziario vengono regolarmente trafugate da alcuni agenti della polizia penitenziaria. Inizia così a scrivere un diario dove appunta gli avvenimenti di cui è spettatore. La situazione precipita quando egli dichiara la sua decisione di portare a conoscenza delle autorità di competenza ciò che accade all’interno del carcere di Velletri.Da questo momento in poi Ismail subisce minacce, ricatti, angherie e pestaggi. Gli agenti riescono ad estorcergli una ritrattazione, ma dopo un po’ di tempo Ismail si appella al Magistrato di Sorveglianza e chiede l’apertura di un’indagine poiché vede minacciata la propria incolumità. Inaspettatamente il Magistrato visita  in carcere il detenuto poco tempo dopo un avvenuto pestaggio e lo stesso,  riscontrate vistose lesioni sul corpo di Ismail, ne dispone il trasferimento e chiede alla Procura della Repubblica competente di avviare indagini sul caso. I fatti sono avvenuti nell’anno 2010, le indagini hanno portato, all’inizio dell’anno corrente, all’adozione dei primi provvedimenti cautelari a carico degli agenti della polizia penitenziaria. Il 14 luglio 2011 si aperto il processo ed in aula erano presenti solo tre dei cinque imputati, su di loro pende l’accusa di violenza privata dalla qualità di pubblico ufficiale, lesioni aggravate ed intralcio alla giustizia; il Procuratore Capo di Velletri, che ha rappresentato la pubblica accusa, ha espresso parere contrario alla revoca della misura cautelare per un ispettore capo, ricordando che lo stesso è accusato di aver picchiato anche un altro detenuto. Il processo è stato rinviato al prossimo 10 novembre ed in questa occasione saranno sentiti Ismail Ltaief e altri cinque testimoni indicati dalla pubblica accusa.

 

Due detenuti suicidi in 24 ore, a Palermo e Messina

 13/09/2011

Due detenuti si sono suicidati nelle ultime 24 ore, il primo all'Ucciardone di Palermo e il secondo all'ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese. Lo rende noto l'associazione Ristretti Orizzonti sottolineando che da inizio anno salgono così a 47 i detenuti suicidi, mentre il numero complessivo dei decessi in carcere arriva a 142.

A.P., 38 anni, originario di Torino e detenuto all'Ucciardone per furto, si è impiccato ieri mattina in cella. Ha aspettato che il suo compagno lasciasse la cella per andare a colloquio con un parente. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del suo pigiama. Per lui, ormai, non c'era più nulla da fare. P. avrebbe finito di scontare la sua condanna nel febbraio 2012. In passato era stato seguito dallo psichiatra, ma nell'ultimo periodo il medico aveva dichiarato che il paziente stava bene. La Procura ha disposto l'autopsia.

Il secondo detenuto si è suicidato all'opg di Barcellona, nel messinese: l'internato, 46enne, si è ucciso nella sua cella singola, infilando la testa in un sacchetto di plastica e inalando il gas del fornellino utilizzato per la cottura di piccole porzioni di cibi. Originario di Cremona, M. S., semilibero e prossimo alla libertà, si è tolto la vita nel corso della nottata di domenica, intorno a mezzanotte. Inutili si sono rivelati i tentativi di rianimazione intrapresi da un agente della polizia penitenziaria e subito dopo dal medico di turno. L'uomo era prossimo alla liberazione prevista per il 2012 con la cessazione della misura di sicurezza, imposta a suo tempo per la commissione di reati lievi, maltrattamenti e resistenza, e per i quali era stato prosciolto a causa del suo stato di malessere psicofisico. E la detenzione in carcere era stata sostituita dalla misura di sicurezza "scontata" quasi fino in fondo senza che fossero emersi problemi di particolare gravità.

