contro il carcere e la repressione

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Notizie

03-03-2016
Le istituzioni verifichino il rischio epidemia nel carcere di Catanzaro
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29-02-2016
Catanzaro: a 75 anni muore in carcere per un'infezione, aperta inchiesta
Rotella infatti il 27 gennaio era stato trasferito dal carcere di Gazzi alla Casa circondariale di Catanzaro. Nel carcere calabrese, secondo le poche informazioni acquisite dai familiari, da circa una settimana aveva accusato sintomi da enterite, ma il quadro clinico, evidentemente sottovalutato si era rapidamente aggravato fino al ricovero in terapia intensiva. Il certificato di ricovero ottenuto dai familiari reca la data del 23 febbraio ed una diagnosi di ingresso di paziente in stato di shock multiorgano, con enterite da clostridium difficilis ed una prognosi di imminente pericolo di vita. Leggi »

16-04-2010
Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante ROS Ganzer
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14-10-2009
Rubati i computer degli avvocati degli indipendentisti sassaresi
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22-09-2009
Operazione Rewind
Arresti Rewind Torino, allegerite misure cautelari Leggi »

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"Dal Diritto al Dissenso, alla Dittatura Democratica"

01-02-2008 - Ore 17.00 - Ex-deposito ferroviario - Cosenza

Incontro-dibattito con

Haidi Giuliani e Silvia Baraldini

Dal diritto al dissenso alla dittatura democratica

Uno stato che mette in discussione i diritti fondamentali dell'uomo, costituzionalmente garantiti, è uno stato in cui il rischio dittatura è reale. Quello che stiamo subendo in Italia, è vero, non è dittatura, ma ogni dittatura inizia con la repressione di chi dissente. Repressione del pensiero, degli stili di vita, di chi ha la pelle scura, di chi lotta in difesa del proprio territorio e della propria salute. Eppure la Costituzione Italiana è fondata su valori quali la libertà, l'accoglienza e la tutela dei diritti per tutti. Il Popolo Sovrano. Ripudia la guerra. È fondata sul lavoro. Invece il lavoro uccide più della mafia e i padroni hanno l'impunità garantita, chi pensa che guerra e sfruttamento sono reati contro l'umanità è condannato ad anni di carcere mentre chi le fa, causando la morte di centinaia di migliaia di innocenti, viene riverito con gli onori di stato. Vengono agitati fantasmi "anarco-insurrezionalisti" tra le comunità che si oppongono alla devastazione ambientale e sociale dei propri territori. È più che mai necessario riaprire una discussione costruttiva attorno ai diritti umani e al sistema delle garanzie sempre più a rischio per chiunque osi esprimere un pensiero diverso da quello unico dominante che mette le merci e il denaro al centro dell'universo calpestando dignità e diritti. Si dissemina paura realizzando "business", perchè la paura fa business, consentendo l'approvazione di pacchetti sicurezza mirati a reprimere tutto ciò che è epidermicamente fastidioso alla società dell'apparire. Uno Stato feroce, arrogante e giustizialista con chi lotta per una società migliore, con i deboli, con chi vive ai margini e i "diversi" che diventa garantista, solidale e complice con gli sfruttatori e i predatori della terra.
Assoluzioni e promozioni eccellenti per quanti hanno ucciso e torturato a Genova come a Napoli, per le strade, nelle carceri, sul lavoro, di contro condanne e anni di carcere, per quanti lottiamo per un mondo migliore, ci impognono una riflessione costruttiva per la riapertura del dibattito su diritti e garantismo contro la repressione di stato che aleggia in ogni dove, annullando con un colpo di spugna le LIBERTA' per cui i Partigiani diedero la vita.
Dal diritto al dissenso alla dittarura democratica, sarà luogo di discussione comune a tutte le realtà di movimento che vorranno costruire dal basso proposte e percorsi a difesa dei diritti e delle libertà individuali e collettive.

Coordinamento Liberitutti

 

APPELLO ALLA MOBILITAZIONE DEL 2 FEBBRAIO

GENOVA 2001 - COSENZA 2007 - SEI ANNI DI VERGOGNE!!!

Erano passati pochi giorni dalla manifestazione di un milione di persone contro la guerra in Iraq che aveva concluso il Forum Sociale Europeo di Firenze, una delle più importanti esperienze di partecipazione democratica realizzate nel nostro paese.

La notte del 15 novembre 2002 venti persone che erano state fra gli organizzatori di quel Forum furono arrestate dai reparti speciali dei ROS e dei GOM. Ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari. Quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta. Le irruzioni di uomini armati fino ai denti e con il volto coperto terrorizzarono molte famiglie a Cosenza, Napoli e Taranto.

Tredici persone furono rinviate a giudizio, accusate di aver voluto “sovvertire violentemente l’ordine economico costituito nello stato” per essere stati fra gli animatori delle grandi manifestazioni di popolo in occasione del vertice OCSE di Napoli e del G8 di Genova nel 2001.

Quel processo, iniziato il 2 dicembre 2004 presso la Corte di Assise di Cosenza, è alle sue battute finali. La requisitoria del Pubblico Ministero è prevista per il 23 gennaio, e poco dopo sarà emessa la sentenza.

Solo un mese fa il Tribunale di Genova ha comminato più di un secolo di carcere a ventiquattro manifestanti. Sono stati inflitti fino a 11 anni di carcere utilizzando reati da codice di guerra come l'accusa di "devastazione e saccheggio".

Al contrario, nessuno ha pagato per le inaudite violenze compiute dalle forze dell’ordine sui manifestanti a Genova, giudicate da Amnesty International la più grave violazione dei diritti umani in Europa dal dopoguerra.

Nessuno dei dirigenti responsabili ha dovuto rendere conto degli errori ed orrori commessi: al contrario, sono stati tutti promossi. I processi per la macelleria della Diaz e le torture a Bolzaneto si avviano alla prescrizione per decorrenza dei termini. L’omicidio di Carlo Giuliani è stato archiviato senza un processo. Il Parlamento ha respinto la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta. Al contrario, gli imputati di Cosenza rischiano pene severissime.

Ancora una volta c’è bisogno di difendere la dignità calpestata del nostro paese e le garanzie democratiche –nel sessantesimo della Costituzione. Una volta ancora bisogna pretendere verità e giustizia sui fatti di Genova, e difendere il diritto a costruire un “un altro mondo possibile”.

Il nostro paese è pieno di lotte, vertenze nazionali e locali, resistenze e proposte per i diritti umani, sociali, civili, politici, ambientali, per la difesa dei beni comuni, contro la guerra e il riarmo. L’attivismo civile e la mobilitazione sociale dovrebbero essere considerati una risorsa di questo paese.

Al contrario, questi conflitti finiscono sotto processo e tante persone rischiano di vedersi rovinata la vita per il loro impegno sociale. Crediamo sia necessario allargare la riflessione, la solidarietà e l’iniziativa unitaria di fronte ai segnali di una deriva securitaria e repressiva contro ogni forma di diversità e di dissenso.

Agli imputati di Cosenza viene contestato di essere protagonisti attivi del movimento altermondialista e delle lotte per il cambiamento, attività che viene quindi considerata sovversiva e cospirativa.

Questo processo riguarda perciò fino in fondo tutti coloro che credono doveroso impegnarsi per una società e un pianeta più giusti e che vogliono per tutti e per tutte il diritto ad agire, ad opporsi, a praticare e vivere alternative.

E’ tempo di tornare a Cosenza da ogni parte d’Italia, come facemmo il 23 novembre del 2002 protestando insieme a tutta la città.

 

Costruiamo insieme una nuova grande manifestazione a Cosenza sabato 2 febbraio

per liberare chi è sotto processo da accuse inaccettabili.

DIFENDIAMO IL DIRITTO A VOLER CAMBIARE IL MONDO

Le adesioni collettive e individuali vanno inviate a: liberitutti@inventati.org

 

www.cosenza2febbraio.org

 

 

Buon anno dal carcere

Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi

buon anno agli uomini in nero del ministero d'ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone

buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati

buon anno a tutti gli inocenti pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti

buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone

buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci possono passare pure loro

buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire

buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all'inferno

buon anno a tutti quelli che soffrono piangono ridono e sono felici ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire

buon anno a quelli che hanno speranza a quelli che l'hanno persa e a quelli che s'illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza

buon anno a tutti i prigionieri del mondo pure a quelli di Guantanamo

buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere

buon anno a quelli che si sentono piccoli perchè solo così si può essere grandi

buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità

buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi

buon anno a quelli che sono solo ciò che sono che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano

buon anno anche ai deboli che sono forti perchè non lo nascondono

buon anno a quelli che credono che non rispettando i diritti dei criminali non si rispettano neppure quelli degli uomini migliori

buon anno a quelli che credono che irrecuperabile non è il detenuto ma pittosto è irrecuperabile il carcere

buon anno a quelli che fanno il male così pinamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri

buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società

buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perchè abbiamo sbagliato

Carmelo Musmeci

carcere di Spoleto 2007

 

NON LASCIAMOLI SOLI...

di carcere non si può morire...

SABATO 1 DICEMBRE 2007 ORE 10.00

CARCERE DI SIANO (CZ)

PRESIDIO DI SOLIDARIETA'CON I PRIGIONIERI IN LOTTA.

PER DIRE NO ALL'ERGASTOLO!

NO AI CIRCUITI DIFFERENZIATI!

NO AL CARCERE-DISCARICA!

NO ALLA TORTURA!

NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DEI MIGRANTI!

NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE SOCIALI!

ASSOCIAZIONE YAIRAIHA ONLUS-CS, PRIME ADESIONI: ON. FRANCESCO CARUSO (INDIPENDENTE PRC-SE) ON. SALVATORE CANNAVO’ (ASS. SICISTRA CRITICA - PRC.SE), COMITATO DI LOTTA PER LA CASA “ACQUI RESTAMOS”-CS, CNCA-CALABRIA, COMUNITA' PROGETTO SUD-LAMEZIA TERME, CONFEDERAZIONE COBAS-CS, C.S.O.A. “A. CARTELLA”-RC, C.P.O.A. RIALZO - MOVIMENTO AMBIENTALISTA DEL TIRRENO, RETE ANTAGONISTA-CALABRIA, RETE ANTIRAZZISTA-CS, SEGRETERIA PROV. PRC-CS, ASSOCIAZIONE SINISTRA CRITICA - CALABRIA, OPERA NOMADI CS, PRC-SE CALABRIA, FEDERAZIONE PROV. PRC-CZ...

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E' uscito il secondo numero de "L'Evasione"

E' uscito il secondo numero del nostro giornale "L'Evasione".

Scarica il secondo numero 

 

Esce il n. 0 de "L'Evasione"

Cari amici, finalmente esce il n. 0 de L'evasione: idee in fuga. Dal titolo si evince già il carattere che avrà questa nuova testata: idee e pensieri che riescono a oltrepassare le sbarre e i muri di cinta, idee e pensieri liberi di superare le soglie delle strutture totali.

L'EVASIONE - leggilo in formato PDF

BUONA LETTURA

 

"Mai più ergastolo"
La Costituzione della Repubblica italiana sancisce all'art. 27 che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Ma quale rieducazione può derivare dalla certezza di un fine pena "mai"? Quali percorsi è disponibile ad intraprendere un condannato all'ergastolo che ha come unica certezza il non-ritorno nella società? È difficile anche solo immaginare il tempo che si cela dietro la certezza di una pena perpetua, rappresentando di per sé una forma di tortura (tortura bianca) e, di conseguenza, venendo meno ai principi sanciti dalla nostra Costituzione.
[continua]

 

Forme ed espressioni del dissenso, dai gruppi organizzati ai movimenti. Intervista ad Haidi Giuliani e Silvia Baraldini

Gli anni 70 della Baraldini, la guerra in Vietnam e la difesa dei diritti civili della popolazione afro-americana, l’esperienza di Heidi Giuliani, dai social forum al movimento fino all’esperienza parlamentare; storie di vita a confronto. Sembra quasi una illusione trovarsi di fronte quei grandi occhi azzurri cantati da Guccini di cui nel secolo scorso tanto si è detto, come allo stesso tempo reincontrarli al fianco di una donna la cui minuta corporatura nasconde una grande forza, che la spinge a girare l’Italia in lungo ed in largo nel tentativo che quanto accadde a Genova non resti solo una pagina di storia macchiata dal sangue del proprio figlio. L’attivismo della prima, negli Stati Uniti di Nixon, ed i ricordi di giovane sessantottina della seconda fino all’attualità, nel tentativo di rintracciare le peculiarità e le differenze del mondo del dissenso di ieri ed oggi. Ricordi, esperienze che rivivono attraverso i pensieri più radicali della prima e le posizioni più moderate della seconda.

Dalla militanza nel 19 Maggio, nelle Pantere Nere fino al supporto al movimento clandestino afro-americano. Il mondo del dissenso degli anni settanta in America rispetto a quello attuale italiano e non….

BARALDINI: Non vi è grande differenza tra ieri ed oggi, gli afro-americani, non hanno tuttavia alcun potere nella società americana. L’unica grande differenza che posso riscontrare (dopo quanto accaduto in questi anni) è che il movimento radicale “rivoluzionario” è stato sconfitto attraverso la repressione. Adesso, la richiesta per quei diritti (civili) si esprime solo attraverso le elezioni, fermandosi alla scelta del candidato che meglio rappresenti tali richieste. I problemi sono gli stessi, ma la metodologia è cambiata.

GIULIANI: La richiesta dei movimenti riunitisi a Genova nel 2001 è stata quella di una maggiore partecipazione dal basso alle scelte politiche e sociali. La contestazione, muoveva contro i cosiddetti otto grandi rei di voler prendere decisioni che avrebbero riguardato l’intera popolazione mondiale. Il movimento a Genova rappresentava anche chi non c’era (chi si era fermato solo agli incontri nei vari forum sociali). Ancora una volta si è trattato di un monito di dissenso verso chi detiene il potere. La repressione che ne ha fatto seguito ha avuto l’effetto di cancellare la voce di rappresentanza di tutti quei popoli che nel mondo non hanno voce, spostando l’attenzione sulle violenze (vere e presunte) adombrando la vera richiesta dei popoli.

Dalla tutela dei diritti all’aspetto economico. Il movimento del dissenso attuale muove la propria contestazione verso un sistema capitalistico che tende ad inasprire le differenze tra i vari paesi. Dunque, sulla base di ragioni economiche ideali che trovano fondamento in problematiche di natura sociale?

BARALDINI: Sono venuti formandosi molti movimenti nel sud del mondo consapevoli della loro posizione che chiedono e vogliono un cambiamento. Ciò ha dato a noi in occidente una nuova consapevolezza sul nostro rapporto con loro e con i centri del potere. Da Genova fino al social forum di Firenze vi è stata una forte spinta positiva, che ha conosciuto poi una fase di stallo a causa dell’operato delle autorità che con la loro repressione (ed espansione della stessa) hanno causato una frantumazione del movimento, non più capace di sostenere quella spinta positiva, attraverso la scelta misura e chiara di dove, come e chi reprimere. A questo punto, dal movimento ci si sposta sul singolo (parlo da osservatore). Il movimento è stato incapace di sostenere una risposta unitaria, ci si trova di fronte ad un singolo contro uno Stato molto più potente dando luogo ad una visione di debolezza del movimento in se, che se avesse risposto in forma unitaria forse il rapporto sarebbe stato molto più equilibrato.

GIULIANI: Da giovane contestatrice degli anni settanta posso dire che allora si sognava l’internazionalismo, ci si trovava di fronte a qualcosa non ben definito, vivevamo ancora un capitalismo ristretto ai confini del nostro paese. La globalizzazzione del capitalismo ha fatto aumentare in modo esponenziale la forza e la potenza di quei pochi che voglio decidere le sorti di un intero mondo, rendendo estremamente debole la protesta di chi non è d’accordo. Inoltre, tale situazione ha inasprito l’antica malattia tipica della sinistra, che piuttosto che raggiungere la maturità di lavorare insieme ai movimenti, anche partendo da posizioni diverse, per raggiungere obiettivi comune preferisce guardarsi al suo interno. “Questo è quello che abbiamo sognato con Genova ma che poi si è frantumato”.

Lo spirito, gli ideali con cui ci si avvicina al mondo del dissenso oggi sono sentiti allo stesso modo rispetto agli anni settanta?

BARALDINI: Noi negli Stati Uniti avevamo degli obiettivi ben definiti, una questione fondamentale da cui non si poteva prescindere: c’era la guerra in Vietnam e noi dovevamo fermarla. Ciò comportava il muoversi lungo una strada che non percorrevi da solo, che conduceva alla militanza ed oltre. Diventava una scelta individuale che condizionava tutto. Adesso credo sia più difficile, non vi è una questione così determinante che ti chiama in causa che permette di effettuare un distinguo, di prendere una decisione netta: o sei per la guerra o contro. Adesso è più difficile.

GIULIANI: Bisognerebbe chiederlo ai giovani, da giovane militante negli anni settanta ricordo una condivisione di ideali che conduceva a percorrere una strada insieme, permettendoti di prendere una decisione netta; e per assurdo lo è anche oggi, anche se ci sono infinite guerre. Oggi è più complicato, per noi era più facile, i contorni erano ben definiti: tutto il bene era da una parte e tutto il male dall’altra. Oggi stabilire ciò è molto più complesso, i confini si sono allargati (e talmente confusi), per noi si fermavano alla nostra città; il resto lo immaginavamo. Questa situazione può disorientare, anche i ragazzi del social forum di Genova venivano da esperienza, storie obiettivi ed ideali differenti. Adesso è impossibile individuare una divisione così netta, ma ciò non ci deve far arrendere; questo mai, qualcuno diceva: “L’unica battaglia persa è quella che ho abbandonato”.

Il rapporto con la politica, il movimento del dissenso quale forma di democrazia dal basso rispetto a quelli che sono i canali istituzionali della politica….

BARALDINI: Io ho una posizione molto netta a riguardo, il movimento deve andare per la sua strada e cercare di mette radici, coltivare quelli che io chiamo i piccoli focolai di resistenza che ci sono sparsi per l’Italia, farli crescere e maturare e poi se si deve dialogare con la parte istituzionale della politica ben venga; per me comunque questa non è la priorità. Il mio punto di vista è che il dialogo con la parte politica istituzionale è un vicolo cieco, che in questo momento può solo danneggiare il movimento.

GIULIANI: “La politica è sempre politica”, il movimento ha sempre rappresentato la coscienza critica dei partiti della sinistra. Il dramma è che oggi ci si trova di fronte “ai movimenti”, non al movimento. I movimenti hanno subito un processo di frantumazione e diversificazione in infiniti distinguo che influiscono negativamente. È una cosa positiva che ad esempio i vari comitati “NO TAV”, “NO PONTE”, abbiamo costituito un patto di mutuo soccorso, ma ciò non garantisce quel rapporto stretto che permette di lavorare insieme è solo un patto di mutuo soccorso (se aggrediscono te io vengo in tuo aiuto)

Attuale contesto storico, crisi delle istituzioni e disinteresse dell’opinione pubblica. I fatti di Genova ed i relativi processi. Come definirebbe il rapporto politica magistratura?

