nelle carceri una tortura di Stato, intervista ad Adriano Sofri
Ferrara: I poliziotti condannati per l'omicidio di Aldrovandi, ora denunciano anche i bloggers
Dopo aver denunciato la madre di Federico Aldrovandi – il ragazzo, ora si può dirlo, ucciso da quattro agenti di polizia mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici – per diffamazione, i quattro poliziotti di Ferrara se la prendono anche con la rete. Tramite il loro avvocato fanno sapere di aver intentato una causa contro alcuni frequentatori del blog aperto dalla mamma di Federico, attorno al quale in questi anni si sono riuniti diverse persone a portare la solidarietà alla famiglia.
I fatti, o meglio i post “incriminati”, riguardano contenuti pubblicati dall’autunno 2007 all’estate 2008, “quando presero piede iniziative fatte di insulti giornalieri nei confronti dei quattro poliziotti – spiega Gabriele Bordoni, avvocato difensore degli agenti – e di istigazione a punire gli imputati”.
E ci tiene però a precisare “ogni critica, anche se severa, va accettata; ma non gli insulti o le minacce. Abbiamo inoltre voluto distinguere le posizioni della famiglia scritte nel blog, perché riteniamo che sia doveroso che possano esprimersi come credono, da quelle manifestate invece da altri frequentatori del blog, fatte di offese, contumelie e in alcuni casi anche incitamento all’odio”.
Offese a pubblico ufficiale, dunque, e una “istigazione all’odio”, che i quattro responsabili della morte del ragazzo di 18 anni avrebbero subito durante questi anni di processo.
Alcuni giorni fa, la pm del processo, Mariaemanuela Guerra, aveva anch’ella sporto denuncia per diffamazione nei confronti della madre di Federico, a causa delle accuse portate da tempi non sospetti sul modo “poco limpido” con cui sono state condotte le indagini, e dopo una condanna ad altri 3 agenti per omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento (il cosidetto “Aldro-bis“).
“Non sono bastate due sentenze, le risultanze di tutte le indagini successivamente fatte dal dott. Proto a farle capire che comunque, sia pure in buona fede, gli errori che sono stati commessi durante la conduzione di quelle prime indagini sono stati contro di me, contro la mia famiglia e contro la verità. Ora lei mi querela, e immagino che vorrà da me i danni che io le ho causato [...] io non ho mai offeso nessuno ma ho solo preteso verità e senso di responsabilità da coloro che hanno sbagliato. Il pm vuole da me i danni. Dopo che non si è recata sul posto quella mattina, dopo che non ha sequestrato subito i manganelli rotti, dopo che non ha sequestrato l’autovettura contro la quale si sarebbe fatto male Federico e sulla quale c’era il sangue di mio figlio, dopo tutto ciò adesso vuole da me i danni alla sua immagine” – la risposta della madre in un articolo del suo blog.
Detenuto suicida a Padova, e' il settimo in un mese
Roma, 1 lug. - (Adnkronos) - Un detenuto italiano di 25 anni, Santino Mantice, classe 1985, si e' ucciso impiccandosi nella sua cella della Casa di Reclusione di Padova. Lo riferisce in una nota l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, spiegando che il detenuto avrebbe terminato la pena tra soli 3 mesi.
''Nel solo mese di giugno - si legge nella nota - nelle carceri italiane si sono impiccati 6 detenuti, inoltre 1 detenuto semilibero si e' suicidato, impiccandosi a un albero in provincia di Bolzano, quando ha saputo di dover tornare in carcere e un giovane immigrato si e' impiccato nella 'cella di sicurezza' della Questura di Agrigento''.
''Dall'inizio dell'anno - prosegue la nota - sono gia' 29 i detenuti suicidi per impiccagione, mentre 6 sono morti asfissiandosi con il gas delle bombolette. Il suicidio di Santino Mantice e' il 590esimo avvenuto nelle carceri italiane dal 2000 ad oggi''.