 

Ciao Nicola

                                                                                              13/09/2011

Nicola Ranieri è morto.Troverete tantissimo materiale su di lui sul Blog http://urladalsilenzio.wordpress.com/, alcune cose sono da rivedere, alcune informazioni vanno corrette, ma la sostanza resta valida.Nicola Ranieri prima era detenuto a Spoleto. Poi fu trasferito a Fossombrone. E da lì ad Opera per curarlo da un cosiddetto tumore al polmone. Dico cosiddetto, perchè poi non si è capito nulla. Se non che ad Opera l’hanno trattato come un cane. Come neanche una bestia di un canile lager viene trattata.  E’ la parola di Nicola certo, non è ancora la prova provata.Ma oggi, dinazi al nostro amico morto, scelgo di credere a lui. Anche perchè ho visto a confronto la sincerità dei Dirigenti carcerari, dei loro funzionari  proni, e dei timidi e pudibondi educatori al seguiito. E ho visto la sincerità dei detenuti. In etrambi i mondi ci sono i falsi e i veri, i buonni e i cattivi, gli onesti e i disonesti, i sinceri e gli sparaballe. Ma la percentuale di quest’utlima tra Direttori di carceri, vice direttori, dirigenti sanitari (su questi stendo un velo pietoso) è nettamente superiore.Nicola fu scarcerato da Opera perchè, in pratica, il carcere lo riteneva spacciato. Nell’ospedale di Bari, luogo di origine di Nicola, dove è ritornato presso la famiglia, si sono messi le mani nei capelli. Letteralmente allucinati. Si sono fatte diverse ipotesi.. come quella di una bronchite a lungo non curata. Una cosa sembra probabilissima.. non è stato fatto quello che doveva essere fatto.Nicola raccontava di intere giornate costretto a restare nel “piano malati” del carcere di Opera, così lo chiamo, quel settore in cui (lui diceva) venivano “collocati” tutti gli affetti da gravi patologie. E anche il cucco sa che una persona che sta già malissimo, se sta anche in carcere ed è anche cicondata da patologici, la indebolisci radicalmente dal punto di vista psicosomatico.Nicola parlava di angherie, umiliazioni e violenze. Parlava di secchi d’acqua che gli venivano lanciati addosso. Di letti perennemente umidi. E di risposte alle sue lamentele e alle sue richieste.. risposte che erano di questo tenore (lo rendo a senso.. non ricordo le parole esatte.. ) “Qui funziona così.. o ti sta bene.. o ti fotti”.Nicola veniva portato in ospedale quando era ad Opera. Ma con quale frequenza? E in che modo? Pare anche che lo facessero camminare a lungo… quando invece non doveva stancarsi. E’ così? Qualcuno risponderà o si trincereranno nel silenzio ipocrita e attendista, che è lo stile di molte Direzioni di carceri in Italia?I medici di Bari sembra abbiano detto alla sorella che intervenendo in maniera adeguata a suo tempo, mesi fa (che si trattasse di un tumore insieme a bronchite… o di altro.. adesso è un vero caos andare a districarsi nelle interpretazioni patologiche.. ma ci ritorneremo con un minimo di valutazione equilibrata successivamente), sarebbe stato, con tutta probabilità salvato.

Gli ultimi mesi di Nicola, a Bari, non sono stati facili.

Ha cercato di lottare. Ha fatto del suo meglio. A  un certo punto ha cominciato a perdere lucidità.

Per lo meno sono stati giorni passati insieme ai familiari.

Ora Nicola è morto.

E noi non sappiamo ancora la verità.

Non ci sono certezze e prove assolute.. ora.

Non sappiamo se il carcere di Opera… ha contribuito ad ucciderlo.

Ma se fosse stato così, sconteranno le loro responsabilità.

Una vita passata nella miseria, una vida non dura violenta. Come un figlio di un Dio minore.