BARALDINI: Quello che ho imparato attraverso il mio caso è che la magistratura non è assolutamente indipendente dalla politica. Nel mio caso ha deciso Fassino (all’epoca ministro della giustizia), il giudice di sorveglianza ha solo trascritto la decisione. In Italia l’indipendenza rimane solo lettera scritta, ma non corrisponde a prassi. Il racconto del viaggio per le prefetture italiane alla ricerca di quella che avrebbe accettato un impianto accusatorio come quello dell’attuale processo, credo sia stata una cosa studiata a tavolino. Certo, sarebbe stato meglio a livello politico per noi dar vita ad un impianto difensivo unico come movimento non individuale com’è accaduto.

GIULIANI: Sono cresciuta con la convinzione di avere come cittadina di questo paese una buona carta costituzionale. Nel corso degli anni mi sono resa conto, che tale dettato normativo è stato troppe volte disatteso ed inattuato, ma anche che sono in tanti che hanno voglia di mettervi mano. La costituzione rimane l’ultimo baluardo cha ci rimane. Parlo anche alla luce della mia recente esperienza in Senato quale senatrice della sinistra arcobaleno, dove spesso mi sono trovata (pur essendo membro della maggioranza) in minoranza all’interno di una maggioranza tutta da definire. Più volte si è tentato di mettere mano alla carta costituzionale nel tentativo di varare delle riforme, prima con Berlusconi, il cui tentativo fortunatamente è stato bloccato dal referendum popolare, poi dalla stessa maggioranza di cui ero membro. Dobbiamo difendere la nostra carta costituzionale sessant’anni fa come oggi, dobbiamo stare attenti a non farcela portar via con la scusa che è troppo vecchia è va ringiovanita. “Un accidenti”, quella costituzione ha impedito (anche peggio di quello che abbiamo vissuto e subito) il peggio e credo che dobbiamo continuare a difenderla.

Carla Filetti

 

Una piccola Guantanamo in Italia?

Testimonianza di un prigioniero arabo-islamico nelle carceri italiane

A gennaio del 2008 è stata aperta una nuova sezione Elevato Indice di Vigilanza a Benevento dove sono raggruppati soli prigionieri islamici. Una decina in tutto: 5 algerini, 1 egiziano, 1 tunisino ed un anziano palestinese di 82 anni, con problemi di salute, da 17 anni in carcere in Italia per i fatti dell'Achille Lauro. Cinque provengono dalla sezione EIV di Siano (CZ), due da Poggioreale, uno da Carinola (CE), uno da Sulmona e uno da Parma. La struttura della sezione è già di per se significativa: bocche di lupo alle finestre, oltre le reti; reti sopra il passeggio; luce e televisione vengono spente a mezzanotte; non sono state consentite le audiocassette con registrazioni religiose (già consentite nelle carceri di provenienza) e i libri permessi in cella sono limitati a cinque. Il regime di detenzione si è subito rivelato di tipo intimidatorio, teso ad imporre una disciplina vessatoria e militaresca: tra le numerose angherie si impone ai prigionieri di stare in piedi, in silenzio e di spegnere la televisione durante la quotidiana battitura delle sbarre delle finestre in cella. A chi distribuisce il vitto (uno dei dieci suddetti prigionieri) viene imposto, con minacce, da tre guardie  di non parlare con gli altri. In particolare, lo scorso 10 febbraio, una guardia ha minacciato due lavoranti di portarli in isolamento e di picchiarli se non avessero accettato le loro imposizioni. Strane coincidenze tra l'”etica” dei secondini addetti a questa sezione e quella dei reparti “speciali” operanti a Bolzaneto, alla Diaz e per le strade di Genova nel 2001. Il 27 febbraio, alle 10.30, il sottoscritto Yamine Bauhrama, in seguito ad una protesta verbale contro una guardia che, con tono fortemente provocatorio, mi diceva di non impiegare più di 10 minuti per la doccia. <<Chiudi la bocca e rientra in cella!>> è stata la sua risposta, dopodichè si avvicina e mi colpisce con un pugno in faccia, intervengono altre due guardie e mi riportano in cella. Alle 12 è tornata la guardia che mi aveva colpito per farmi uscire per l'ora d'aria “accompagnandomi” con pesanti insulti, scatta una colluttazione e intervengono altre guardie a calci e pugni. Gli altri prigionieri iniziano subito una battitura delle sbarre, quindi sono intervenuti un ispettore e un brigadiere che mi riportano in cella. Dopo due ore, alle 14.10, ritorna il brigadiere che mi accompagna dal medico per farmi visitare. Arrivato al piano di sotto dove è situata l'infermeria, già nel corridoio vengo colpito da una guardia con un pugno in testa, davanti all'ispettore e al brigadiere. Poi fui trascinato da tre guardie davanti al medico il quale mi ha solo guardato in faccia, senza neanche visitarmi, e ha riferito che era <<tutto a posto!>>, in seguito venni trascinato in una cella cinque metri più avanti dove entrarono una decina di guardie che cominciarono a picchiarmi con calci e pugni, alla testa e sul corpo, sbattendomi la testa contro il muro. Per dieci minuti almeno, alla presenza dell'ispettore, del brigadiere e del medico. Finito il pestaggio, mi hanno spogliato nudo con la forza, minacciandomi di morte nel caso avessi parlato. Gli altri prigionieri, sentendo le mie urla, hanno cercato di farsi sentire all'esterno con una battitura delle sbarre. Per 3 giorni sono rimasto in quella cella e in sciopero della fame. Il giorno dopo chiesi alla matricola di poter esporre denuncia di quanto accaduto ma non mi fu permesso.          Il 29 mattina sono andato in consiglio di disciplina, dove ho esposto l'accaduto al direttore ed al comandante. 15 giorni di isolamento è stato l'esito. Il 1 marzo vengo trasferito. Mentre salivo sul furgone un ispettore mi “ricordava” di non parlare con nessuno di quanto successo. Ora mi trovo nel carcere di Siano dove ho scontato i 15 giorni di isolamento per poi ritornare nella sez. EIV per soli prigionieri politici. Yamine BauhramaSiano, 20 marzo 2008

 

 

Fiabe dal carcere scritte da un ergastolano

Zanna blu vola fuori dal carcere

Perché ho deciso di scrivere fiabe?
Probabilmente perché le fiabe fanno crescere interiormente e io non sono ancora cresciuto o forse sono cresciuto troppo in fretta.
Probabilmente per rivalsa delle fiabe che nessuno mi ha mai raccontato o semplicemente perché una fiaba con la sua magia può trovare una via di uscita nel buio del mio cuore.
Probabilmente perché la fantasia mi offre la speranza che la vita reale non mi può più dare.
Probabilmente perché le fiabe mi riaccendono la speranza che possa tornare ancora bambino.
Probabilmente perché quando la sera ti accorgi che la vita diventa troppo difficile e non hai più nessuna speranza che possa cambiare in meglio, ci si attacca a tutto anche alla magia, perché senza neppure la speranza della nostra fantasia non ho la forza di affrontare le avversità della vita.
Probabilmente perché tramite le mie fiabe posso immaginare un eventuale lieto fine.
Probabilmente perché la notte quando la cella si riempie di orchi, mostri, zombi e lupi cannibali, spunta Zanna blu, Lupa bella, Coda bianca e Occhi neri e mi portano in un mondo migliore.
Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto - aprile 2008 

 

Figli del 41 bis

 

Brasile: estradizione di Cesare Battisti ora è nelle mani di Lula

 

Ansa, 17 aprile 2010

 

Il Supremo Tribunal Federal brasiliano (Stf) ha pubblicato oggi le motivazioni della sentenza con la quale mesi fa ha dato via libera all’estradizione in Italia dell’ex terrorista rosso, rilevando che ora spetta al presidente brasiliano pronunciare l’ultima parola: un documento, quello dell’Alta Corte, in cui si smonta in sostanza la tesi che Battisti sia un perseguitato politico.

Uno dei punti chiave delle motivazioni sulla sentenza contro Battisti, che si trova in un carcere di Brasilia, rileva infatti che i quattro omicidi - commessi alla fine degli anni 70 - per i quali l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo è stato condannato in Italia, sono stati perpetrati "senza alcun obiettivo politico immediato", né rappresentano "una legittima reazione ad un regime oppressivo". Il testo parla inoltre dell’Italia dell’epoca come di un paese "in piena normalità istituzionale dello Stato di diritto".

Proprio sulla base di tale punto, sottolineano analisti locali, nel caso in cui il presidente Lula decidesse di confermare l’asilo politico a Battisti - come hanno ipotizzato anche oggi alcuni media brasiliani - dovrà presentare una motivazione diversa dalla persecuzione politica.

Il dispositivo della sentenza pronunciata nel novembre scorso rileva inoltre che "nonostante la decisione" - e cioè il sì all’estradizione - dell’Alta Corte "non sia vincolante", Lula dovrà "osservare i termini del trattato di estradizione firmato tra Brasile e Italia". I giudici fanno in altre parole capire che pur avendo ora Lula l’ultima parola, lo stesso capo dello Stato dovrà muoversi nell’ambito dell’accordo di estradizione Roma-Brasilia in vigore da diversi anni.

A concedere lo status di rifugiato politico a Battisti era stato, nel gennaio 2009, l’ex ministro della Giustizia, Tarso Genro, che aveva preso tale decisione sulla base "dello statuto dei rifugiati del 1951", il quale prevede quali ragioni valide per la concessione dell’asilo "il fondato timore di persecuzione per motivi di razza o di opinione politica".

La pubblicazione delle motivazioni sul sito web dell’Stf (due pagine di sintesi, su un totale di 200) giunge pochi giorni dopo - lo scorso lunedì a Washington - di un colloquio tra il premier Silvio Berlusconi e lo stesso Lula, il quale in quell’occasione aveva fatto sapere di voler aspettare "le motivazioni" con cui la Corte avrebbe argomentato la sua sentenza.

Il premier aveva da parte sua espresso totale fiducia nei confronti delle autorità brasiliane per l’espletamento delle procedure di estradizione, oltre al rispetto nei confronti del lavoro dei giudici brasiliani. Ora il documento è di fatto sul tavolo del capo di Stato.

Fonti della difesa di Battisti hanno ricordato all’Ansa di avere cinque giorni di tempo, a partire da lunedì, per leggere e controllare con la lente d’ingrandimento le 200 pagine della sentenza. "Valuteremo se ci sono contraddizioni od eventuali punti oscuri nel testo", hanno rilevato le fonti, che secondo le norme brasiliane non hanno più possibilità di presentare ricorsi.

 

 


In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della  Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.

Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d'ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.

Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d'ansia.

Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all'ultimo giorno di pena segnato in sentenza.

Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.

Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d'ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d'attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.

I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.

Signor Ministro mi consenta  di dirle  che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l'ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.

 

Di Gregorio Girolamo

Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010

 

NO ALLA DEPORTAZIONE DEI ROM DA COSENZA

 

Come appartenenti alla rete antirazzista cosentina esprimiamo la nostra massima solidarietà e complicità ai fratelli rom accampati sulla riva sinistra del Crati. La vicenda rom oramai da anni spunta nelle piene invernali e scompare in primavera. Da ormai tre anni assistiamo al continuo rimpallo tra le istituzioni circa la questione campo rom senza nessuna soluzione, si sono susseguite solo chiacchiere e passerelle mediatiche fino ad arrivare a renderla emergenza da trattare come ordine pubblico.

I professionisti del sociale e dell'antirazzismo negli anni hanno millantato soluzioni al problema creando le emergenze per conquistare qualche passerella politica e incrementare i carrozzoni clientelari sui quali reggono il loro misero potere. Dopo tre anni ci ritroviamo nelle stesse condizioni del 2007 e oggi, a riprova dell'immobilismo di una intera classe politico-amministrativa, pende sul campo rom la spada di Damocle di uno sgombero che, entro primo marzo, spazzerà via quel microcosmo creatosi sulle rive del Crati nell'indifferenza generale.

I Rom a Cosenza hanno una lunga storia, da oltre 50 anni si assiste all'insediamento di comunità che interagiscono con la città a vari livelli, dalla strada alle stanze dei bottoni. Abbiamo assistito allo sgombero di capodanno di Gergeri e alla conseguente rasa al suolo delle baracche, con assegnazione di case, perchè in quella zona ricadevano gli appetiti dei signori del cemento e continuiamo ad avere sotto gli occhi la baraccopoli di via Reggio Calabria i cui abitanti da anni aspettano l'assegnazione di una casa. E tutti tacciono. Anche il buon Massimo Converso che alle comunità Rom di mezza Italia non può più avvicinarsi e che sulla falsa, quanto inutile, integrazione dei rom ha costruito la sua immagine e fortuna. Ma i rom romeni devono essere sgomberati, le baracche rase al suolo e la comunità deportata su modello Rosarno. Forse perchè non votano? O forse perchè la deriva razzista e xenofoba in questo Stato si materializza con azioni come quelle che abbiamo visto a Ponticelli, a Roma, a Milano, a Rosarno, a Corigliano e, domani, forse a Cosenza.

Rimandiamo al mittente gli attacchi miopi dei servi di partito derivanti dalla bieca visione dilagante secondo la quale amministrare la cosa pubblica sia una questione privata e che, peggio ancora, chiunque lavori con gli enti pubblici diventi automaticamente “fedele alla linea” del partito.

Riteniamo che fin'ora non c'è stata nessuna volontà di affrontare la “bomba” rom in chiave di diritti di cittadinanza, che gli attori istituzionali siano sempre gli stessi e che le dichiarazioni del Sindaco Perugini e del Presidente Oliverio di chiedere una proroga alla Procura sulla scadenza del 1 marzo siano solo un modo di prendere tempo fino alla prossima tornata elettorale senza avere nessuna intenzione di trovare una soluzione reale. Sarebbe bastata l'individuazione di un area demaniale per la costruzione di un campo-sosta e la messa in opera dello stesso per risolvere la questione e garantire le condizioni di dignità minime.

Continueremo a stare al fianco delle popolazioni migranti e nomadi costruendo con loro accoglienza dal basso senza nessuna velleità integrazionista, difendendo il loro diritto di esistere e vivere secondo la propria cultura e tradizione e, a differenza di Rosarno, faremo le barricate assieme a loro contro lo sgombero.

 

 

Febbraio 2010 Centro Popolare Occupato Autogestito Rialzo

 

 

Tortura nelle carceri italiane

Lettera aperta di Radi Elayashi da Macomer
 
“L’inizio della vicenda all’interno di Rossano”

Un caro saluto a tutti i compagni,
a metà marzo 2010 il sottoscritto è stato trasferito nel carcere di Rossano nella sezione EIV (elevato indice di vigilanza) (ora AS2, Alta sorveglianza), composta di soli prigionieri ‘islamici’, una decina in tutto. Subito ho riscontrato un regime di detenzione molto diverso dalla EIV dove ero stato precedentemente ristretto.
Sin dai primi giorni che siamo entrati nell’AS2 di Rossano la direzione  ha vietato molti dei nostri diritti e cose che prima in tutti gli altri carceri avevamo senza nessun problema: la radio, l’orologio, il lettore cd, i colloqui con i famigliari – per chi li ha, il campo sportivo…
Tutto questo nelle altre carceri dove eravamo stati non mancavano, ci sono anche nelle sezioni per soli musulmani (Asti, Macomer, Benevento). Il congelatore, per esempio, in sezione non c’è; ce n’è soltanto uno nel corridoio che porta al passeggio, ma non ci possiamo mettere niente, possiamo soltanto metterci l’acqua per il ghiaccio.
Al direttore abbiamo fatto molte richieste, rimaste però tutte senza risposta. Ci siamo sentiti presi in giro, dalla direzione non arrivava nessuna risposta.
Allora abbiamo iniziato a protestare. Abbiamo cominciato con il rivolgere le nostre lamentele ai capi delle guardie; facevo questo nel mentre ci recavamo all’aria, nel piccolo tragitto dalle celle al cortile. Poi siamo entrati in sciopero della fame, portato avanti per quattro giorni. Per ultimo abbiamo fatto alcune battiture notturne, alle 22,30, alle 1,45 e alle 4 del mattino.
Dopo tutte queste proteste nessuno ci ha risposto! Ci sentivamo sempre più sotto pressione e stavamo sempre più male. Il 29 giugno 2010 tutti abbiamo, fatto richiesta di trasferimento. Le guardie hanno sempre continuato a fare le perquisizioni alle celle. In una di queste alla mia cella, hanno prelevato vari oggetti con la scusa che non erano autorizzati. Quegli oggetti mi sono stati autorizzati dal momento che ero entrato in quel carcere. Ho fatto presente tutto questo alla guardia che aveva fatto la perquisa; a lui non importava nulla, anzi, mi provocava per crearmi dei problemi. Infatti mi sono innervosito troppo con lui. Il 6 luglio 2010 ha presentato un rapporto contro di me. Dal direttore per discutere del rapporto disciplinare sono andato assieme ad un altro prigioniero (Fezzani Moez).
Il direttore si è rivolto a me in modo molto arrogante, mi ha insultato come se fossi uno schiavo. Invece di darmi un consiglio umano, con il suo modo di parlare mi ha fatto innervosire abbastanza, allora gli ho detto delle parole pesanti. A quel punto sono intervenute le guardie. Mi hanno preso con forza e portato alle celle.
Quando gli compagni hanno saputo quello che era successo e che era stato punito anche Moez, si sono innervositi e hanno cominciato la battitura alle porte per solidarietà. Il vice-comandante e il brigadiere della sezione sono entrati in sezione per portarmi all’isolamento. Con loro c’erano molte guardie, ho paura per me, allora mi sono ferito al collo con una lametta, per far loro più paura mi sono ferito anche ad un dito. All’inizio mi sono rifiutato di uscire dalla cella, poi ho detto loro che sarei uscito se mi lasciavano prendere tutta la roba e se non mi toccavano. Hanno accettato. Poi ho capito che era una fregatura, che mi stavano dicendo menzogne.
Mi hanno portato all’infermeria dove, appena hanno visto il dito mi hanno detto che doveva essere cucito. Però non avevano l’ago per compiere l’operazione. Quando il dottore (o l’infermiere) è uscito per andare a prendere l’ago, sono rimasto solo con il brigadiere e una guardia che ha cominciato a dirmi di tutto. Parolacce e bestemmie solo per farmi innervosire e così crearmi problemi. Gli ho detto di non interrompermi mentre stavo parlando con un suo capo. La guardia mi dice di stare zitto, che lui non ha paura di me. In quel mentre arriva il comandante che da dietro mi da uno schiaffo, dicendo: eccomi qui. E’ stato come un segnale, tutte le guardie presenti mi hanno aggredito con forza per uccidermi. Con il manganello mi davano botte sul viso, su tutto il  corpo. In quei momenti  urlavo dal dolore, cercavo di evitare le botte del manganello dirette alla faccia, proteggendomi con la spalla destra – mi fa ancora male fino all’osso. Sono scappato dalle loro mani, mi sono buttato sotto il tavolo, loro allora hanno continuato colpirmi ma con i piedi e i manganelli. Mi hanno causato dei tagli profondi in particolare nel labbro superiore, da dove usciva molto sangue.
Successivamente sono stato portato all’isolamento, in una cella vicino alla sezione. Quella cella era priva di ogni cosa né finestre, né porta per il bagno, né luce. Più volte ho chiesto di andare in infermeria per essere visitato, per fare una radiografia alla spalla e per cucire il labbro. Il mio corpo era pieno di macchie blu a causa delle botte. Alle richieste non ha risposto nessuno.
La notte tardi è venuto, mi ha guardato nella cella buia. Gli ho chiesto di curarmi tutte le ferite; mi ha ascoltato, se ne è andato e non è più tornato. Nel secondo turno della notte è venuto anche l’infermiere; ha guardato e se ne è andato anche lui. Poi è venuto un altro, ho poi saputo che era lo psichiatra; non mi ha detto una parola. Dopo un poco è ritornato l’infermiere per farmi una puntura anti-dolorifica.
I medici hanno scritto che io ero completamente sano; e il medico psichiatra ha chiesto di lasciarmi in una cella  senza niente. Ha fatto questo senza avermi visitato!
In quella cella ci sono rimasto sei giorni, dormivo per terra senza vestiti, solo con un pantaloncino che indossavo all’inizio e senza nessuna cura.
Il 12 luglio 2010 sono stato trasferito nel carcere di Nuoro. Quando mi ha visitato il medico gli ho chiesto di registrare e prendere atto di tutti i segni rimasti sul corpo che erano ancora lì dopo quasi una settimana dal massacro.
Ho scordato di scrivere che dopo due giorni ho chiesto di andare in infermeria per denunciarli. Non mi hanno autorizzato.
Il medico e lo psichiatra anche loro sono colpevoli di tutto. Ho quattro testimoni detenuti che erano nell’isolamento quando mi hanno portato lì anche me. Hanno visto il comandante, le guardie e me. Ricordo bene le facce delle guardie e ho anche il nome di chi mi ha fatto rapporto. Il direttore ha ordinato l’aggressione contro di me.
Voglio denunciare tutti questi fascisti infami.
P.S. il 22 luglio 2010 mi è arrivata una notifica inviata dal DAP, in cui bengo punito a sei mesi di 14-bis, a sei mesi (isolamento) da scontare nel carcere di Nuoro (via Badu ‘e Carros 1, 08100 Nuoro).