Catania: morì in carcere a 19 anni; la madre vuole riaprire il caso “non si è suicidato”
Grazia La Venia è l'ennesima madre che non crede alla versione ufficiale di un'amministrazione penitenziaria. L'ennesima a battersi contro un'archiviazione annunciata. Suo figlio si chiamava Carmelo Castro ed era incensurato. E' morto il 28 marzo nella cella numero 9 del carcere catanese. Era lì da quattro giorni, da quand'era stato fermato per una rapina nella tabaccheria del suo paese, Biancavilla. Aveva 19 anni. Secondo la versione ufficiale «la morte è avvenuta per asfissia da impiccamento»: avrebbe attaccato il lenzuolo allo spigolo della branda. Nulla pi di questo per il pm che ha proposto l'archiviazione. Ma sua madre chiede che si accerti ciò è avvenuto prima che Carmelo entrasse in carcere anche perché, una volta dentro, per suo figlio,sottoposto al regime di massima sorveglianza, sarebbe stato difficile impiccarsi. La foto segnaletica diffusa dopo il fermo fa sorgere parecchi dubbi: «Forse lo hanno ripulito ma si vede comunque un livido sopra l'occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all'orecchino strappato». I carabinieri lo hanno trattenuto in caserma un intero pomeriggio e lei da sotto lo sentiva piangere e gridare. Potrebbe esserci del sangue sulle scarpe e il giubbotto che indossava. Anche l'avvocato della famiglia segnala «molte incongruenze nella ricostruzione dei fatti»: ad esempio il fatto che, per il trasporto del ragazzo in ospedale, venne utilizzata una normale auto di servizio. Il medico del carcere riferisce di aver praticato le manovre di rianimazione cardiorespiratoria poi le interrompe ma non ritenne di dover disporre il trasporto con un'ambulanza adeguta a continuare le manovre rianimatorie. Il suicidio sarebbe avvenuto alle 12.30 ma Carmelo aveva nello stomaco il pranzo non digerito. Tutte domande che attendono una risposta e che ricordano vicende come quelle che hanno registrato la morte di Niki Aprile Gatti - anche il suo fu un suicidio strano dopo essersi dichiarato disponibile a collaborare. Di Giuseppe Uva - l'analogia consiste nelle urla sentite mentre era in custodia dei carabinieri - e di Stefano Cucchi, passato anche lui dalle mani dell'Arma a quelle del carcere prima di finire "seppellito" in un repartino penitenziario. Così pure la mamma di Marcello Lonzi e i figli di Aldo Bianzino stanno mettendocela tutta perché non cali il sipario sulla morte dei loro cari. E che dire di Manuel Eliantonio e Stefano Frapporti: l primo ucciso dal carcere a Marassi, dicono che si sia ammazzato col gas di una bomboletta ma sua madre Maria non riesce a capire come faccia il gas a spezzare le ossa. Frapporti, invece, si sarebbe "suicidato" dopo due ore dall'arresto. Uno stranissimo arresto. Molti di loro saranno a Perugia venerdì e sabato (per il programma vedi www.veritaperaldo.noblogs.org ), nella due giorni promossa dal Comitato Verità e giustizia per Aldo Bianzino su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza. Appuntamenti di questo tipo stanno producendo un ragionamento collettivo che prova a ribaltare l'ossessione sicuritaria di cui Perugia è laboratorio avanzato.