Adesso sei libero finalmente…

Ciao Nicola

 

anche a Cosenza i detenuti battono stoviglie

Cosenza, 1 giugno 2011 -
I detenuti del carcere di Cosenza hanno inscenato una 
protesta nel pomeriggio battendo le stoviglie sulle sbarre
delle celle di sicurezza e urlando slogan come "Libertà, libertà".
Alla base delle proteste, che non hanno creato comunque problemi
i ordine pubblico, ci sono le lamentele dei detenuti ristretti nel penitenziario
n relazione ai mancati riscontri rispetto alle aspettative del decreto svuota
carceri, approvato in via definitiva lo scorso autunno, che consente la
detenzione domiciliare per chi deve scontare una pena inferiore ad un anno.
Nei giorni scorsi manifestazioni di protesta analoghe si sono svolte in diversi
istituti di pena del Paese.

 

malasanità in carcere

 

La storia di Michele Bruni richiama l’attenzione sull’assistenza sanitaria penitenziaria che non garantisce assolutamente le cure adeguate nonostante l’articolo 1 del Decreto Legislativo 230/99, sul riordino della medicina penitenziaria stabilisce che: "I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali e uniformi di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali". Quanti Michele si sarebbero potuti curare in tempo prima che le malattie degenerassero? Solamente dall’inizio dell’anno ad oggi registriamo ben 81 morti nelle carceri italiane, di cui 21 per suicidio, e ben 60 per malattie il più delle volte curabili se prese per tempo e non sottoposte alla burocrazia carceraria che uccide prima della malattia in se. L’età dei morti di carcere va dai 19 ai 55-60 anni, in ogni caso l’età media è di 30-35 anni.  La prevalenza dei quali per malattie curabili o che comunque avrebbero potuto beneficiare del differimento della pena in casi particolarmente gravi anche in caso di cosiddetta “pericolosità sociale”(artt. 146 e 147 del C.P.).  Ma in Italia la legge non è uguale per tutti. Per i detenuti “altisonanti” c’è sempre una patologia più o meno grave per cui risultano incompatibili con il carcere mentre i detenuti “comuni” ogni giorno rischiano la vita perché lamentare un malessere  il più delle volte viene liquidato con un antidolorifico o con un antinfiammatorio invece che con le dovute analisi. È il caso di Michele Bruni, oggi in fin di vita all’ospedale di Livorno - città nella quale era detenuto in attesa di giudizio, è il caso di Enzo Potente - morto due giorni fa nel carcere di Teramo per infarto a soli 32 anni, è il caso dei ben 60 uomini morti dall’inizio dell’anno per patologie assolutamente curabili con la dovuta prevenzione. Purtroppo in Italia quasi nessuno si indigna quando muore un detenuto a parte i familiari e i tanti compagni di cella che, ogni giorno, devono pregare di stare in salute per non morire come bestie.

Associazione Yairaiha Onlus 

 

 

intervista a Loic Wacquant; carceri strapiene ma solo 3% detenuti per reati gravi

di Susanna Marietti

Il Manifesto, 23 maggio 2011

Gli Stati di oggi, in Europa come al di là dell’oceano, vivono di un paradosso. Sono loro stessi a creare quella marginalità alla quale rispondono con il carcere”.

Il sociologo francese Loic Wacquant - l’allievo di Pierre Bourdieu che in libri tradotti in decine di lingue ci ha raccontato la globalizzazione del nuovo senso comune punitivo - ci spiega l’utilizzo del sistema penale nelle nostre democrazie.
Venerdì ha aperto lui i lavori della seconda giornata del convegno che Antigone ha organizzato in occasione dei propri venti anni di vita. Nella Sala del Refettorio della camera dei - “non ho mai parlato in una sala così bella”, ci dice mentre scatta fotografie tutto intorno - gli chiediamo perché nelle ultime decadi gli Stati Uniti d’America, dove Wacquant insegna alla University of California di Berkeley, abbiano visto un’esplosione che pare inarrestabile del numero dei detenuti.
“Quel che è certo è che tutto ciò c’entra assai poco con il controllo del crimine. Il sistema penale è d’altra parte uno strumento ben poco efficiente in questa direzione. Negli Stati Uniti, ma certo non solo, meno della metà dei reati gravi arriva alle orecchie delle forze di polizia, e quelli che ottengono una sentenza sono tanti meno ancora. Penalmente non si riesce a rispondere a più del 2 o 3 per cento dei crimini seri”.