Un cordiale saluto Elayashi Radi                                                                
Nuoro, 22 luglio 2010

 

Lager in Italia

Non mi uccise la morte, ma due guardi bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte.     (Fabrizio De Andrè)

 Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto l’audio shock del comandante delle guardie del penitenziario di Teramo aggiunge altro orrore al dramma delle carceri. (Fonte: “Il Manifesto”,  martedì 9 novembre 2009).  

Ecco due testimonianze tratte dalla tesi di laurea “Vivere l’ergastolo”: 

Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dalle guardie, dopo che mi vengono messe le manette vengo fatto salire in una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto una guardia impugna la pistola e mi dice “Stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era,  ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia,  quando sento il grilletto girare a vuoto … una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice:”Ora scappa,  corri per la campagna”.  Io con la testa faccio segno di no. Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: “Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile,  ma non posso farlo più forte della jeep,  finchè con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento delle guardi carcerarie.(Matteo Greco,  carcere di Pianosa 1992)  

Dopo i primi giorni avvenne il primo pestaggio: quando si usciva all’aria gli sgherri erano messi in fila con i manganelli nelle mani. Un compagno anziano, lento nei movimenti, rimasto indietro, venne preso a calci, pugni e manganellate. Sentivamo urli strazianti. Al ritorno vedemmo tutto il sangue sparso nel corridoio, ma noi eravamo troppo impauriti per potergli dare la nostra solidarietà. E quella nostra debolezza fu l’inizio della fine, perché fatti del genere in seguito si ripeterono sovente.    In quel periodo imparai a conoscermi a crescermi dentro, scoprii che lo Stato è peggio di quel che credevo, mi faceva conoscere privazioni, torture e patimenti nell’assenza totale di legalità, giustizia e umanità. In quella maledetta isola persino i gabbiani erano infelici per quello che vedevano. Alla fine, nell’estate del ’93, iniziai a fare lo sciopero totale della fame …(Carmelo Musumeci,  carcere dell’Asinara 1992)  

Perchè meravigliarsi tanto dell’omicidio di Stefano Cucchi e delle botte ai detenuti?Il carcere in Italia è così e basta e non deve rendere conto a nessuno. Perché queste lacrime di coccodrillo da parte dei politici e dei mass media?Non è un segreto che in carcere i detenuti vengono picchiati, è sempre stato così e sempre sarà così.Vengono picchiati soprattutto i detenuti più deboli, i più soli e i più emarginati.     Carmelo Musumeci          Carcere di Spoleto

Novembre 2009

www.urladalsilenzio.wordpress.com    

 

Un caso Cucchi anche in Calabria

Un caso Cucchi anche nel carcere di Catanzaro dove morì giovane di Cosenza

13 nov 09 Ci fu un caso Cucchi anche nel carcere Siano di Catanzaro dove un giovane cosentino, Emiliano Mosciaro, morì per una appendicite trasformatasi in peritonite acuta con stato di necrosi avanzata. A rimarcarlo è la sorella di Mosciaro, Paola, che racconta come nell’agosto del 2003 il fratello morì in ospedale a Catanzaro appena trasferito dal carcere. Per la morte dell’uomo due medici del carcere sono sotto processo per omicidio colposo. Secondo l'accusa, i due non avrebbero messo in atto terapie adeguate per evitare che l’appendicite degenerasse nella peritonite che uccise Mosciaro. Sono convinta -dice oggi la donna- che nessuno pagherà per la morte di mio fratello. Sono passati sei anni ed ancora non siamo venuti a capo di niente. Il processo va avanti a suon di rinvii. Ormai spero solo nella giustizia divina perché in quella umana non ci credo più da tanto tempo. Si spera sempre che cambi qualcosa, ma poi la speranza muore. Quello che è successo a Stefano Cucchi è qualcosa di disumano. Anche dopo morto -ricorda la donna- c'erano gli agenti della polizia penitenziaria a guardare il corpo di Emiliano e ci fecero allontanare. Dovemmo aspettare l’autorizzazione del giudice per poter piangere mio fratello. Questa cattiveria mi rimarrà dentro per tutta la vita.

 

 

Pestaggio nel carcere di Teramo

TERAMO - "Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali. 

Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.

In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.
La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un'indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell'istituto".
Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, faranno visita al carcere.

Intanto la Uil chiede chiarezza e verità anche a tutela della professionalità e dell'impegno quotidiano della polizia penitenziaria di Teramo.

"Noi possiamo solo affermare - sottolinea la segreteria regionale - che la violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo che, invece, pur tra mille difficoltà hanno più volte operato con senso del dovere, abnegazione e professionalità. Ciò non toglie che la verità vada ricercata con determinazione e in tempi brevi. Noi vogliamo contribuire a questa ricerca impedendo, nel contempo, che si celebrino processi sommari, intempestivi e impropri".


Anche il notevole sovraffollamento è causa di forti tensioni. L'istituto potrebbe contenere al massimo 250 detenuti, ne ospita circa 400. Un solo agente per sezione deve sorvegliare, nei turni notturni, anche più di 100 detenuti; un flusso di traduzioni che determina l'esaurimento di tutte le risorse disponibili.

ascolta il video dal sito di repubblica.it

http://tv.repubblica.it/copertina/il-detenuto-si-massacra-da-solo-non-davanti-a-tutti/38587?video

 

SCANDALOSO:Stefano sarebbe morto in carcere per una caduto

ROMA – Bisogna giungere alla verità nel più breve tempo possibile. E’ questo l’appello lanciato nuovamente dalla famiglia del giovane Stefano Cucchi, il ragazzo morto inspiegabilmente mentre era detenuto nel carcere Regina Coeli di Roma, in occasione della conferenza stampa organizzata giovedì al Senato.

Nel corso  dell’appuntamento con i cronisti a Palazzo Madama, promosso dal presidente dell’Associazione ‘A buon diritto’, Luigi Manconi, a cui hanno partecipato il legale dei Cucchi, Fabio Anselmo, e alcuni parlamentari, tra i quali Emma Bonino, Rita Bernardini, Felice Casson e Renato Farina, sono state distribuite le foto scattate a conclusione dell’autopsia sul corpo del ragazzo. Immagini che mostrano chiaramente il volto tumefatto di Stefano e i numerosi traumi su tutto il corpo. Il giovane avrebbe riportato, infatti, numerose contusioni, l’arretramento di un bulbo oculare, una frattura alla mascella e numerosi danni alla dentatura.

Segni, questi, che rendono quantomeno discutibile la versione della caduta dalle scale   

“L'atto di morte è stato acquisito dal pm - ha spiegato il legale Fabio Anselmo, che ha seguito anche la vicenda del giovane Federico Aldrovandi - per cui non abbiamo in mano nulla, se non le foto scattate dall'agenzia funebre e un appunto del medico legale. Non sono stati riscontrati traumi lesivi, a quanto appare, che possono averne causato la morte. Si parla di ecchimosi ed escoriazioni e sangue nella vescica, per cui è difficile sapere quando e soprattutto come è morto”.

Ciò che è certo è che Stefano venne fermato il 15 ottobre scorso per detenzione di sostanze stupefacenti al Parco degli Acquedotti di Roma e che è morto al nosocomio capitolino Sandro Pertini il 22 ottobre, dopo il ricovero al Fatebenefratelli e la detenzione al Regina Coeli. In tutto questo lasso di tempo, dal fermo alla morte, ai familiari non è stato permesso di visitarlo.

Le spiegazioni fornite in Parlamento dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha parlato di una “caduta accidentale dalle scale”, non sono per nulla sufficienti. La famiglia continua a chiedere che si faccia piena luce sul caso, senza reticenze di sorta. Il padre di Stefano chiede la verità anche al ministro La Russa. “Mio figlio in quei momenti era sotto la tutela dello Stato – ha detto Giovanni Cucchi - dunque questa vicenda non può passare sotto silenzio. E dato che è stato preso in consegna dai Carabinieri chiediamo chiarezza anche al ministro della Difesa Ignazio La Russa”.
Della vicenda si è interessata anche l’associazione Antigone, il cui presidente Patrizio Gonnella afferma: “Abbiamo fatto una ricostruzione fedele dei giorni che vanno dall'arresto di Stefano Cucchi alla sua autopsia, di cui stiamo ancora aspettando l'esito”. All’agenzia Cnr Media, Gonnella sottolinea come “le fotografie [del giovane deceduto ndr.] parlano da sole, così eloquenti da diventare imbarazzanti”. Impossibile quindi che sia caduto: “Dovrebbe essere caduto prima di schiena e poi di faccia, molto strano e difficile. Forse solo una caduta sugli sci potrebbe causare danni così disparati e diffusi”. Da qui la necessità di “un'inchiesta rapidissima, altrimenti – conclude Gonnella – potrebbe diventare melmosa, come in altri casi. I fatti sono facili da accertare: si possono sapere rapidamente i nomi dei carabinieri che hanno arrestato Stefano Cucchi, si interrogano, si scopre la verità in meno di 48 ore”.

foto e aggiornamenti su: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=7254:la-famiglia-cucchi-invoca-giustizia-per-stefano-le-foto-shock-del-ragazzo&catid=90:cronaca&Itemid=288

 

ROMA

- «Vogliamo la verità sulla morte di Stefano. Quando lo hanno arrestato stava bene. La mattina dopo aveva il volto tu­mefatto. Sei giorni più tardi è morto, senza che noi potessi­mo vederlo prima...». È lo sfo­go di Ilaria, sorella di Stefano Cucchi, 31 anni, geometra nello studio di famiglia nel quartiere Casilino. Il ragazzo, basso di statura e molto magro, è stato arrestato la notte del 16 ottobre nel par­co Appio Claudio. I carabinieri lo hanno bloccato mentre spac­ciava droga: ecstasy, cocaina e marijuana. Cucchi, piccoli pre­cedenti alle spalle, è stato ac­compagnato a casa dove viveva con i genitori per la perquisizio­ne. Il padre e la madre lo hanno visto che «camminava sulle pro­prie gambe - ricordano - . Era preoccupato, è normale, ma sta­va bene. E non aveva alcun se­gno sul viso».

 

La mattina suc­cessiva, al termine dell’udienza di convalida in tribunale, il ra­gazzo è stato condotto a Regina Coeli dopo che i carabinieri lo avevano consegnato alla poli­zia penitenziaria. «Non c’è sta­to alcun maltrattamento», assi­curano i militari dell’Arma. Cucchi, secondo la ricostru­zione dei carabinieri, ha trascor­so la notte dell’arresto in came­ra di sicurezza nella stazione Tor Sapienza. «Appena arrivato ha detto di essere epilettico - ag­giungono i militari dell’Arma ­. In quella stessa notte il pianto­ne l’ha sentito lamentarsi. Tre­mava, aveva mal di testa. Così è stata chiamata un’ambulanza, ma Cucchi ha rifiutato le cure e non è voluto andare in ospeda­le. Poi si è messo a dormire e la mattina è stato condotto in tri­bunale ». Quando il giovane è arrivato in carcere è apparso però in pre­carie condizioni. È finito al pronto soccorso, «per dolori al­la schiena», spiegano Luigi Manconi e Patrizio Gonnella, delle associazioni «A buon dirit­to » e «Antigone», e il giorno successivo nel reparto peniten­ziario del «Pertini». Lì è morto per arresto cardiaco la notte di giovedì scorso. E solo allora ai genitori e alla sorella è stato permesso di vederlo, ma da die­tro una vetrata: «Aveva il volto pesto, un occhio fuori dal bul­bo, la mandibola storta», rac­contano.

Ora si attende l’esito dell’autopsia, già effettuata, «senza darci il tempo di nomi­nare un perito di fiducia, anche se sembra che Stefano avesse tre vertebre rotte», sottolinea Ilaria, che ha nominato come le­gale Fabio Anselmo: è lo stesso che ha assistito la famiglia di Fe­derico Aldrovandi, il giovane morto a Ferrara nel 2005 dopo una colluttazione con alcuni po­liziotti che lo stavano arrestan­do. «Vogliamo la verità - con­clude Ilaria - Stefano era un bra­vo ragazzo. Avrà pure commes­so qualche errore, ma non dove­va morire così».

Paolo Foschi e Rinaldo Frignani
Corriere della sera, edizione romana pagina 5
27 ottobre 2009

AGGIORNAMENTI E FOTO DEL CADAVERE DI STEFANO: http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx

 

 

Castrovillari (cs): due detenuti suicidi in 20 giorni...

Un detenuto 39enne di Morano Calabro si è tolto la vita nel pomeriggio di domenica scorsa impiccandosi con la cintura dei pantaloni.Un nuovo suicidio nel carcere di Castrovillari: stavolta a togliersi la vita è stato un 39enne di Morano Calabro, che nel pomeriggio di domenica scorsa, verso le 16.30 si è impiccato utilizzando la cintura dei pantaloni. Il suicidio del detenuto, C.N., arriva a poco più di quindici giorni da un altro decesso, quello di un diciannovenne cileno che si è ucciso impiccandosi con un lenzuolo. Il giovane, con problemi di tossicodipendenza, era stato arrestato nel luglio scorso per furto, ed era recluso "a disposizione dell’autorità giudiziaria".Su questo nuovo caso è intervenuta Rita Bernardini, deputata dei Radicali/Pd e membro della Commissione giustizia. "Oggi in quell’istituto penitenziario - ha detto la deputata - erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Credo che il Ministro Alfano non possa continuare a limitarsi a fare dichiarazioni che prospettano soluzioni a medio o lungo termine come quelle che si riferiscono alla costruzione di nuove carceri".Secondo Bernardini, "occorrono misure urgenti da più parti proposte per arginare l’emorragia di vite umane che si manifesta con l’incredibile numero di suicidi o con la morte civile e senza speranza di chi è costretto a vivere in modo indegno di un Paese civile. E qui ci metto anche tutto il personale, direttori compresi".  

Dal Quotidiano di Calabria, 30 settembre 2009 

 

 

BRUNO BELLOMONTE LIBERO, LIBERI TUTTI!

A giugno, la prima operazione repressiva proG8 portava nel carcere di Regina Coeli/Roma,  6 persone “ per ricostituzione delle br, un marchio facilmente  abusato per mettere a tacere anche le critiche democratiche! A luglio, in corso G8 e nel moltiplicarsi degli arresti a Torino, Roma, Napoli, (compagne/i che tuttora subiscono misure coercitive firme, domicilio coatto, ecc.), il beghino Tribunale della Libertà di Roma confermava gli arresti.A fine luglio, nel post G8 il trasferimento punitivo nel carcere speciale di Catanzaro, nonostante le“esigenze istruttorie e le leggi carcerarie deponessero per la detenzione romana.A nulla sono valse le documentate e circostanziate risposte di gran parte degli arrestati e delle loro difese, tese a dimostrare l’impossibilità e l’inesistenza delle ipotesi accusatorie, surrogate sostanzialmente da vacue e suggestionanti interpretazioni delle intercettazioni telefoniche.Questa inchiesta fa acqua da tutte le parti. Non c’è uno straccio di prova, né di sufficienti indizi: gli accusati tra loro tutti non si conoscono, alcuni non sanno nemmeno cosa vuol dire la politica, altri sono vicini o ben oltre la pensione !Che razza di banda armata è mai questa??! Dove l’unico che fa riferimento ad un rapporto organizzato è Bruno Bellomonte, che milita nel partito indipendentista sardo “A manca pro indipendenza”, che al momento del suo arresto ha ribadito, ove mai ce ne fosse bisogno, che il partito e Bruno agiscono alla luce del sole Bruno è stato candidato nelle recenti elezioni regionali sarde nella Lista Unitade Indipendentista”/prov.Olbia-Tempio e che i loro proponimenti e il loro modo di agire è abissalmente antitetico a quello delle “brigate rosse.Conosciamo bene e da lungo tempo Bruno Bellomonte, compagno tra i più stimati e conosciuti in Sardegna per antica militanza sociale e sindacale, è personaggio pubblico non ha niente da nascondere. Bruno è ferroviere, capostazione a Sassari, sindacalista dell’’UCS fin dalla prima ora poi confluito nell’SDL, rispettato e benvoluto dai colleghi e dalla cittadinanza.Bruno non ha fatto in tempo a sottrarsi dalle mire di una fallace inchiesta cagliaritana contro l’indipendentismo in cui magistrati hanno dovuto prendere atto delle stringenti prove documentali prodotte, rimettendolo in libertà dopo 10gg dall’abusivo arresto nel 2007 che i sodali romani non trovano di meglio che rimetterlo in mezzo, testimonianza di un modo di agire desolante di inquirenti, che abusano in luoghi comuni, ripetitività dei soggetti, melassa di chiacchiere.Insomma, come in un gioco di ruolo il clichè è scontato, basta variare le circostanze e i nomi buoni per l’occasione (e qui c’è in ballo il G8!), tanto i mandati di cattura sono in bianco! E anche se il tutto si rivela una bufala l’impunità è garantita, vige la ragion di stato!E lo stato non paga pegno. Al massimo, nonostante la documentata condotta anticostituzionale, ci scappa qualche condanna che si esaurisce nella prescrizione  e nella promozione dei sediziosi, vedi Genova 2001, con le sentenze Bolzaneto-Diaz e le richieste di condanna per l’ex Capo della Polizia Di Gennaro e varia consorteria .Povera Italia! Misere istituzioni, ridotte a certificare la propria esistenza  solo per mantenere poltrone, incarichi e apparati, facendosi scudo a comando e/o a vuoto”di inchieste fasulle e fantasmagoriche, di cui peraltro non si deve rispondere, visto il degrado e la decadenza della Repubblica.Cosa si cerca di fare con questa inchiesta? Di sequestrare il più a lungo possibile un compagno responsabile e leale? Di condizionarlo e piegarlo con il carcere duro? Dopo 45 gg. di isolamento a R.Coeli (murato vivo:solo, 10’d’aria in chiostrina,senza libri), il confinamento nella cajenna di Catanzaro, sempre in isolamento: una sadica punizione, testimonianza di quanto siano spietate e infami le istituzioni, che peraltro impongono ai familiari ingenti spese e sacrifici..Come Cobas e cittadini tesi a garantire le libertà costituzionali e il diritto a perseguire la giustizia sociale, non permetteremo che si compia questo ennesimo misfatto, parteciperemo e metteremo in atto tutte le iniziative tese a smascherare questa operazione repressiva e a riportare presto liberi gli arrestati. 