Le carceri sono fuorilegge
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Appello In carcere non si rispettano le leggi. Chi non le rispetta fuori, viene messo dentro; chi mette dentro, le istituzioni democratiche, non le rispetta e basta. Quasi niente, nelle carceri, è come dovrebbe essere, funziona come dovrebbe funzionare, rispetta il dettato delle norme che dovrebbero regolare la vita penitenziaria. È trascorso quasi un anno dalla sentenza della Corte europea dei Diritti umani che ha condannato l'Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri. Una violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea, un'ipotesi di tortura o trattamento inumano o degradante. Oggi la situazione è peggiore di allora. Il prossimo 20 settembre saranno dieci anni dall'entrata in vigore del Regolamento penitenziario, che guardava verso condizioni più dignitose di detenzione. In cinque anni era fissato il termine per adeguare le carceri ad alcuni parametri strutturali. Che ci fosse l'acqua calda, per fare solo un esempio. Ne sono passati dieci, di anni, e quasi ovunque gli edifici sono ancora fuori legge. Noi ci riteniamo da oggi in vertenza contro le istituzioni. Utilizzeremo ogni strumento legale a disposizione per far sì che lo Stato paghi il prezzo della propria illegalità. Antigone, A buon diritto, Carta per aderire, inviare una mail a: carta@carta.org |
Turchia: i minori "lanciatori di pietre" in carcere per terrorismo
Ragazzini, che lanciano pietre nel nome dell’indipendenza curda e finiscono in prigione come terroristi. Accade in Turchia, e non di rado. L’ultimo episodio è solo di pochi giorni fa, quando il tribunale di Diyarbakir ha condannato sei minori, con età compresa fra 15 e 17 anni a sette anni e cinque mesi di carcere per aver lanciato sassi contro la polizia durante una delle manifestazioni nell’est del Paese in supporto del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che lotta per la creazione di uno stato indipendente. In realtà la loro pena totale sarebbe stata di 13 anni, il giudice ha poi deciso di diminuirla grazie ad attenuanti.
Questi ragazzi non hanno ammazzato, non hanno rubato. Hanno lanciato pietre contro la polizia in una delle mille manifestazioni che ogni anno si tengono nell’est del Paese, a maggioranza curda, a sostegno del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione terrorista che lotta per la creazione di uno stato indipendente curdo.
Non sono innocenti, certo. Ma a causa dell’attuale legge anti-terrorismo in vigore, vengono condannati alla stesse pene di chi uccide, perseguita, tortura e sequestra. I capi di imputazione per i sei ragazzi di Diyarbakir erano "propaganda di organizzazione terrorista", "resistenza armata" e "crimine commesso per difendere un’organizzazione terroristica". Accuse gravi di principio, ma dove le armi utilizzate sono sassi e dove le ricostruzioni dei fatti nei processi sono spesso confuse e farraginose.
Il ministero della Giustizia stima che i minori in queste condizioni nel Paese siano circa 2.700. Il problema, oltre alle pene comminate, è anche il luogo di detenzione. Circa 1.400 subiscono lo stesso trattamento di detenuti adulti e non scontano la loro pena in istituti idonei. Fra il 2006 e il 2007 quelli finiti sotto processo secondo la legge anti terrorismo per aver tirato sassi contro la polizia sono stati 1.056. Di questi 208 sono finiti in carcere.
Numeri inquietanti, contro i quali il governo di Recep Tayyip Erdogan sta cercando di agire.
L’esecutivo è al lavoro per modificare la legge che al momento permette alla magistratura di giudicare i lanciatori di pietre secondo la legge antiterrorismo. Sarebbe questo il motivo di pene e condizioni detentive così severe. La bozza della legge è stata presentata a fine marzo e tutta l’opposizione, anche il Partito Nazionalista (Mhp), voce più conservatrice della minoranza, si è mostrata disponibile a votarla.
I minori lanciatori di pietre infatti provengono da situazioni famigliari particolarmente critiche complesse. Non vanno a scuola e a volte crescono in un clima di violenza tale che si ritrovano in carcere perché avviati dalla famiglia al crimine o al lavoro in nero, altra grande piaga del Paese. Secondo statistiche ufficiali si calcola che i bambini che lavorano fra i 6 e i 17 anni in Turchia siano 960mila. In un contesto del genere, soprattutto in aree del Paese dove la famiglia è organizzata in clan, è facile che crescano istigati all’odio e la violenza. Il carcere duro però sembra la soluzione meno indicata per garantire loro un futuro migliore.
fonte: Apcom, 2 aprile 2010
Contro tutte le galere
giovedì 31 dicembre ore 18.00
Presidio sotto il carcere di cosenza in solidarietà a tutti i detenuti.
Facciamo sentire la nostra voce contro tutte le galere!
No alla carcerazione sociale!
No alla costruzione di nuove carceri!
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