E allora tutta questa espansione dell’uso delle carceri, che anche in Europa sperimentiamo, non produce risultati?


Eccome se ne produce. Ma non nella lotta alla criminalità. Sono altre le funzioni che si demandano al sistema penale.


Quali?


In questo i sociologi si dividono tra chi segue la tradizione marxista sostenendo che la prigione svolga un ruolo materiale di controllo e chi segue la tradizione che si ispira a Durkheim sostenendo che svolga invece un ruolo simbolico. Io credo che per comprendere il sistema delle pene le due tradizioni vadano tenute assieme. Il carcere oggi viene usato sicuramente per eseguire due compiti materiali: quello di piegare la parte reticente della classe lavoratrice, disciplinare il nuovo proletariato alle tendenze del mercato, e quello di togliere dalla circolazione le persone “inutili”, coloro che neanche nel mercato lavorativo del precariato potrebbero entrare: i senza casa, i malati di mente che altrimenti lo Stato dovrebbe preoccuparsi di curare.


E quanto al ruolo simbolico?


Il carcere serve per riaffermare l’autorità dello Stato. In questo ha una fortissima carica simbolica.


Dicono che l’opinione pubblica chiede sicurezza. È per questo che i detenuti aumentano?


Sì, certo, ma in realtà è una sicurezza sociale quella di cui c’è davvero bisogno. Le vite sono incerte perché il lavoro è sempre più precario, la povertà aumenta a causa di politiche economiche scellerate e di un welfare ridotto all’osso. A queste nuove forme di povertà le democrazie di oggi rispondono con le prigioni. Non è cambiato niente negli ultimi cinquecento anni.


In che senso?


La prigione aveva queste stesse funzioni all’inizio della sua storia, nel XVI secolo. Serviva a ripulire le strade. L’istituzione carceraria è nata come risposta a delle forme di povertà. E oggi si risponde allo stesso modo contro i “nuovi poveri”.


Cosa dobbiamo fare per interrompere questa crescita nell’uso del carcere? Come possiamo destituirlo dal suo ruolo simbolico e di gestione delle marginalità e restituirgli a pieno titolo la sola lotta al crimine?


Innanzitutto evitando di fare quello che si fa oggi, quando le politiche penali vengono modulate momento per momento sull’emozione causata da un singolo episodio di cronaca. Le politiche economiche non rispondono alla chiusura di una singola fabbrica.


Perché il sistema penale dovrebbe star dietro a un singolo crimine? Solo perché gli strumenti mediatici gli danno tanto spazio? E poi?


E poi bisogna lavorare sulla lunga distanza. Bisogna farsi carico della marginalità. Badate che io non parlo di inclusi e di esclusi, ma di “marginali”. Nessuno sta fuori dal sistema: può starne ai margini, ma sono tutti inclusi. È il sistema stesso che li colloca ai margini. E allora bisogna uscire dal paradosso di cui parlavo prima. Lo Stato deve riaffermare la propria missione economica e sociale e diventare un generatore di autentica sicurezza.

 