                                                 Confederazione Cobas

 

 

L'appello per la scarcerazione di Bruno

 

In questi giorni ho ricevuto una lettera dalla casa circondariale di Siano- Catanzaro. La lettera ma ha fatto enorme piacere,chi la ha scritta è Bruno Bellomonte. Bruno è stato arrestato ( unico sardo ) il 10 giugno scorso ( un mese prima del G8 ) insieme ad altre quattro persone dall’antiterrorismo, con la solita imputazione di comodo, legami con forme di lotta armata ( Brigate rosse ).Sono certo che questa provocazione fallirà come ha fallito quella precedente chiamata Arcadia. La storia si ripete lo Stato italiano e le forze dell’ordine, con la scusa della lotta armata ( nuove BR ),trovano un capro espiatorio e continuano a perseguitare e criminalizzare i comunisti,gli indipendentisti,i rivoluzionari e il loro lavoro,il tutto per mettere paura. Questa inchiesta fa acqua da tutte le parti. Non c’è uno straccio di prova,né sufficienti indizi : gli accusati tra di loro non si conoscono,alcuni sono vicini alla pensione! Che razza di banda armata è questa ? Non conosco personalmente Bruno Bellomonte,ma da notizie avute da numerose compagne e compagni,posso dire con certezza che Bruno è ferroviere capostazione a Sassari. Un compagno tra i più stimati e conosciuti in Sardegna per antica militanza sociale e sindacale,è un personaggio pubblico che non ha niente da nascondere. Bruno Bellomonte è un militante del Partito indipendentista sardo “ A manca pro s’indipendentzia “. E’ stato candidato nelle ultime elezioni regionali sarde nella lista “ Unitade Indipendentista “; quindi il suo agire è antitetico a quello delle “ Brigate rosse “, Personalmente rilancio con forza la richiesta, che a Bruno venga riconosciuto il diritto di scontare la custodia cautelare in Sardegna. Inoltre mi auguro che al fianco e per la sua liberazione , prendano posizione politici,partiti,associazioni e cittadini a cui non vanno giù le ingiustizie sociali. La mobilitazione per Bruno è già in atto ,ci sono state varie manifestazioni ed è previsto un concerto per il 19 settembre. Dalla lettera che ho ricevuto ho la certezza che Bruno ha una grande forza interiore. Mi auguro di rivederlo al più presto al nostro fianco,battersi per la tutela dei lavoratori ,nelle lotte sociali,contro lo sfruttamento e la salvaguardia del nostro territorio e della nostra isola. Da parte mia continuerò il mio rapporto epistolare con Bruno,sia per informarlo degli eventi,sia per fargli coraggio. Invito tutti quindi a sottoscrivere l’appello per Bruno Bellomonte libero.



Antonello Tiddia

RSU Carbosulcis



- per adesioni all’appello : Libertate pro Bruno

- scrivere nome,cognome,carica di partito-sindacato o lavoro,luogo.

- Il tutto alla mail : tiddia.ant@gmail.com
 

 

Bruno è detenuto nel carcere di catanzaro, per scriverlo:

via tre fontane, 28

siano-catanzaro 88100

 

 

Sulla passerella di ferragosto in carcere...

 Ferragosto in carcere. Questa l'iniziativa lanciata dai Radicali che vede la partecipazione di oltre 150 fra europarlamentari, deputati, senatori e consiglieri regionali che, nella giornata di oggi, visiteranno le carceri italiane per toccare con mano le condizioni di sovraffollamento in cui sono costretti a vivere quasi 64.000 uomini, donne e, ahinoi, bambini. Ad una lettura superficiale dell'evento si potrebbe rimanere favorevolmente colpiti perchè sembrerebbe, d'un tratto, che la deputazione nazionale sia attenta e sensibile alle condizioni di tutti i cittadini, detenuti compresi. Facendo, invece, una riflessione più attenta e critica dell'iniziativa non possiamo non considerare alcuni fattori che, a nostro avviso, determinano le condizioni di disumanità e sovraffollamento delle carceri. E non solo a Ferragosto. Le cause del sovraffollamento sono da ricercare nelle leggi varate negli ultimi 10 anni che puniscono con la reclusione le “diversità” scomode (migranti, consumatori di sostanze, popolazioni che lottano per difendere la propria terra dagli scempi, ecc.) e nelle campagne mediatiche criminogene che “mostrificano” intere categorie sociali solo per consentire ai governi (di entrambi gli schieramenti politici) il controllo sociale tout court attraverso la massificazione dei nuovi sistemi di controllo e di carcerazione sociale. Inoltre, il continuo martellamento mediatico sulle finte emergenze criminali oltre a creare insicurezza sociale è utile a coprire la crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Troviamo quantomeno strano, infatti, che il “tour” non preveda l'ispezione dei Centri di Permanenza Temporanea o Centri di Identificazione ed Espulsione (nuova – ma nenache tanto – modalità di carcerazione), forse perchè in casa PD si teme di essere additati come gli istitutori di questi lager? Carceri e CPT o CIE che dir si voglia, sono di fatto discariche sociali in cui vengono ammassati portatori di bisogni sociali a cui lo Stato non riesce a dar risposte. Disoccupazione e precarietà diffusa generano il brodo di coltura della criminalità inducendo a delinquere per bisogno tanto più al Sud dove diventa la condizione strutturale lasciataci da oltre un quarantennio di saccheggi dei fondi destinati allo sviluppo operati, indistintamente, da tutte le classi politiche e dirigenziali che, al massimo, hanno creato interi carrozzoni clientelari lasciando la gente alla loro mercé e in uno stato di ricattabilità permanente.Le attuali condizioni di sovraffollamento impongono risposte forti e assunzioni di responsabilità collettive e non in termini repressivi ma costruttivi. Costruire diritti e non nuove carceri, riconoscere e affermare i bisogni e dare risposte adeguate, devono essere alla base di un'azione politica che vada nella direzione di una riduzione dello Stato penale e dell'ampliamento dello Stato sociale. Cancellazione delle leggi Bossi-Fini, Fini-Giovanardi e del Pacchetto sicurezza come priorità. Reddito di cittadinanza  come forma di riscatto sociale, di lotta concreta alle logiche clientelari e delinquenziali. Pertanto, riteniamo strumentale la “passerella di ferragosto”, ma, al tempo stesso, speriamo che gli “Onorevoli Visitatori” riusciranno a “specchiarsi” nell'umanità che troveranno riconoscendo le proprie responsabilità e riflettendo, almeno interiormente, sulla (in)utilità del carcere oggi.  

Associazione Yairaiha

Collettivo “L'Evasione”

 

Manitestazione 8 Agosto 2009 - NOI IL PONTE NON LO VOGLIAMO

Dopo le straordinarie mobilitazioni degli anni scorsi e l'illusorio congelamento operato dal Governo Prodi, la mostruosa sagoma del Ponte è tornata a minacciare lo Stretto di Messina. E fa ancora più paura!
Non esiste un progetto definitivo, probabilmente mai ci sarà, ma già si vuole partire con le opere propedeutiche come lo spostamento dell'asse ferroviario di Cannitello e quel delirio di svincoli, raddoppi, gallerie, varianti e viadotti che dovranno collegare il Ponte: l’area dello Stretto trasformata in un immenso cantiere per un tempo indefinito, come è per la Salerno – Reggio Calabria ma con delle ripercussioni probabilmente ancor più pesanti.

La classe dirigente, incapace di organizzare un sistema dignitoso di servizi e di trasporto locale nello Stretto, usa la favola del Ponte come risoluzione di tutti i problemi. E mentre si sbandiera questo spauracchio, le Ferrovie dello Stato diminuiscono periodicamente il numero di corse, di navi e quindi di personale, la rivale-commare Caronte&Tourist da l'ennesima mazzata aumentando le tariffe per i non graditi pendolari, non si parla più del progetto di "Metropolitana del Mare" e gli aereoporti di Reggio e Catania degradano progressivamente.

Nonostante questo, siamo ancora costretti a sentire professoroni universitari che ci vengono a propinare il solito ritornello del Ponte che porterà "sviluppo", per chi e per cosa non ci è dato sapere!
Sicuramente non ne troverebbero vantaggio gli studenti ed i pendolari che attraversano quotidianamente lo Stretto, né la massa di disoccupati calabresi e siciliani che aspettano trepidanti l’apertura dei cantieri, mentre ne godrebbero le solite lobby, le multinazionali e le mafie. Non a caso, in una fase di crisi economica come quella che stiamo attraversando, il Governo decide di investire ancora nelle grandi opere e nel Ponte, invece di contrastare le migliaia di licenziamenti di cui abbiamo notizia ogni giorno.
Noi sappiamo che un sistema integrato di trasporto nello Stretto efficiente, realistico e pubblico è possibile, attraverso il potenziamento e l’ammodernamento delle flotte navali, un migliore utilizzo dei porti e delle infrastrutture ed una riorganizzazione complessiva dei collegamenti: opere sicuramente meno costose ed impattanti del Ponte, ma con il valore aggiunto di creare molti più posti di lavoro duraturi. Per questo noi non vogliamo il Ponte e parteciperemo in maniera convinta alla manifestazione dell'8 agosto a Messina, dietro lo "storico" striscione del movimento NoPonte calabrese che tantissime piazze italiane ha attraversato.

A tutte e tutti quelli che per partecipare alla manifestazione dovranno attraversare lo Stretto,
 diamo appuntamento nel piazzale antistante la stazione di Villa San Giovanni alle ore 15.30.
Già dalla sera prima il c.s.o.a. Cartella sarà Zona NoPonte: musica, video e balli per la difesa dello Stretto!


C.S.O.A. CARTELLA

 

TANTO RUMORE PER UN CARCERE, LA PROTESTA DELLE DETENUTE DELLA DOZZA

Ancora proteste per le condizioni all'interno del carcere bolognese: le detenute sbattono contro le sbarre da tre giorni e chiedono soluzioni alla condizione di sovraffollamento.

Bologna - Negli ultimi mesi dal carcere della Dozza sono arrivati moltissimi segnali di denuncia delle pessime condizioni in cui versa la casa circondariale bolognese, e della situazione invivibile in cui sono costretti i suoi detenuti.  Già a giugno i detenuti avevano iniziato uno sciopero della fame, continuato poi l'8 luglio, vedendo un'altissima partecipazione. Scioperi e proteste che sono riusciti a farsi sentire fuori dalle mura del carcere, sia grazie alla denuncia di Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà personale, che alla lettera aperta dei 4 ragazzi dell'onda bolognese arrestati nell'operazione Rewind. In entrambi i casi viene dipinto un quadro fatto di terribile sovraffollamento, di precarie condizioni igieniche, di cibo insufficiente, di carenza di personale educatore e di largo uso di psicofarmaci.

Questa volta la protesta nasce invece dalle sezioni femminili del carcere bolognese e viene resa nota proprio dalla Desi Bruno, a cui le detenute hanno consegnato un documento con le loro motivazioni. Da tre giorni infatti sbattono rumorosamente contro le sbarre e le porte della Dozza, per tre volte al giorno.
Vogliono attirare l'attenzione sull'insostenibilità del sovraffollamento e dei problemi che ne conseguono, come il cambio ritardato delle lenzuola, la carenza di attività che porta a dover rimanere in cella anche 20 ore al giorno. A questo si sommano le difficoltà nel riuscire ad avere misure alternative alla detenzione anche nel caso di detenute con figli o malate.
DA infoautbologna                                                                                        31/07/09

 

LETTERA APERTA ALLA CITTA' DI BOLOGNA DAL CARCERE DELLA "DOZZA"


 Alla città di Bologna,
siamo Alessandro Boggia, Ernesto Rugolino, Marco Mattei e Francesco Zuanetti, i quattro giovani studenti dell'università bolognese arrestati lo scorso 6 luglio a seguito dell'operazione rewind e detenuti per due settimane presso la casa circondariale "Dozza".

Questa lettera aperta che rivolgiamo a tutta la città di Bologna, vuole essere una piccola e breve testimonianza diretta circa le drammatiche condizioni in cui si trovano a vivere i detenuti e le detenute della Dozza.

Ci siamo infatti trovati in prima persona a vivere una situazione di sovraffollamento, di cui i soli numeri non riescono neanche minimamente a rendere ragione; infatti un carcere pensato per non più di 600-700 detenuti, ora che si trova ad ospitarne circa 1200, vede esplodere il numero di persone per cella: fino a 3 per cellette da una persona e fino a sei per celle da 2-3 persone.

Oltre la drastica riduzione dello spazio disponibile, il sovraffollamento è causa di precarie condizioni igieniche, con il rischio di diffusione rapida di malattie veneree ed infettive anche a causa dell'impossibilità per molti detenuti di accedere a medicine, spesso troppo costose, e anche a causa di docce sporche e spesso senza acqua calda anche di inverno, che scoraggia il detenuto ad usarle; le celle si presentano piccole, con materassi vecchi e messi a terra per mancanza di letti, con forniture a singhiozzo ed incerte di detersivi ed igienizzanti per la pulizia della cella e dei sanitari, lenzuola cambiate solo una volta al mese con razioni giornaliere di cibo spesso insufficienti a coprire il fabbisogno calorico minimo per non deperire ed indebolirsi fisicamente ed immunitariamente.

Il sovraffollamento è causa anche dell'inutilizzo del reparto infermeria per i fini per cui è stato istituito, ovvero come luogo di cura per quei detenuti delle sezioni giudiziari che necessitavano di un reparto di cura in caso di malattia: infatti questa ala del carcere si trova ad essere in tutto e per tutto una zona di detenzione con permanenza fino a 2 mesi, usata come zona di "parcheggio" dei nuovi giunti o come valvola di sfogo quando le sezioni giudiziarie sono colme.

A fronte di questa situazione c'è anche una situazioni di carenza di personale educatore, psicologo, sanitario e soprattutto l'inesistenza di figure come i mediatori culturali che possano fungere da tramite fra la componente straniera della popolazione carceraria (la maggioranza) ed il resto del carcere come gli altri detenuti, il rapporto con i medici per il proprio stato di salute ecc.. E' infatti soprattutto, ma non solo, questa componente migrante che si trova abbandonata a se stessa, con enormi difficoltà di lingua a comprendere i propri diritti ed a rivolgersi al personale di guardia, giuridico o medico.

A fronte delle problematiche sociali e di relazioni tra i detenuti in ambienti così sovraffollati, con una facilità a dir poco disarmante, abbiamo poi assistito alla prescrizione di psicofarmaci da parte degli psichiatri dell'istituto ai detenuti dell'istituto, come soluzione immediata delle difficoltà psicologiche, fuori da ogni percorso di comprensione di queste, di valutazione del rischio di somministrare medicinali senza controllarne periodicamente gli effetti e la risposta dei detenuti, con un rischio forte e immediatamente visibile di dipendenza ed assuefazione a sostanze psicoattive.

La mancanza di spazi adeguati per le attività ricreative, di biblioteche, di accesso ai quotidiani, di strutture sportive, ecc... fa il paio con la precarietà delle zone colloqui con i familiari: stanze piccole con 20 - 30 persone per volta (nessuna privacy con i familiari), sporche, con vecchi tavoli di plastica da giardino usurati, con sanitari nelle zone di attese mai puliti; lo stesso vale per la possibilità di effettuare telefonate a parenti, perché i telefoni si trovano al centro dei corridoi delle sezioni, accanto al tavolo del personale carcerario, che sono zone di transito e molto rumorose: si è costantemente disturbati senza possibilità di intimità nella conversazione.

Questa situazione è poi aggravata dall'atteggiamento delle guardie penitenziarie, che non svolgendo nessun ruolo collaborativo o di sostegno alle esigenze del detenuto e dei propri familiari, interpreta a propria discrezione il regolamento carcerario (cosa peraltro permessa come si legge dal regolamento stesso) per quanto riguarda il rapporto con i familiari durante le pratiche per il colloquio o la consegna dall'esterno di pacchi; è qui che vige l'incertezza più totale per quelle centinaia di familiari che settimanalmente si presentano alla Dozza perché, se formalmente ci sono orari di visita, una volta la, sono a discrezione del personale i turni di ingresso, i tempi di attesa, la documentazione relativa per potere accedere al colloquio (una volta vanno bene le copie dei documenti, la volta successiva invece è richiesto l'originale e così via), il contenuto dei pacchi e ciò che si può far pervenire al detenuto (per un addetto alla sicurezza un oggetto o una pasto preparato a casa può entrare, per il suo collega no): con situazioni imbarazzanti e sconfortanti per i parenti che a volte sono costretti ad andarsene saltando il colloquio, o a non consegnare il pacco perdendo comunque una giornata di lavoro.