Lampedusa, esodo infinito di minori dall'Africa

Da gennaio ad oggi sono circa 1.500 i minori giuntia Lampedusa, di cui 544 nell’ultimo mese: il 10% sono bambini piccoli arrivatiinsieme a uno o entrambi i genitori, gli altri sono minori non accompagnati,ragazzi adolescenti arrivati dal Nord Africa, soprattutto da Tunisia e Libia,da cui sono fuggiti a causa della guerra, affrontando viaggi rischiosissimi –quale quello dall'esito drammatico avvenuto a largo della Tunisia tra martedì emercoledì -  in cui hanno anche visto morire familiari o amici. Aricordare i dati è Save the Children, che opera a Lampedusa, Sicilia e Puglianell’ambito del progetto Praesidium, coordinato dal Ministero dell’Interno, dal2008. E proprio in relazione al suo impegno a favore dei minori migranti,l’organizzazione ha ricevuto una targa di merito dalla Fondazione O’Scià diClaudio Baglioni.
Save the Children sottolinea come sul totale dei minori non accompagnatiapprodati sull’isola, 425, in prevalenza sedicenni e originari del Mali (84),del Ghana (42) e della Costa d’Avorio (37),  sono ancora in attesa diessere collocati nelle comunità alloggio per minori sul territorio nazionale”.

Continua l’associazione: “Nonostante la leggeitaliana garantisca ai minori stranieri non accompagnati il dirittoall’accoglienza presso questo tipo di strutture,la maggior parte si trova dapiù di 15 giorni in strutture diverse, inadeguate alla loro accoglienza per untempo così prolungato. In particolare, a Lampedusa sono 219 i minori nonaccompagnati presenti (in parte alla Base Loran e in parte al CPSA), 61 deiquali arrivati tra il 12 e il 14 maggio; la maggior parte (38) sono originaridel Mali; 102 hanno 16 anni, ma ci sono anche 10 ragazzi che hanno tra gli 11 ei 13 anni. Nei giorni scorsi alcuni minori hanno compiuto atti diautolesionismo per manifestare la loro insofferenza rispetto alla situazione incui si trovano”.

Save the Children sottolinea poi che presso latensostruttura di Porto Empedocle (AG) la situazione è ancora più allarmante:sono ancora in attesa di collocamento 109 minori non accompagnati trasferiti il13 maggio da Lampedusa, dove erano arrivati una settimana prima (tra il 5 e l’8maggio). La maggior parte ha 16 anni ed è originaria del Mali e del Ghana. Glialtri sono: 13 a Pozzallo (RG), 43 al CARA di Mineo (CT), 41 al CARA di Piandel Lago  (CL).

“A questi occorre aggiungere quanti sono arrivatisulle coste siciliane e pugliesi negli ultimi giorni e che sono ancor in attesadi identificazione”. Pur riconoscendo gli sforzi posti in essere dalleistituzioni a vario titolo coinvolte nell’adozione della procedura per ilcollocamento dei minori stranieri non accompagnati, Save the Children rilevacon preoccupazione la mancata attuazione operativa della stessa.

Per questo motivo Save the Children raccomanda chesi provveda con urgenza a  individuare una soluzione all’attuale gravesituazione, che pone in serio pericolo la sicurezza e la protezione dei minori.L’Organizzazione chiede, in particolare, che: si proceda in tempi rapidiall’individuazione sul territorio nazionale di “strutture ponte” in cui venganotemporaneamente trasferiti i minori  in attesa di collocamento in comunitàalloggio; a livello centrale, siano reperiti e aggiornati i posti disponibiliin comunità alloggio per minori, ivi inclusi i minori richiedenti protezioneinternazionale, e che, sulla base di tale disponibilità, venga organizzatoil  collocamento dei minori; a livello centrale, si provveda a dare chiareindicazioni alle frontiere rispetto alle necessità di trasferimento dei minorinon accompagnati.

Considerata la costante presenza dei minori nelflusso migratorio in arrivo dal Nord Africa, Save the Children sia valutatal’opportunità di “ampliare la disponibilità dei posti in accoglienza e dellerisorse stanziate, secondo la previsione dell’art. 5 OPCM 3933/2011, al fine diun’assistenza, accoglienza e protezione adeguata per i minori stranieri nonaccompagnati in arrivo via mare”.

E conriferimento ai drammatici e rischiosissimi viaggi via mare affrontati anche damolti minori, Save the Children rinnova l’appello ad “aprire urgentementecorridoi umanitari in Libia e a mettere al primo posto delle scelte dei governila tutela della popolazione civile, a partire dai bambini”.

 

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