L'atteggiamento del personale con i familiari dei detenuti, sembra classificare i parenti degli stessi come potenziali criminali o presunti colpevoli di fiancheggiare (dare sostegno) a chi è stato condannato.
Se queste sono le condizioni che in così pochi giorni abbiamo potuto vivere sulla nostra pelle, ci rendiamo conto di chi invece si trova recluso per periodi maggiori e cosa può significare per la propria salute psicofisica e per i propri vincoli familiari ed affettivi che, così messi a dura prova, rischiano di sfibrarsi facendo perdere al detenuto spesso l'unica rete sociale che può sostenerlo dall'esterno.
E' a fronte di questa situazione che i detenuti della Dozza, il giugno scorso, hanno indetto uno sciopero della fame di 7 giorni, con adesioni altissime, contro il sovraffollamento; per docce pulite e con acqua calda; per condizioni igieniche e sanitarie non precarie; per lenzuola pulite; per la mancanza di personale educatore; per un accesso ai farmaci per chi non può permetterseli; per impedire alla direzione di installare grate con fitte maglie a nido d'ape a tutte le finestre delle celle, cosa che ridurrebbe drasticamente la luce nelle stesse con scompensi fisici e depressivi per i detenuti.

Ma questa lotta non si è fermata con questa iniziativa, proprio perché le condizioni non sono migliorate e la direzione del carcere ha fatto orecchie da mercante rispetto alle richieste dei detenuti (al di là delle dichiarazioni della Direttrice dello scorso 18 giugno, la quale per esempio aveva assicurato il ripristino del cambio lenzuola una volta ogni 15 giorni, la situazione è tuttora immutata).

Infatti mercoledì 8 luglio, durante la nostra detenzione, è partito un nuovo sciopero della fame, che si è esteso a praticamente tutte le sezioni giudiziari, comprese le zone di detenzione più periferiche come l'infermeria. Una adesione ed una partecipazione emotiva altissima che, nonostante non sia arrivata comunicazione all'esterno, è stato per tutti i detenuti un segnale di compattezza su queste tematiche e soprattutto una prova di solidarietà e affermazione della propria dignità, che quotidianamente calpestata, è emersa con tutta la sua splendida forza.
Alessandro, Ernesto, Marco, Francesco

 

 

Carcere Vallette: Lettera dei compagni torinesi

 Da lunedì siamo reclusi nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Ci viene contestata la partecipazione al corteo contro il G8 delle università di Torino del 19 maggio scorso.
In realtà la nostra detenzione vorrebbe essere un deterrente per le mobilitazioni internazionali che da giorni vedono l'Italia attraversata da giovani di tutte le nazioni che si oppongono all'ennesimo assurdo insulto del G8: spartizione tra pochi potenti del futuro di tutti noi, del mondo. Con gioia
apprendiamo dai giornali che le mobilitazioni continuano con nuove energie. Per noi, questa è la notizia migliore. Il movimento non si è fermato, la forza critica e dirompente della nostra generazione non si arresta. Un'intera stagione di mobilitazioni continua. Siamo a luglio e le università sono
nuovamente occupate, gli studenti proseguono i loro dibattiti, propositivi, contro riforme scellerate e tagli che vedrebbero gli ultimi baluardi di sapere libero crollare.
Anche dal carcere continua la nostra lotta. In quesi giorni abbiamo incontrato nuove forze, nuovi giovani, come noi con un futuro negato, come noi
con una gran voglia di voltare pagina, di andare avanti e di lottare.
Partendo dai nostri diritti negati, vogliamo dar voce a loro, alle loro famiglie, a ciò che tutti i giorni devono subire. Senza futuro, l'isolamento, il taglio dei fondi agli istituti penitenziari, il sovraffollamento, i colloqui con i familiari e con l'esterno imbavagliati da una chilometrica burocrazia.
Da subito siamo stati divisi per motivi di sicurezza e proiettati nelle varie sezioni del carcere. Due di noi in stato di semi isolamento, senza poter avere contatti con gli altri detenuti e con le ore d'aria dimezzate. Alcuni vestono ancora gli stessi abiti dell'arresto e non hanno potuto ricevere indumenti dall'esterno. Queste sono le nostre condizioni di vita, le condizioni di più di 1700 persone in un carcere che ne può contenere a malapena 900.
Diritti fondamentali, vita quotidiana, lavoro, igiene, cibo, tutto lasciato in secondo piano. Interi pezzi di società, scomodi, che vengono gestiti con la
detenzione. Questa è la vita che ognuno di questi uomini e donne deve affrontare ogni giorno. Senza futuro, senza progettualità, sapendo che forse arriverà la libertà. Ma quale libertà? Privati della possibilità di ricominciare una vita dignitosa, in un mondo in cui l'unico interesse rimane la
gestione dell'emergenza quotidiana, senza alcuna assunzione di responsabilità da parte dei colpevoli di tutto ciò.
Per tutti loro scriviamo queste parole, per le nostre e le loro vite.
Perché a nessun giovane venga negato il diritto allo studio, perché nessun uomo debba mai più vedere il cielo da dietro una grata.
I COMPAGNI TORINESI ARRESTATI

15.07.2009

 

Un grido da una piccola Guantanamo nell’isola di Sardegna; Lettera dal carcere di Macomer

Tanti saluti a voi, spero che la mia modesta lettera troverà tutti voi in buona salute.Vogliamo raccontare alla associazione gli abusi di potere contro i prigionieri islamici che si verificano al carcere di Macomer (Nuoro) – una piccola Guantanamo nell’isola di Sardegna. Però adesso i prigionieri di Guantanamo stanno meglio di noi che siamo chiusi in questo lager.
 
Il 4 aprile 2009 sono stato trasferito, con il mio amico Ilhami Rachid, dal carcere di Carinola (Caserta). Quando siamo arrivati in questo carcere, sin dal momento in cui siamo scesi dal blindato, le guardie ci hanno trattato male! A noi, ancora con le manette ai polsi, hanno detto di prendere i nostri sacchi e altra roba. Ho detto alle guardie che con le manette non riuscivo a prendere tutto, in risposta mi hanno messo di forza il sacco sulle spalle trascinato in matricola attorniato da 6 guardie. Il mio amico Rachid si è fermato per chiedere alle guardie il perché di questo trattamento. La risposta è stata l’aggressione: hanno cominciato a picchiarlo con colpi di pugno sul collo e alla testa; non mi hanno permesso di aiutarlo: hanno trascinato anche lui in matricola con lo stesso nugolo di guardie.
Nella perquisizione che ne è seguita loro non hanno rispettato il Corano. In Italia ho già girato sei carceri, mai ho visto un trattamento come questo. Dopo la perquisizione ci hanno portati nelle celle che si trovano in una sezione uguale al 41 bis: isolamento totale, porta blindata chiusa 24 ore su 24, non vediamo nessun’altro prigioniero, solo guardie; anche il cibo ce lo portano le guardie. Ogni volta che usciamo dalla cella veniamo perquisiti palpati, ognuno di noi, da due guardie.     
Anche i vestiti ce li danno contati, di libri ce ne danno soltanto 5.
Al passeggio siamo divisi dagli altri, non possiamo andare con loro, andiamo all’aria solo con quelli della nostra sezione. In questa sezione-lager siamo in 25 prigionieri islamici di diversi paesi del nord Africa.           
L’8 aprile 2009 sono andato a parlare con il comandante, gli ho chiesto il perché di questo regime e del pestaggio contro Rachid. Lui mi ha detto: questo regime resta così fino a quando arriverà un cambiamento dal ministero!
Questa storia è una bugia, perché non c’è nessun carcere in Italia in cui chiudono la blindata 24 ore su 24 ore ecc.         
Sul pestaggio di Rachid ha detto: “noi non abbiamo picchiato nessuno e quando picchiamo facciamo molto male”. (Questa la democrazia in Italia?).
La posta che entra in questo carcere ti viene consegnata dopo 25 giorni!, in ogni altro carcere la ricevi non dopo 4 giorni! che è stata spedita. La tengono bloccata.
Il giorno 4 aprile 2009 con i miei amici abbiamo cominciato lo sciopero della fame, lo porteremo avanti fino a quando non cambiano questo regime: o ci danno i nostri diritti o ci trasferiscono da questo lager.           
Il 2 maggio due amici che dovevano chiamare le loro famiglie sono stati provocati dalle guardie. A un nostro amico una guardia ha detto “voi siete di Al Qaeda e non conoscete le guardie sarde come picchiano” e altre parolacce.        
Lo stesso giorno un amico voleva passare il fornello ad un altro attraverso il lavorante, uno di noi, la guardia ha detto al lavorante di non farlo intimandogli di andare in cella. Mentre stava ancora parlando con la guardia, questa ha chiuso la blindata in faccia colpendogli il braccio. Abbiamo subito fatto una battitura di 25 minuti. Per tutto questo tempo e quando è arrivata la banda delle guardie hanno detto al nostro amico lavorante che la guardia non aveva visto il suo braccio. La mattina dopo quando è andato a parlare gli ha detto di voler fare una denuncia. Il comandante gli ha risposto: “Se tu fai una denuncia, io faccio una denuncia contro fi te e ti chiudo dal lavoro”.          
Per davvero ci troviamo davanti ad una banda di “criminali!”.
Loro hanno trovato un’isola, nessuno sentirà dei loro abusi di potere, però noi non ci fermeremo mai di scrivere fino a quando tutto il mondo avrà sentito come trattano i prigionieri islamici in Sardegna!
Alla spesa non portano il giornale per noi. Hanno la scusa pronta: il trasporto non arriva fino qui.   
Cari amici di Yairaiha, noi abbiamo bisogno del vostro aiuto per pubblicare la nostra storia sulla vostra rivista e vi chiediamo di intervenire per cancellare la nostra sofferenza come avete fatto a Catanzaro e Benevento perché noi siamo isolati dall’esterno, inoltre siamo stranieri. Grazie mille, a presto.        

Amine Bouhrama, Ilhami Rachid, Rabie Othman Saied, Mourad Mazi, Habib Mohamed, Hossin Dgamel, Tartag Samir, Khelili Fatah.


Macomer  (NU), 15 maggio 2009

 

Dal 1 dicembre scorso tutti i detenuti in Italia hanno aderito allo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo mentre, quasi 800 detenuti ergastolani lo stanno portando avanti a staffetta e, da ieri e fino al 1 febbraio, anche nelle carceri calabresi si rifiuterà cibo e acqua per rivendicare una presa di posizione del Parlamento Europeo con una risoluzione per l’abolizione dell’ergastolo. Lo scorso novembre sono stati presentati oltre 750 ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in quanto la pena perpetua è contraria agli artt. 3,6 e 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e all'art. 27 della Costituzione Italiana (le pene non possono consistere in trattamenti contrari all'umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) ed, inoltre, l’ergastolo è stato abrogato nella maggior parte dei paesi europei e laddove è ancora formalmente in vigore c’è stata la concreta moratoria, con pene che si materializzano con un preciso fine pena, oscillante tra i 15 e i 20 anni. Il luogo comune “tanto in Italia l'ergastolo non lo sconta nessuno” è falso, ci sono condannati all'ergastolo che sono dentro da più di 40 anni che, ormai, aspettano solo la morte. Cosa c'è di più inumano di una pena che elimina, per sempre, un uomo o una donna dal consorzio umano? Cosa c'è di più aberrante del non aver nessuna certezza o speranza di poter riavere, un giorno, la libertà?

Nell’incessante richiesta di certezza della pena, peraltro non scritta in nessuna norma di legge e in nessuno dei principi sanciti dalla Costituzione, sotto sotto, c’è la certezza di voler far morire in carcere le persone, c’è il pessimismo di quanti non credono che un uomo, che è stato delinquente, possa cambiare. E’ vero scegliere di cambiare la propria vita è una scelta che non tutti fanno, ma a tutti deve essere data la possibilità perché questo cambiamento possa avvenire. Negli Stati che riconoscono la dignità umana, si pensa che chiunque,anche il peggiore criminale, abbia la possibilità di cambiare se stesso e ritornare alla vita sociale ordinaria.
Purtroppo non è così nel nostro paese. Perché in Italia, definita culla del diritto, promotrice di diverse campagne per l’abolizione della pena di morte nel mondo, non è ancora possibile cancellare la pena dell'ergastolo? Cosa ci impedisce, nonostante siano state presentate diverse proposte abolizioniste, di cancellare una mostruosità giuridica che reclude un uomo a vita? Mai, per sempre. Mai, tre lettere che tolgono la speranza e crea l'illusione di vivere in un paese civile e democratico che ha abolito la pena di morte...ma solo per ragioni estetiche, mentre in realtà, al riparo dallo sguardo della gente si consuma il dramma di pene illimitate che nella loro disumana lunghezza annullano la vita in maniera molto più rilevante e crudele .


Associazione Yairaiha Onlus

c.p.o.a Rialzo

Cosenza Vekkia

Rebel Fans

 

SIT-IN DI SOLIDARIETA'

Salvatore iaccino “Aciaddru” è di nuovo detenuto. Salvatore è uno dei tanti perseguitati sociali della nostra città sul quale si sta consumando un vero e proprio “accanimento trattamentale” in termini di privazione della libertà personale attraverso carcere e psicofarmaci che gli unici effetti che riescono a produrre sono ulteriore emarginazione e rabbia. Con tutto quello che questa città esprime in termini di malaffare e malavita la procura e la questura cosentine non hanno niente di meglio da fare che accanirsi su una persona che esprime passioni forti e voglia di ri-cominciare una vita solare all'insegna della libertà e della giustizia sociale, perchè salvatore è sempre stato presente nelle lotte per la difesa dei diritti di tutti gli emarginati di questa città.

salvatore libero, liberi tutti

 

sabato 31 gennaio 2009 h. 17.30 sotto il carcere di cosenza

sit-in di solidarietà per salvatore iaccino

e presentazione del suo ultimo libro

"stellose creazioni" edito da COESSENZA

 

C.P.O.A. RIALZO

REBEL FANS

COSENZA VEKKIA

YAIRAIHA

 

rivolte in carcere

 

rivolte in carcere

 

Pistoia: Liberi tutti. Subito!

Nella giornata di domenica a Pistoia sono stati arrestati due nostri compagni (tre in tutto) con l'accusa di lesioni e devastazione di un circolo fascista di Casa Pound.Innanzitutto ribadiamo la totale estraneità degli arrestati a quei fatti visto che sono stati condotti in questura dopo oltre tre ore dagli stessi, prelevati da un circolo Arci a poche centinaia di metri da Casa Pound mentre stavano facendo un'assemblea regionale sul tema delle ronde.E' quantomeno strano che persone che avrebbero compiuto un'irruzione all'interno di una sede fascista si ritrovino poi tranquillamente a poche centinaia di metri in assemblea senza preoccuparsi minimamente di eventuali rappresaglie o interventi delle forze dell'ordine. Esistono inoltre palesi contraddizioni, riportate anche dalla stampa, circa i partecipanti all’assemblea, che risultano completamente differenti dai profili attribuiti ai presunti autori del fatto.A parte questa evidenza che smonta a priori la tesi degli inquirenti, non si capisce poi su quali basi siano stati comminati i tre arresti che rimangono in ogni caso una misura ingiustificabile per quel tipo di capi d'accusa. Probabilmente la presenza di un esponente del PdL all'interno della struttura al momento dell'irruzione ha fatto si che ci fossero pressioni politiche sulla questura stessa che per fare venti identificazioni ha impiegato 12 ore in cui non era nemmeno possibile parlare con chi stava dentro e nemmeno fornire assistenza medica ad una ragazza che necessita di una terapia particolare per problemi di salute.Un atteggiamento di rappresaglia da parte della questura di Pistoia che non ha mai avuto nei confronti di ben due sedi fasciste che sono aperte nel giro di un paio d'anni in città: quella di Casa Pound e quella di Forza Nuova. Due gruppi di estrema destra che ormai scorrazzano anche in molte altre città della Toscana, tollerati e spesso coperti da amministrazioni e forze dell'ordine. La presenza di un consigliere del PdL all'interno della struttura ne è un esempio lampante. Alla luce dei fatti espost, chiediamo l'immediata scarcerazione dei compagni ingiustamente detenuti.Al fianco dei tre compagni e di tutti gli antifascisti.


Movimento Antagonista Livornese
aggiornamenti su: Senza Soste.it
 

 

Genova G8: Processo d'appello Condanne aumentate per 15 manifestanti

Confermata in appello la condanna solo per dieci dei 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio durante il G8 di Genova del 2001. I giudici della corte d'appello hanno dichiarato 15 tra prescrizioni e assoluzioni. In primo grado le condanne erano state 24 per complessivi 108 anni di reclusione. Per gli imputati accusati di devastazione e saccheggio le pene sono state aumentate: Francesco Puglisi (10 anni e 6 mesi in primo grado) e' stato condannato a 15 anni; Vincenzo Vecchi (10 anni e 6 mesi) e' stato condannato a 13 anni; Marina Cugnaschi (11 anni) dovra' scontare 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro (9 anni) e' stato condannato a dieci anni. Aumentate anche le pene per Carlo Arculeo (da 7 anni e 6 mesi a 8 anni), Luca Finotti (da 10 anni a 10 anni e 9 mesi), Antonino Valguarnera (da 7 anni e 8 mesi a 8 anni), Carlo Cuccomarino (da 7 anni e 10 mesi a otto anni), Dario Ursino (da 6 anni e 6 mesi a 7 anni), Ines Morasca (da 6 anni a 6 anni e 6 mesi). I giudici invece hanno riconosciuto l'azione legittima per i manifestanti assolti oggi dall'accusa di devastazione e saccheggio durante il G8 del luglio 2001. In particolare i magistrati hanno confermato quanto stabilito in primo grado, ovvero l'illegittimita' della carica dei Carabinieri sul corteo di via Tolemaide e quindi la liceita' della risposta dei manifestanti.
''Questa non e' una sentenza e' una vendetta'': lo ha dichiarato Haidi Giuliani Gaggio, madre di Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri del G8, alla lettura della sentenza d'appello del processo a 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio durante il G8 del 2001. I giudici di secondo grado, pur riducendo da 24 a 10 il numero dei condannati hanno aumentato sensibilmente le pene.

Fonte: Ansa

 

Carcere: muore un detenuto di 32 anni, indagini della Procura

Si chiama Giuseppe Saladino il giovane parmigiano deceduto sabato nel carcere di via Burla a Parma. L'uomo era stato arrestato venerdì scorso perché doveva scontare una condanna ad un anno e due mesi per furto con scasso (era agli arresti domiciliari), ma è stato sorpreso fuori dalla sua abitazione; il luogo dove avrebbe dovuto scontare la pena. Per questo motivo Saladino, 32 anni nato a Palermo ma da molti anni residente a Parma, è tornato in carcere. Una volta portato nel carcere però ha accusato un malore ed è morto. La Procura di Parma ha aperto un fascicolo contro ignoti. Si indaga per omicidio colposo.

Il pm Roberta Ricci ha disposto l'autopsia e i risultati sono attesi per i prossimi giorni. Pochi giorni fa la Procura di Parma aveva aperto un'altra inchiesta per l'ipotesi di istigazione al suicidio di un detenuto che stava scontando l'ergastolo e si era tolto la vita. La vicenda riporta alla mente il caso Cucchi, il giovane morto a Roma qualche settimana fa.

da: http://www.lungoparma.com/

 

VOGLIAMO GIUSTIZIA PER I NOSTI BAMBINI!

 I minori kurdi sono le maggiori vittime della guerra in corso. Sta ricadendo sulle loro deboli spalle il peso di vivere in un’epoca così violenta. Questo accade se i loro deboli corpi siano stati in grado di sopravvivere alla violenza senza esserne distrutti. Sono le vittime ed i testimoni di questa guerra e ne stanno pagando il prezzo sacrificando il loro futuro.  Le prigioni sono i nuovi parco giochi dei minori di quest’epoca. Il numero dei bambini in prigione è più alto che mai. I loro crimini sono stati indescrivibilmente efferati: “Aver lanciato delle pietre contro un veicolo blindato della polizia ed aver danneggiato la proprietà pubblica”, questi sono i normali capi d’accusa. Nel freddo mondo della matematica le pietre che hanno tirato stanno tornando loro indietro sotto forma di 25 anni di prigione. Consumando la loro vita dietro le sbarre insegnano ai nostri minori che la vita e la guerra non sono un gioco. Degli abusi e delle torture sofferte durante l’arresto, degli interrogatori ai quali sono stati sottoposti prima di essere tradotti in prigione, di tutto ciò non è neanche necessario parlare… Tutto ciò accade in un paese candidato ad entrare nella Unione europea, mentre le così dette “riforme” per la democratizzazione del paese e per evitare che ciò accada ancora sono all’ordine del giorno.  Attivisti per i diritti umani, intellettuali, membri delle ONG e tutti coloro che hanno sentito la loro coscienza colpita da questa ingiustizia hanno iniziato la campagna “Giustizia per l’infanzia”. Le comunità kurda e turca stanno facendo sentire la loro protesta. Non sono stati compiuti ancora passai avanti significativi. Le prigioni continuano ad essere usuali luoghi di dimora per i nostri minori. Come singoli individui, organizzazioni politiche, sociali e per i diritti umani ed ONG condanniamo questa ingiustizia. Non solo perché contraria alla normativa internazionale ma semplicemente perché inumana. Questo è il motivo per il quale aderiamo alla campagna “Giustizia per l’infanzia” in corso in Turchia. Come soggetti sottoscrittori noi chiediamo all’UNICEF di inviare una delegazione in Turchia per investigare, raccogliere informazioni e documentazioni al fine di fermare le violenze e le violazioni delle norme internazionali e dei diritti dei bambini che stanno avendo luogo.  

 

Turchia, uccise 953 donne nei primi sette mesi del 2009

9/11/2009

Il dato è stato reso noto dal ministro della Giustizia in seguito ad
un'interrogazione parlamentare Nei primi sette mesi del 2009 in Turchia
sono state assassinate 953 donne.
Questo significa che in media sono state uccise 4,5 donne al giorno, 31
a settimana.
A dare la notizia è stato il quotidiano filo-governativo Today's Zaman
che riporta il dato fornito da Sadullah Ergin, ministro della Giustizia,
per rispondere ad un'interrogazione parlamentare.
A chiedere al ministro della Giustizia di fare luce su questi omicidi è
stata la deputata Fatma Kurtulan del partito per una Società
democratica, filo curdo.
L'interrogazione della Kurtulan rientra all'interno di un progetto più
ampio per costringere il Governo guidato da Giustizia e Sviluppo,
partito di radici islamiche, a porre fine alla piaga delle violenze
contro le donne.


benedetta guerriero  Peace Reporter

 

Medio Oriente: dal 1967 ad oggi gli israeliani hanno arrestato 12.000 minori palestinesi

   
Infopal, 5 agosto 2010

Nuovi dati rivelati dal ministro per gli Affari dei detenuti del governo di Ramallah affermano che gli occupanti israeliani hanno arrestato 12.000 minori palestinesi dall’anno 1967, e che sono 300 i ragazzi al di sotto dei diciott’anni ad essere attualmente rinchiusi nelle loro carceri.
Questi, secondo il ministro ‘Isa Qaraqè, “sono sottoposti a torture ed estorsioni, oltre che a provvedimenti giudiziari iniqui in occasione dei processi”. Tutto questo, ha ricordato il ministro durante l’apertura del Campo della libertà per i prigionieri nel villaggio di az-Zaytuna - vicino a Bayt Jala -, viola apertamente l’Accordo internazionale sui diritti del minore, che stabilisce il divieto di arrestare chiunque non abbia raggiunto la maggiore età.
“L’obiettivo che cerca di raggiungere Israele arrestando i ragazzini è la distruzione totale delle nuove generazioni” ha dichiarato Qaraqè, aggiungendo che il 90% di loro subisce torture e punizioni “esemplari” durante l’arresto e la prigionia.

 

nelle carceri una tortura di Stato, intervista ad Adriano Sofri

di Tommaso Cerno

L’Espresso, 21 luglio 2010

Immaginate di passare ogni giorno in una cella di due metri a quaranta gradi. In piedi o sdraiati su una gommapiuma impregnata dal sudore altrui. Questa è tortura vera, non metaforica. La denuncia di Adriano Sofri.
Carceri sovraffollate. Celle anguste. Caldo. Niente acqua. Niente aria. Un’estate torrida che spinge a violenze e autolesionismo. Fino al suicidio in cella di chi è così disperato da non voler più vivere. L’allarme che “L’espresso” aveva lanciato qualche mese fa, denunciando il limite di capienza ormai sforato degli istituti penitenziari italiani, diventa cronaca quotidiana di morte nelle galere. E la ragione è un sistema detentivo ai limiti dell’umano, che Adriano Sofri equipara a “una tortura di Stato”.

Cosa significa davvero trascorrere in carcere un’estate come questa?

“Per capirlo basta pensare a cosa significhi questo caldo torrido per una persona libera. Chiunque soffre a queste temperature la mancanza d’aria fresca, ha difficoltà a muoversi, a spostarsi e a dormire. Se trasferiamo queste sofferenze in una cella dove lo spazio è di due metri quadrati è facile immaginare cosa succede dentro le prigioni. È come passare l’estate su un autobus nell’ora di punta. Puoi al massimo sederti, ma non sempre è possibile, perché non c’è lo spazio. Puoi stare in piedi per ore, oppure sdraiato su una squallida branda, a giacere su materassi vecchi, impropriamente chiamati di gommapiuma e imbevuti del sudore di generazioni di detenuti che ci marciscono sopra. Ogni ora, ogni giorno”.

E la notte?

“Le celle vengono chiuse il più delle volte alle 18, oppure alle 20, e restano chiuse da quell’ora fino al mattino successivo. Le finestre hanno normalmente tre file di ferro: una grata, una fila di sbarre e una seconda di sbarre meno fitte. A certe ore il sole batte dritto su quell’ammasso di ferro che fa da coperchio e trasforma la cella in una triplice graticola che agisce come uno strumento di tortura sui detenuti stipati all’interno. È lo strumento che rese celebre San Lorenzo. Sono dei forni veri e propri e all’interno ci sono persone che non possono fare nulla, se non stare immobili, giacere ed attendere che prima o poi l’agonia finisca”.

È per questo che violenze e suicidi aumentano?

“Sì. Le violenze e anche l’autolesionismo grave. Ci sono detenuti che si riducono a brandelli perché sperano di essere portati in infermeria, di poter prendere degli antidolorifici o dei farmaci, o anche solo sperano di poter fumare una sigaretta”.

Nei primi sei mesi di quest’anno 37 detenuti si sono tolti la vita in cella.

“Secondo me la domanda che dovremo farci, in queste condizioni, non è perché ci si suicidi così tanto, ma piuttosto perché ci si suicidi ancora così poco, visto che le carceri sono strutture che non portano affatto alla rieducazione, ma piuttosto istigano a farla finita, all’incubo ottocentesco di essere sepolti vivi. Spesso manca anche l’acqua per lavarsi la faccia e quella dei rubinetti non è potabile. Dovrebbero essere distribuite bottiglie d’acqua a basso costo, che il carcere spesso invece non distribuisce”.

Perché lo Stato non interviene?

“La realtà è che nelle carceri italiane c’è la tortura. Non in senso generico o metaforico, proprio in senso tecnico. Queste condizioni, anche senza botte o provocazioni volontarie, si configura come una tortura di Stato. Per cui, se esiste un torturato esiste anche un torturatore. Non parlo degli agenti penitenziari che sono a loro volta, in senso lato, dei semi-detenuti, ma delle autorità che hanno a che fare con questo sistema. Gente che per cattiveria, imbecillità o peggio fa leggi che spediscono in carcere persone che non ci dovrebbero andare. E che non prende alcuna misura per evitare la situazione tragica a cui le condanna”.

I magistrati potrebbero fare qualcosa?

“I magistrati, quando non hanno una vocazione almeno iniziale a occuparsi delle carceri credendoci davvero (e sono la minoranza, molti più fra le donne), sono persone che cercano di smaltire con il minimo danno la gestione di una discarica, a loro affidata, con istruzioni che dicono di fare il meno possibile e di girarsi dall’altra parte. Spesso quello che sentenziano è un voto a fine scrutinio: 10, oppure 18. Ma nessuno pensa che quel 10 significa 10 anni moltiplicati per 365 giorni e ancora per 24 ore, per due metri quadrati e per tre file di sbarre. Su questo i magistrati sembrano non porsi nemmeno il problema”.

 

Ferrara: I poliziotti condannati per l'omicidio di Aldrovandi, ora denunciano anche i bloggers

Dopo aver denunciato la madre di Federico Aldrovandi – il ragazzo, ora si può dirlo, ucciso da quattro agenti di polizia mentre tornava a casa dopo una serata con gli amici – per diffamazione, i quattro poliziotti di Ferrara se la prendono anche con la rete. Tramite il loro avvocato fanno sapere di aver intentato una causa contro alcuni frequentatori del blog aperto dalla mamma di Federico, attorno al quale in questi anni si sono riuniti diverse persone a portare la solidarietà alla famiglia.
I fatti, o meglio i post “incriminati”, riguardano contenuti pubblicati dall’autunno 2007 all’estate 2008, “quando presero piede iniziative fatte di insulti giornalieri nei confronti dei quattro poliziotti – spiega Gabriele Bordoni, avvocato difensore degli agenti – e di istigazione a punire gli imputati”.
E ci tiene però a precisare “ogni critica, anche se severa, va accettata; ma non gli insulti o le minacce. Abbiamo inoltre voluto distinguere le posizioni della famiglia scritte nel blog, perché riteniamo che sia doveroso che possano esprimersi come credono, da quelle manifestate invece da altri frequentatori del blog, fatte di offese, contumelie e in alcuni casi anche incitamento all’odio”.
Offese a pubblico ufficiale, dunque, e una “istigazione all’odio”, che i quattro responsabili della morte del ragazzo di 18 anni avrebbero subito durante questi anni di processo.
Alcuni giorni fa, la pm del processo, Mariaemanuela Guerra, aveva anch’ella sporto denuncia per diffamazione nei confronti della madre di Federico, a causa delle accuse portate da tempi non sospetti sul modo “poco limpido” con cui sono state condotte le indagini, e dopo una condanna ad altri 3 agenti per omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento (il cosidetto “Aldro-bis“).

Non sono bastate due sentenze, le risultanze di tutte le indagini successivamente fatte dal dott. Proto a farle capire che comunque, sia pure in buona fede, gli errori che sono stati commessi durante la conduzione di quelle prime indagini sono stati contro di me, contro la mia famiglia e contro la verità. Ora lei mi querela, e immagino che vorrà da me i danni che io le ho causato [...] io non ho mai offeso nessuno ma ho solo preteso verità e senso di responsabilità da coloro che hanno sbagliato. Il pm vuole da me i danni. Dopo che non si è recata sul posto quella mattina, dopo che non ha sequestrato subito i manganelli rotti, dopo che non ha sequestrato l’autovettura contro la quale si sarebbe fatto male Federico e sulla quale c’era il sangue di mio figlio, dopo tutto ciò adesso vuole da me i danni alla sua immagine” – la risposta della madre in un articolo del suo blog.

 

Detenuto suicida a Padova, e' il settimo in un mese

Roma, 1 lug. - (Adnkronos) - Un detenuto italiano di 25 anni, Santino Mantice, classe 1985, si e' ucciso impiccandosi nella sua cella della Casa di Reclusione di Padova. Lo riferisce in una nota l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, spiegando che il detenuto avrebbe terminato la pena tra soli 3 mesi.

''Nel solo mese di giugno - si legge nella nota - nelle carceri italiane si sono impiccati 6 detenuti, inoltre 1 detenuto semilibero si e' suicidato, impiccandosi a un albero in provincia di Bolzano, quando ha saputo di dover tornare in carcere e un giovane immigrato si e' impiccato nella 'cella di sicurezza' della Questura di Agrigento''.

''Dall'inizio dell'anno - prosegue la nota - sono gia' 29 i detenuti suicidi per impiccagione, mentre 6 sono morti asfissiandosi con il gas delle bombolette. Il suicidio di Santino Mantice e' il 590esimo avvenuto nelle carceri italiane dal 2000 ad oggi''.

 

Grazia La Venia è l'ennesima madre che non crede alla versione ufficiale di un'amministrazione penitenziaria. L'ennesima a battersi contro un'archiviazione annunciata. Suo figlio si chiamava Carmelo Castro ed era incensurato. E' morto il 28 marzo nella cella numero 9 del carcere catanese. Era lì da quattro giorni, da quand'era stato fermato per una rapina nella tabaccheria del suo paese, Biancavilla. Aveva 19 anni. Secondo la versione ufficiale «la morte è avvenuta per asfissia da impiccamento»: avrebbe attaccato il lenzuolo allo spigolo della branda. Nulla pi di questo per il pm che ha proposto l'archiviazione. Ma sua madre chiede che si accerti ciò è avvenuto prima che Carmelo entrasse in carcere anche perché, una volta dentro, per suo figlio,sottoposto al regime di massima sorveglianza, sarebbe stato difficile impiccarsi. La foto segnaletica diffusa dopo il fermo fa sorgere parecchi dubbi: «Forse lo hanno ripulito ma si vede comunque un livido sopra l'occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all'orecchino strappato». I carabinieri lo hanno trattenuto in caserma un intero pomeriggio e lei da sotto lo sentiva piangere e gridare. Potrebbe esserci del sangue sulle scarpe e il giubbotto che indossava. Anche l'avvocato della famiglia segnala «molte incongruenze nella ricostruzione dei fatti»: ad esempio il fatto che, per il trasporto del ragazzo in ospedale, venne utilizzata una normale auto di servizio. Il medico del carcere riferisce di aver praticato le manovre di rianimazione cardiorespiratoria poi le interrompe ma non ritenne di dover disporre il trasporto con un'ambulanza adeguta a continuare le manovre rianimatorie. Il suicidio sarebbe avvenuto alle 12.30 ma Carmelo aveva nello stomaco il pranzo non digerito. Tutte domande che attendono una risposta e che ricordano vicende come quelle che hanno registrato la morte di Niki Aprile Gatti - anche il suo fu un suicidio strano dopo essersi dichiarato disponibile a collaborare. Di Giuseppe Uva - l'analogia consiste nelle urla sentite mentre era in custodia dei carabinieri - e di Stefano Cucchi, passato anche lui dalle mani dell'Arma a quelle del carcere prima di finire "seppellito" in un repartino penitenziario. Così pure la mamma di Marcello Lonzi e i figli di Aldo Bianzino stanno mettendocela tutta perché non cali il sipario sulla morte dei loro cari. E che dire di Manuel Eliantonio e Stefano Frapporti: l primo ucciso dal carcere a Marassi, dicono che si sia ammazzato col gas di una bomboletta ma sua madre Maria non riesce a capire come faccia il gas a spezzare le ossa. Frapporti, invece, si sarebbe "suicidato" dopo due ore dall'arresto. Uno stranissimo arresto. Molti di loro saranno a Perugia venerdì e sabato (per il programma vedi www.veritaperaldo.noblogs.org ), nella due giorni promossa dal Comitato Verità e giustizia per Aldo Bianzino su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza. Appuntamenti di questo tipo stanno producendo un ragionamento collettivo che prova a ribaltare l'ossessione sicuritaria di cui Perugia è laboratorio avanzato.

 

Le carceri sono fuorilegge

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Appello

In carcere non si rispettano le leggi. Chi non le rispetta fuori, viene messo dentro; chi mette dentro, le istituzioni democratiche, non le rispetta e basta. Quasi niente, nelle carceri, è come dovrebbe essere, funziona come dovrebbe funzionare, rispetta il dettato delle norme che dovrebbero regolare la vita penitenziaria. È trascorso quasi un anno dalla sentenza della Corte europea dei Diritti umani che ha condannato l'Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri. Una violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea, un'ipotesi di tortura o trattamento inumano o degradante.
Oggi la situazione è peggiore di allora. Il prossimo 20 settembre saranno dieci anni dall'entrata in vigore del Regolamento penitenziario, che guardava verso condizioni più dignitose di detenzione. In cinque anni era fissato il termine per adeguare le carceri ad alcuni parametri strutturali. Che ci fosse l'acqua calda, per fare solo un esempio. Ne sono passati dieci, di anni, e quasi ovunque gli edifici sono ancora fuori legge. Noi ci riteniamo da oggi in vertenza contro le istituzioni. Utilizzeremo ogni strumento legale a disposizione per far sì che lo Stato paghi il prezzo della propria illegalità.

Antigone, A buon diritto, Carta
per aderire, inviare una mail a: carta@carta.org 

 

Turchia: i minori "lanciatori di pietre" in carcere per terrorismo

Ragazzini, che lanciano pietre nel nome dell’indipendenza curda e finiscono in prigione come terroristi. Accade in Turchia, e non di rado. L’ultimo episodio è solo di pochi giorni fa, quando il tribunale di Diyarbakir ha condannato sei minori, con età compresa fra 15 e 17 anni a sette anni e cinque mesi di carcere per aver lanciato sassi contro la polizia durante una delle manifestazioni nell’est del Paese in supporto del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che lotta per la creazione di uno stato indipendente. In realtà la loro pena totale sarebbe stata di 13 anni, il giudice ha poi deciso di diminuirla grazie ad attenuanti.

Questi ragazzi non hanno ammazzato, non hanno rubato. Hanno lanciato pietre contro la polizia in una delle mille manifestazioni che ogni anno si tengono nell’est del Paese, a maggioranza curda, a sostegno del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione terrorista che lotta per la creazione di uno stato indipendente curdo.

Non sono innocenti, certo. Ma a causa dell’attuale legge anti-terrorismo in vigore, vengono condannati alla stesse pene di chi uccide, perseguita, tortura e sequestra. I capi di imputazione per i sei ragazzi di Diyarbakir erano "propaganda di organizzazione terrorista", "resistenza armata" e "crimine commesso per difendere un’organizzazione terroristica". Accuse gravi di principio, ma dove le armi utilizzate sono sassi e dove le ricostruzioni dei fatti nei processi sono spesso confuse e farraginose.

Il ministero della Giustizia stima che i minori in queste condizioni nel Paese siano circa 2.700. Il problema, oltre alle pene comminate, è anche il luogo di detenzione. Circa 1.400 subiscono lo stesso trattamento di detenuti adulti e non scontano la loro pena in istituti idonei. Fra il 2006 e il 2007 quelli finiti sotto processo secondo la legge anti terrorismo per aver tirato sassi contro la polizia sono stati 1.056. Di questi 208 sono finiti in carcere.

Numeri inquietanti, contro i quali il governo di Recep Tayyip Erdogan sta cercando di agire.

L’esecutivo è al lavoro per modificare la legge che al momento permette alla magistratura di giudicare i lanciatori di pietre secondo la legge antiterrorismo. Sarebbe questo il motivo di pene e condizioni detentive così severe. La bozza della legge è stata presentata a fine marzo e tutta l’opposizione, anche il Partito Nazionalista (Mhp), voce più conservatrice della minoranza, si è mostrata disponibile a votarla.

I minori lanciatori di pietre infatti provengono da situazioni famigliari particolarmente critiche complesse. Non vanno a scuola e a volte crescono in un clima di violenza tale che si ritrovano in carcere perché avviati dalla famiglia al crimine o al lavoro in nero, altra grande piaga del Paese. Secondo statistiche ufficiali si calcola che i bambini che lavorano fra i 6 e i 17 anni in Turchia siano 960mila. In un contesto del genere, soprattutto in aree del Paese dove la famiglia è organizzata in clan, è facile che crescano istigati all’odio e la violenza. Il carcere duro però sembra la soluzione meno indicata per garantire loro un futuro migliore.

fonte: Apcom, 2 aprile 2010

 

anche a Cosenza i detenuti battono stoviglie

Cosenza, 1 giugno 2011 -
I detenuti del carcere di Cosenza hanno inscenato una protesta nel pomeriggiobattendo le stoviglie sulle sbarre delle celle di sicurezza e urlando slogan come "Libertà, libertà". Alla base delle proteste, che non hanno creato comunque problemi di ordine pubblico, ci sono le lamentele dei detenuti ristretti nel penitenziario in relazione ai mancati riscontri rispetto alle aspettative del decreto svuota carceri, approvato in via definitiva lo scorso autunno, che consente la detenzione domiciliare per chi deve scontare una pena inferiore ad un anno. Nei giorni scorsi manifestazioni di protesta analoghe si sono svolte in diversi istituti di pena del Paese.

 

 

Contro tutte le galere

Basta morti in carcere!
giovedì 31 dicembre ore 18.00

Presidio sotto il carcere di cosenza in solidarietà a tutti i detenuti.

Facciamo sentire la nostra voce contro tutte le galere!

No alla carcerazione sociale!

No alla costruzione di nuove carceri!

Cosenza contro il Carcere

 

Anche a Cosenza i detenuti sonoin mobilitazione per chiedere un'amnistia contro il sovraffollamento e ladisumanità delle carceri. Libertà, Diritti e Umanità sono le parole d’ordineche Radio Carcere sta facendo rimbalzare da un carcere all’altro, da nord asud. Parole che invocano, dal chiuso di una prigione, il rispetto della dignitàe dei diritti di quasi 70.000 persone che attualmente sono detenute nellepatrie galere. Decine di mobilitazioni in tutta Italia stanno dando eco alleproteste per superare l’isolamento fisico e comunicativo a cui sono costretti idetenuti. Ma siamo ancora troppo pochi. Pochi per riuscire a creare unmovimento anticarcerario che possa portare avanti un ragionamento abolizionistacome fu, più di trent’anni, per l’abolizione dei manicomi. Il carcere come ilmanicomio e come tutte le strutture totalizzanti nasce come luogo di privazionedella libertà e di cura sebbene, citando Basaglia,

« Dalmomento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato (detenuto) entra in una nuovadimensione di vuoto emozionale ([...]); viene immesso, cioè, in uno spazio che,originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare inpratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamentodella sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se lamalattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, dellalibertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamenteperduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento. L'assenzadi ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia deglialtri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata lapropria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprioin quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delleparticolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante sucui si articola la vita dell'asilo » finisce solo per annientarel’individualità e per separare una parte dal resto della società. E guarda casosempre la parte più debole e ricattabile della società. Migranti,tossicodipendenti, “ladri” di ferrovecchio, pesci piccoli che superano laprecarietà con extralegalità varie.   

Il presidio di oggi, oltre chefar sentire la solidarietà ai propri fratelli prigionieri, vuole lanciare ancheil messaggio che un

 

UN MONDO SENZA GALERE PUO’ ESISTERE

 

 

 

 


COSENZACONTRO IL CARCERE                        SABATO 5 GIUGNO

 

PRESIDIO DI SOLIDARIETA' CON I DETENUTI IN LOTTA

Da tre giorni i detenuti di Cosenza hanno avviato una forma di protesta pacifica, la battitura delle sbarre ogni giorno dalle 6 alle 7, per chiedere un'amnistia contro il sovraffollamento delle carceri, ed il rispetto dei propri diritti al grido di Libertà. In tutta Italia i detenuti si stanno rivoltando, le condizioni sono diventate insostenibili. Raccogliamo il loro grido e facciamolo risuonare in tutte le piazze. Non facciamo mancare la nostra solidarietà

PRESIDIO DI SOLIDARIETA' SABATO 5 GIUGNO


COSENZA CONTRO IL CARCERE

 

UNA STORIA VERA

23/10/2011


 

La dove cresce il dolore è terra benedetta. Un giorno o l’altro, voi tutti riuscirete a capire cosa significa questo. (Oscar Wilde)

 

In carcere capita spesso che si possa osservare meglio gli altri che se stessi.

E scrivendo si può essere la voce di chi non ha neppure più la forza di avere voce.

Questa è una storia vera che nessuno scriverà mai in un giornale e mai nessuno racconterà in televisione.

Questa è una storia vera che rimarrà prigioniera nelle celle, nei cortili e nelle sezioni dell’Assassino dei Sogni (il carcere,  come lo chiamo io).

Io ci provo a fare evadere questa storia dalle sbarre della mia cella per farla conoscere aldilà del muro di cinta, al mondo dei “buoni”.

Questa è la storia di Salvatore Liga, detenuto nel carcere di Spoleto in Alta Sicurezza, 80 anni compiuti l’estate scorsa, vecchio malato e stanco.

E destinato con certezza a  morire in carcere perché è stato condannato alla pena dell’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio,  se al suo posto non ci mette un altro.

L’ultima volta che l’ho visto era questa estate e si muoveva a malapena nel cortile del carcere con due stampelle sotto le ascelle.

Stava sotto il sole seduto in una panchina di cemento armato tutto l’orario del passeggio a prendersi l’ultimo sole della sua vita.

Poi un giorno non l’avevo più visto.

In seguito avevo saputo che gli avevano trovato un tumore maligno allo stomaco e l’avevano trasferito d’urgenza in un centro clinico carcerario.

Proprio l’altro giorno ho saputo che era ritornato, l’avevano operato,  ma che adesso non riusciva più a camminare e gli hanno dato una sedia a rotelle.

Oggi, da un suo paesano, ho saputo che per Salvatore Liga le disgrazie non sono finite perché gli hanno applicato un residuo d’isolamento diurno.

A che serve e a chi serve applicare ad un povero vecchio in fin di vita una misura così sadica e vessatoria?

Molti forse non sanno che l’isolamento diurno è una pena che si dà normalmente quando si è condannati alla pena dell’ergastolo e che ti costringe a non fare vita comune con i tuoi compagni.

Che altro aggiungere, se non che il carcere non dovrebbe essere uno strumento di tortura, mortificazione, un luogo di violenza istituzionale e una fabbrica di emarginazione.

E se siete dei credenti, aggiungo solamente che Gesù nelle sue predicazioni non chiedeva giustizia ma perdono.

Visto però i risultati, credo che Gesù abbia perso solo tempo a venire su questa terra.

 

Carmelo Musumeci.

Spoleto ottobre 2011

 

UN CASO CUCCHI FORTUNATAMENTE INCOMPIUTO

17/10/11

La storia di Ismail Ltaief è un caso di inaudita violenza. Ismail, condannato a 5 anni di carcere da scontare presso la struttura di Velletri dove era addetto alla cucina, si accorge che le derrate alimentari destinante alla popolazione dell’istituto penitenziario vengono regolarmente trafugate da alcuni agenti della polizia penitenziaria. Inizia così a scrivere un diario dove appunta gli avvenimenti di cui è spettatore. La situazione precipita quando egli dichiara la sua decisione di portare a conoscenza delle autorità di competenza ciò che accade all’interno del carcere di Velletri.Da questo momento in poi Ismail subisce minacce, ricatti, angherie e pestaggi. Gli agenti riescono ad estorcergli una ritrattazione, ma dopo un po’ di tempo Ismail si appella al Magistrato di Sorveglianza e chiede l’apertura di un’indagine poiché vede minacciata la propria incolumità. Inaspettatamente il Magistrato visita  in carcere il detenuto poco tempo dopo un avvenuto pestaggio e lo stesso,  riscontrate vistose lesioni sul corpo di Ismail, ne dispone il trasferimento e chiede alla Procura della Repubblica competente di avviare indagini sul caso. I fatti sono avvenuti nell’anno 2010, le indagini hanno portato, all’inizio dell’anno corrente, all’adozione dei primi provvedimenti cautelari a carico degli agenti della polizia penitenziaria. Il 14 luglio 2011 si aperto il processo ed in aula erano presenti solo tre dei cinque imputati, su di loro pende l’accusa di violenza privata dalla qualità di pubblico ufficiale, lesioni aggravate ed intralcio alla giustizia; il Procuratore Capo di Velletri, che ha rappresentato la pubblica accusa, ha espresso parere contrario alla revoca della misura cautelare per un ispettore capo, ricordando che lo stesso è accusato di aver picchiato anche un altro detenuto. Il processo è stato rinviato al prossimo 10 novembre ed in questa occasione saranno sentiti Ismail Ltaief e altri cinque testimoni indicati dalla pubblica accusa.

 

Due detenuti suicidi in 24 ore, a Palermo e Messina

 13/09/2011

Due detenuti si sono suicidati nelle ultime 24 ore, il primo all'Ucciardone di Palermo e il secondo all'ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese. Lo rende noto l'associazione Ristretti Orizzonti sottolineando che da inizio anno salgono così a 47 i detenuti suicidi, mentre il numero complessivo dei decessi in carcere arriva a 142.

A.P., 38 anni, originario di Torino e detenuto all'Ucciardone per furto, si è impiccato ieri mattina in cella. Ha aspettato che il suo compagno lasciasse la cella per andare a colloquio con un parente. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del suo pigiama. Per lui, ormai, non c'era più nulla da fare. P. avrebbe finito di scontare la sua condanna nel febbraio 2012. In passato era stato seguito dallo psichiatra, ma nell'ultimo periodo il medico aveva dichiarato che il paziente stava bene. La Procura ha disposto l'autopsia.

Il secondo detenuto si è suicidato all'opg di Barcellona, nel messinese: l'internato, 46enne, si è ucciso nella sua cella singola, infilando la testa in un sacchetto di plastica e inalando il gas del fornellino utilizzato per la cottura di piccole porzioni di cibi. Originario di Cremona, M. S., semilibero e prossimo alla libertà, si è tolto la vita nel corso della nottata di domenica, intorno a mezzanotte. Inutili si sono rivelati i tentativi di rianimazione intrapresi da un agente della polizia penitenziaria e subito dopo dal medico di turno. L'uomo era prossimo alla liberazione prevista per il 2012 con la cessazione della misura di sicurezza, imposta a suo tempo per la commissione di reati lievi, maltrattamenti e resistenza, e per i quali era stato prosciolto a causa del suo stato di malessere psicofisico. E la detenzione in carcere era stata sostituita dalla misura di sicurezza "scontata" quasi fino in fondo senza che fossero emersi problemi di particolare gravità.

 

Ciao Nicola

                                                                                              13/09/2011

Nicola Ranieri è morto.Troverete tantissimo materiale su di lui sul Blog http://urladalsilenzio.wordpress.com/, alcune cose sono da rivedere, alcune informazioni vanno corrette, ma la sostanza resta valida.Nicola Ranieri prima era detenuto a Spoleto. Poi fu trasferito a Fossombrone. E da lì ad Opera per curarlo da un cosiddetto tumore al polmone. Dico cosiddetto, perchè poi non si è capito nulla. Se non che ad Opera l’hanno trattato come un cane. Come neanche una bestia di un canile lager viene trattata.  E’ la parola di Nicola certo, non è ancora la prova provata.Ma oggi, dinazi al nostro amico morto, scelgo di credere a lui. Anche perchè ho visto a confronto la sincerità dei Dirigenti carcerari, dei loro funzionari  proni, e dei timidi e pudibondi educatori al seguiito. E ho visto la sincerità dei detenuti. In etrambi i mondi ci sono i falsi e i veri, i buonni e i cattivi, gli onesti e i disonesti, i sinceri e gli sparaballe. Ma la percentuale di quest’utlima tra Direttori di carceri, vice direttori, dirigenti sanitari (su questi stendo un velo pietoso) è nettamente superiore.Nicola fu scarcerato da Opera perchè, in pratica, il carcere lo riteneva spacciato. Nell’ospedale di Bari, luogo di origine di Nicola, dove è ritornato presso la famiglia, si sono messi le mani nei capelli. Letteralmente allucinati. Si sono fatte diverse ipotesi.. come quella di una bronchite a lungo non curata. Una cosa sembra probabilissima.. non è stato fatto quello che doveva essere fatto.Nicola raccontava di intere giornate costretto a restare nel “piano malati” del carcere di Opera, così lo chiamo, quel settore in cui (lui diceva) venivano “collocati” tutti gli affetti da gravi patologie. E anche il cucco sa che una persona che sta già malissimo, se sta anche in carcere ed è anche cicondata da patologici, la indebolisci radicalmente dal punto di vista psicosomatico.Nicola parlava di angherie, umiliazioni e violenze. Parlava di secchi d’acqua che gli venivano lanciati addosso. Di letti perennemente umidi. E di risposte alle sue lamentele e alle sue richieste.. risposte che erano di questo tenore (lo rendo a senso.. non ricordo le parole esatte.. ) “Qui funziona così.. o ti sta bene.. o ti fotti”.Nicola veniva portato in ospedale quando era ad Opera. Ma con quale frequenza? E in che modo? Pare anche che lo facessero camminare a lungo… quando invece non doveva stancarsi. E’ così? Qualcuno risponderà o si trincereranno nel silenzio ipocrita e attendista, che è lo stile di molte Direzioni di carceri in Italia?I medici di Bari sembra abbiano detto alla sorella che intervenendo in maniera adeguata a suo tempo, mesi fa (che si trattasse di un tumore insieme a bronchite… o di altro.. adesso è un vero caos andare a districarsi nelle interpretazioni patologiche.. ma ci ritorneremo con un minimo di valutazione equilibrata successivamente), sarebbe stato, con tutta probabilità salvato.

Gli ultimi mesi di Nicola, a Bari, non sono stati facili.

Ha cercato di lottare. Ha fatto del suo meglio. A  un certo punto ha cominciato a perdere lucidità.

Per lo meno sono stati giorni passati insieme ai familiari.

Ora Nicola è morto.

E noi non sappiamo ancora la verità.

Non ci sono certezze e prove assolute.. ora.

Non sappiamo se il carcere di Opera… ha contribuito ad ucciderlo.

Ma se fosse stato così, sconteranno le loro responsabilità.

Una vita passata nella miseria, una vida non dura violenta. Come un figlio di un Dio minore.

Adesso sei libero finalmente…

Ciao Nicola

 

anche a Cosenza i detenuti battono stoviglie

Cosenza, 1 giugno 2011 -
I detenuti del carcere di Cosenza hanno inscenato una 
protesta nel pomeriggio battendo le stoviglie sulle sbarre
delle celle di sicurezza e urlando slogan come "Libertà, libertà".
Alla base delle proteste, che non hanno creato comunque problemi
i ordine pubblico, ci sono le lamentele dei detenuti ristretti nel penitenziario
n relazione ai mancati riscontri rispetto alle aspettative del decreto svuota
carceri, approvato in via definitiva lo scorso autunno, che consente la
detenzione domiciliare per chi deve scontare una pena inferiore ad un anno.
Nei giorni scorsi manifestazioni di protesta analoghe si sono svolte in diversi
istituti di pena del Paese.

 

 

La storia di Michele Bruni richiama l’attenzione sull’assistenza sanitaria penitenziaria che non garantisce assolutamente le cure adeguate nonostante l’articolo 1 del Decreto Legislativo 230/99, sul riordino della medicina penitenziaria stabilisce che: "I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali e uniformi di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali". Quanti Michele si sarebbero potuti curare in tempo prima che le malattie degenerassero? Solamente dall’inizio dell’anno ad oggi registriamo ben 81 morti nelle carceri italiane, di cui 21 per suicidio, e ben 60 per malattie il più delle volte curabili se prese per tempo e non sottoposte alla burocrazia carceraria che uccide prima della malattia in se. L’età dei morti di carcere va dai 19 ai 55-60 anni, in ogni caso l’età media è di 30-35 anni.  La prevalenza dei quali per malattie curabili o che comunque avrebbero potuto beneficiare del differimento della pena in casi particolarmente gravi anche in caso di cosiddetta “pericolosità sociale”(artt. 146 e 147 del C.P.).  Ma in Italia la legge non è uguale per tutti. Per i detenuti “altisonanti” c’è sempre una patologia più o meno grave per cui risultano incompatibili con il carcere mentre i detenuti “comuni” ogni giorno rischiano la vita perché lamentare un malessere  il più delle volte viene liquidato con un antidolorifico o con un antinfiammatorio invece che con le dovute analisi. È il caso di Michele Bruni, oggi in fin di vita all’ospedale di Livorno - città nella quale era detenuto in attesa di giudizio, è il caso di Enzo Potente - morto due giorni fa nel carcere di Teramo per infarto a soli 32 anni, è il caso dei ben 60 uomini morti dall’inizio dell’anno per patologie assolutamente curabili con la dovuta prevenzione. Purtroppo in Italia quasi nessuno si indigna quando muore un detenuto a parte i familiari e i tanti compagni di cella che, ogni giorno, devono pregare di stare in salute per non morire come bestie.

Associazione Yairaiha Onlus 

 

 

Lampedusa, esodo infinito di minori dall'Africa

Da gennaio ad oggi sono circa 1.500 i minori giuntia Lampedusa, di cui 544 nell’ultimo mese: il 10% sono bambini piccoli arrivatiinsieme a uno o entrambi i genitori, gli altri sono minori non accompagnati,ragazzi adolescenti arrivati dal Nord Africa, soprattutto da Tunisia e Libia,da cui sono fuggiti a causa della guerra, affrontando viaggi rischiosissimi –quale quello dall'esito drammatico avvenuto a largo della Tunisia tra martedì emercoledì -  in cui hanno anche visto morire familiari o amici. Aricordare i dati è Save the Children, che opera a Lampedusa, Sicilia e Puglianell’ambito del progetto Praesidium, coordinato dal Ministero dell’Interno, dal2008. E proprio in relazione al suo impegno a favore dei minori migranti,l’organizzazione ha ricevuto una targa di merito dalla Fondazione O’Scià diClaudio Baglioni.
Save the Children sottolinea come sul totale dei minori non accompagnatiapprodati sull’isola, 425, in prevalenza sedicenni e originari del Mali (84),del Ghana (42) e della Costa d’Avorio (37),  sono ancora in attesa diessere collocati nelle comunità alloggio per minori sul territorio nazionale”.

Continua l’associazione: “Nonostante la leggeitaliana garantisca ai minori stranieri non accompagnati il dirittoall’accoglienza presso questo tipo di strutture,la maggior parte si trova dapiù di 15 giorni in strutture diverse, inadeguate alla loro accoglienza per untempo così prolungato. In particolare, a Lampedusa sono 219 i minori nonaccompagnati presenti (in parte alla Base Loran e in parte al CPSA), 61 deiquali arrivati tra il 12 e il 14 maggio; la maggior parte (38) sono originaridel Mali; 102 hanno 16 anni, ma ci sono anche 10 ragazzi che hanno tra gli 11 ei 13 anni. Nei giorni scorsi alcuni minori hanno compiuto atti diautolesionismo per manifestare la loro insofferenza rispetto alla situazione incui si trovano”.

Save the Children sottolinea poi che presso latensostruttura di Porto Empedocle (AG) la situazione è ancora più allarmante:sono ancora in attesa di collocamento 109 minori non accompagnati trasferiti il13 maggio da Lampedusa, dove erano arrivati una settimana prima (tra il 5 e l’8maggio). La maggior parte ha 16 anni ed è originaria del Mali e del Ghana. Glialtri sono: 13 a Pozzallo (RG), 43 al CARA di Mineo (CT), 41 al CARA di Piandel Lago  (CL).

“A questi occorre aggiungere quanti sono arrivatisulle coste siciliane e pugliesi negli ultimi giorni e che sono ancor in attesadi identificazione”. Pur riconoscendo gli sforzi posti in essere dalleistituzioni a vario titolo coinvolte nell’adozione della procedura per ilcollocamento dei minori stranieri non accompagnati, Save the Children rilevacon preoccupazione la mancata attuazione operativa della stessa.

Per questo motivo Save the Children raccomanda chesi provveda con urgenza a  individuare una soluzione all’attuale gravesituazione, che pone in serio pericolo la sicurezza e la protezione dei minori.L’Organizzazione chiede, in particolare, che: si proceda in tempi rapidiall’individuazione sul territorio nazionale di “strutture ponte” in cui venganotemporaneamente trasferiti i minori  in attesa di collocamento in comunitàalloggio; a livello centrale, siano reperiti e aggiornati i posti disponibiliin comunità alloggio per minori, ivi inclusi i minori richiedenti protezioneinternazionale, e che, sulla base di tale disponibilità, venga organizzatoil  collocamento dei minori; a livello centrale, si provveda a dare chiareindicazioni alle frontiere rispetto alle necessità di trasferimento dei minorinon accompagnati.

Considerata la costante presenza dei minori nelflusso migratorio in arrivo dal Nord Africa, Save the Children sia valutatal’opportunità di “ampliare la disponibilità dei posti in accoglienza e dellerisorse stanziate, secondo la previsione dell’art. 5 OPCM 3933/2011, al fine diun’assistenza, accoglienza e protezione adeguata per i minori stranieri nonaccompagnati in arrivo via mare”.

E conriferimento ai drammatici e rischiosissimi viaggi via mare affrontati anche damolti minori, Save the Children rinnova l’appello ad “aprire urgentementecorridoi umanitari in Libia e a mettere al primo posto delle scelte dei governila tutela della popolazione civile, a partire dai bambini”.

 

Firma Contro L'Ergastolo

 Proposta di iniziativa popolare

per l’abolizione della pena dell’ergastolo (art.22 Codice Penale)

La nostra Costituzione stabilisce:
Articolo 27- Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Articolo 50 - Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alla Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.

L’ergastolo è più atroce che qualsiasi altra pena perché ti ammazza lasciandoti vivo ed è una pena molto più lunga, dolorosa e disumana, della normale pena di morte. Spesso un ergastolano, un uomo ombra, pensa di essere morto pur essendo vivo, perché vive una vita senza vita. Nessun essere umano dovrebbe tenere un altro uomo chiuso in una gabbia per tutta la vita. Ad una persona puoi levare la libertà, ma non lo puoi fare per sempre, per questo l’ergastolo, “La Pena di Morte Viva”, è più atroce e inumana di tutte le altri morti.
Poi in Italia esiste l’ergastolo ostativo ai benefici penitenziari (art. 4 bis O.P.) che esclude l’accesso alle misure alternative al carcere, rendendo questa pena un effettivo “fine pena mai” e t’impone di scegliere fra due mali: o stai dentro fino alla morte o metti un altro al posto tuo.
E ci vuole tanta disumanità e cattiveria per far marcire una persona in cella per sempre, perché quando non si ha nessuna speranza è come non avere più vita. Continuare a tenere dentro una persona quando non è più necessario è un crimine contro l’umanità. Ogni persona dovrebbe avere diritto ad una speranza e per tutti ce n’è una, ma non per gli uomini ombra.

Se tu sei d’accordo che un ergastolano debba uscire perché lo merita e non perché usa la legge per uscire dal carcere e che una pena senza fine è una vera e propria tortura che umilia la giustizia, la vita e Dio,

se tu pensi che un uomo non possa essere considerato cattivo e colpevole per sempre e che una pena per essere giusta debba avere un inizio e una fine, perché una condanna che non finisce mai non potrà mai rieducare nessuno,

se tu credi che dopo tanti anni di carcere non si punisca più quell’uomo che ha commesso il crimine, ma si finisca per punire un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla, perché la persona è cambiata, e che il perdono faccia più male della vendetta, perché il perdono costringe un uomo a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto,

se tu sai che in Italia ci sono giovani ergastolani che al momento del loro arresto erano adolescenti e che ora invecchieranno e moriranno in carcere -senza nessun’altra possibilità di rimediare al male che hanno fatto- e che solo in Italia, non in nessun altro Paese del mondo, esiste la pena dell’ergastolo ostativo,

se tu sei d’accordo con tutto questo, lascia la tua adesione a questa Proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo
 


Vai alla firma della proposta
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http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=12&cat=11&lang=

 

GENOVA NON E' FINITA

 

G8Genova 2001 non è finita! dieci, nessun@, trecentomila

 

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

 

 

http://www.10x100.it/?page_id=19

 

Detenuto romeno si impicca a Vibo Valentia

Un detenuto di 30 anni, di origine romena, si è suicidato, questa mattina, intorno alle ore 5, nel bagno della cella del carcere di Vibo Valentia, dove si trovava ristretto. L’uomo, C. S. Nicolescu, doveva scontare 13 anni per reati contro la persona ed il patrimonio. Poco tempo fa aveva tentato l’evasione dalla Casa di Reclusione di Rossano (Cs).
A darne notizia è Gennarino De Fazio, della direzione nazionale della Uil-Pa penitenziari. Inutili i soccorsi immediati della Polizia penitenziaria e del personale medico del carcere. Il detenuto, dopo essersi attorcigliato attorno al collo un nodo scorsoio ricavato con le lenzuola in dotazione ed averne legato l’estremità all’inferriata della finestra, si è lanciato dal termosifone per imprimere maggiore slancio e forza alla stretta letale.
"Personalmente - dice De Fazio - ho ormai perso il conto del numero di suicidi che continuano spaventosamente a perpetrarsi nelle nostre patrie galere e che fanno assumere al dato i connotati di un bollettino di guerra. Fra sovrappopolamento detentivo, ristrettezze economiche, spending review a senso unico fatte in casa e depauperamento degli organici, l’utenza e gli operatori sono coloro che ci rimettono, mentre al centro si continua a teorizzare ed a sperperare.

È solo di qualche giorno addietro - aggiunge - infatti la notizia che la Calabria dopo il provveditore part-time da condividere ora con questa ora con quell’altra regione da più di due anni, dovrà riscoprire anche i direttori a servizio ridottissimo”. Il sindacalista sottolinea che il dirigente della casa circondariale di Vibo Valentia, Mario Antonio Galati, è stato inviato in servizio di missione per almeno tre giorni a settimana (“ma verosimilmente - aggiunge - saranno 4 o 5”) nella nuova struttura penitenziaria di Tempio Pausania.

Così - aggiunge De Fazio - il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha conseguito almeno tre risultati davvero “lusinghieri”: ha sottratto una direzione certa, costante ed esclusiva al carcere vibonese, ha assicurato una guida intermittente alla nuova struttura penitenziaria di Tempio Pausania e dovrà sostenere i costi per l’indennità di missione, compresi i trasferimenti aerei, per il Direttore e gli autisti. Tanto - ironizza - si sa che Vibo Valentia e Tempio Pausania sono ad un tiro di schioppo.

Dunque - conclude il sindacalista - mentre a Roma si teorizzano la vigilanza dinamica ed i nuovi circuiti penitenziari, in Calabria la Polizia penitenziaria, sempre più abbandonata a se stessa, ricorre all’ormai sperimentatissima arte dell’arrangiarsi chiedendosi di nuovo se e come si riuscirà a superare l’estate, ma, soprattutto, quante vite dovranno ancora spegnersi prima che si accenda un faro efficace sull’universo carcerario e precipuamente su quello calabrese”.


Tamburino (Dap): riattivata unità monitoraggio suicidi

Nel 2000 era stata costituita una unità di monitoraggio dei suicidi in carcere. Oggi viene riattivata e tra pochi giorni daremo inizio ad una verifica caso per caso”. Così Giovanni Tamburino, direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, a margine della visita nel carcere di Marassi, accanto al ministro della Giustizia, Paola Severino. Invitato da Tamburino a partecipare alla prima riunione, il Guardasigilli ha risposto che “certamente presenzierò”.

fonte: Agi

 

Il rapporto di Antigone: nelle carceri sovraffolamento e degrado.

Presentato l’ottavo rapporto dell’associazione Antigone. Ogni 5 giorni si toglie la vita un detenuto. Nelle prigioni un recluso ogni mille si suicida, all’esterno solo una persona ogni 20 mila. Dall’inizio del 2011 si contano già 154 morti, di cui 53 per suicidio

Paolo Persichetti
Liberazione 29 ottobre 2011


All’ex pm antiterrorismo Franco Ionta, oggi capo dell’amministrazione penitenziaria, non è piaciuto  l’ottavo rapporto sulla condizione della detenzione, intitolato “Prigioni malate”, presentato ieri dall’associazione Antigone. Invitato alla presentazione del volume, il massimo responsabile delle carceri si è eretto a «coscienza critica» di chi, come Antigone, denuncia l’insostenibile situazione delle prigioni. Un singolare esercizio di “critica della critica” che sarebbe stato più utile rivolgere alla tragica quotidianità della realtà carceraria.
Dietro alla valanga di cifre che il rapporto elenca emerge una situazione già ampiamente nota: siamo il Paese con il maggior tasso di sovraffollamento carcerario in Europa dopo la Serbia mentre i nostri tassi di criminalità sono scavalcati da Francia e Spagna. Antigone cita i dati comparativi rilevati dal Consiglio d’Europa e da Eurostat. Attualmente per ogni 100 posti disponibili ci sono 47 detenuti eccedenti.
Gli istituti di pena sono oramai enormi lazzaretti, degli ospizi per derelitti, vaste discariche dove viene confinato ogni dolore e malessere sociale, nelle quali si ammassano umiliati e offesi, vite rottamate, sfigati senza speranza. Nel sistema penitenziario, quelle che con un eufemismo sociologico vengono definite «nuove povertà» ammontano oramai a circa l’80% della popolazione reclusa.
Una parte della popolazione è predestinata a convivere con la reclusione, è questo il dato strutturale della politica penitenziaria. Guarda caso questa porzione di popolazione è sempre la stessa: un terzo degli attuali 67.429 incarcerati sono stranieri mentre nel corso di un intero anno hanno fatto ingresso in cella ben 84.641 persone. Il profilo classico è quello del giovane privo d’istruzione e con problematiche esistenziali legate alla tossicodipendenza. Un dato che rende uniche le carceri italiane rispetto alla situazione europea. Una buona parte dei reclusi proviene dall’Italia meridionale. Non a caso la Puglia risulta la regione più sovraffollata con un tasso del 183%. Chi viene dal Sud non ha titoli di studio, appartiene ai ceti sociali più bassi. Chi arriva dai paesi d’emigrazione vede aumentare, molto di più che nel passato, la probabilità di finire imprigionato. Cifre che indicano come il carcere rinvii ad uno degli aspetti più crudi della discriminazione di classe mentre il richiamo alla legalità è la macchina ideologica che legittima e riproduce questa dominazione.
La misure alternative funzionano a macchia di leopardo rasentando un sistema che assomiglia ad un specie di feudalesimo giudiziario: a parità di reato attribuito, pena comminata, percorso penitenziario svolto, il trattamento riservato dai tribunali di sorveglianza assomiglia alla ruota della fortuna. La Cassa delle ammende, riservata per statuto al finanziamento delle attività trattamentali esterne, è stata stornata per finanziare nuove carceri e infrastrutture. Il Dap spende appena 4 euro a detenuto per tre pasti giornalieri, confidando nelle loro tasche per l’integrazione dei generi alimentari tramite il sopravvitto. Solo che il lavoro scarseggia e le mercedi sono state ridotte. Non esistono appalti trasparenti per le ditte fornitrici, ma un’attribuzione mafiosa concessa per «licitazione privata». In altre parole, la gara non è aperta a tutti. «Questo sistema – denuncia Antigone – ha prodotto e continua a produrre un’oligarchia di fornitori di pasti a crudo priva di qualsiasi controllo e basata sugli introiti per le ditte appaltatrici derivanti dal sopravvitto». In Italia – secondo quanto si legge nel rapporto – sono due le ditte a spadroneggiare in questo settore: «la Arturo Berselli & C. spa e la Seap spa». La prima attiva, direttamente o attraverso società legate, in oltre 40 istituti; la seconda presente in 26 istituti.
Che le prigioni fossero una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione, non più udibile da chi vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. Secondo Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione Papillon: «Dopo anni di denunce non è il più il momento di spiegare a partiti di maggioranza e di opposizione, o addirittura al governo, quanto sia drammatica la realtà nelle carceri. Questa fase è finita. Si tratta invece di imporre a tutti concreti e immediati atti di responsabilità prima che le carceri scoppino. Per quel che ci riguarda – conclude – continueremo a rivolgerci alla base elettorale di tutti i partiti per spiegare quanto sia criminogeno il comportamento dei loro eletti».

 

NO ISOL - rompere l'isolamento

Questo comunicato è frutto del dibattito fra tutti i 12 detenuti della sezione isolamento. E' il risultato di un percorso fatto di tanti piccoli passi. C'è da superare un certo modo di essere auto-castrante che si racchiude in alcuni modi di dire: "saper fare la galera", che può anche essere salutare se si riferisce alla capacità fisica e mentale per affrontarla, ma diventa estremamente negativa se è intesa nel "fatti la galera" come accettazione e passività figlia di una disaffezione ai comportamenti collettivi e alla possibilità di conquistarsi le proprie istanze e bisogni. Perfino il semplice gesto di apporre una piccola firma ad un appello non era cosa scontata, perché qui tutto ruota intorno alla individualizzazione della pena e ad un misto di benefici, punizione e burocrazia. A questo si aggiunge la difficoltà di rapporto fra etnie diverse.
Le visite dei consiglieri regionali (Eleonora Artesio e Fabrizio Biole che ringrazio) sono servite per far capire che ci può essere attenzione fuori. Servono soprattutto per portare alla luce le contraddizioni esistenti.
Ultima nota: due perquisizioni in una settimana. La prima martedì 28 febbraio ore 07.30 viene perquisita la mia cella. Venerdì 2 marzo ore 7.30 perquisita la sezione, 30 guardie, 5 per cella, metaldetector. 15 minuti. Io vengo chiuso nella doccia (la prossimo volta porto accappatoio e sapone), tutti gli altri nel corridoio che porta all'aria.

Forza Luca, spero in una rapida guarigione.

Un abbraccio, Giorgio

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Alla gentile attenzione degli Organi di Informazione

Siamo i detenuti della sezione “isolamento” del carcere di Saluzzo e vorremmo portarvi a conoscenza della situazione in cui siamo costretti a vivere.

Siamo tutti imputati in attesa di giudizio (quindi solamente indagati) e nonostante questo siamo rinchiusi in una sezione di isolamento.

La direzione del carcere sostiene che noi (siamo 12 detenuti) non siamo in regime di isolamento dal momento che in cella siamo in due (alcune volte anche tre). La stessa direzione si dimentica tuttavia di dire che questa situazione è dovuta solo al sovraffollamento.

Ogni cella dispone di un proprio cortile per la permanenza all'aria. Un cortile grande 6 metri x 2 metri e 80 centimetri, con un muro di 5/6 metri di altezza, che in autunno, inverno e in buona parte della primavera, non vede nemmeno il passaggio di un raggio di sole.

Ci sono 6 celle per 6 cortili. Chi scende all'aria viene segnato sul registro (ora di uscita/ora di rientro) e può solo andare all'aria che corrisponde alla sua cella. Strano paradosso: facciamo socialità dalle ore 17 alle ore 19 stando insieme in un piccolo corridoio, ma all'aria no. In cortile dobbiamo stare divisi ognuno nella sua gabbia. Le gabbie degli animali hanno almeno le reti e le sbarre, mentre qui c'è solo un alto muro di cemento. Se in uno spazio simile ci fosse in animale con un peso superiore ai 15 kg, si arrabbierebbe persino la Protezione Animale.

Uno di noi ha visto decine di arie in giro per l'Italia, ma mai nessuna così. Questi “cortili” sono solitamente usati per i detenuti soggetti al 41bis. In una sezione vicina alla nostra, ci sono 6 detenuti in regime di isolamento speciale che hanno gli stessi spazi e cortili.

La Direzione si giustifica dicendo che questa è una casa di reclusione (penale) e non una casa circondariale. Per salire nelle 6 sezioni del carcere bisogna essere “definitivi”. Lì ci sono laboratori, le attività in comune, la palestra, l'area per giocare a pallone.

Per noi no. Eppure alcuni di noi indagati stanno qui anche un anno in carcerazione preventiva in attesa del processo. L'unica concessione che ci viene fatta è di andare a messa con una sezione di alta sorveglianza.

Nessuno di noi è qui per aver subito una sanzione disciplinare, eppure siamo esclusi da tutte le attività ricreative e sportive che l'ordinamento penitenziario prevede.

Non ci lamentiamo per le nostre questioni personali ma riteniamo che si stiano violando i diritti e la dignità di noi detenuti.

Ci chiediamo chi sia e cosa faccia il garante dei detenuti.

Concludendo, consegneremo questa lettera ai nostri avvocati con cui intendiamo fare un esposto alla Procura e invitiamo le forze politiche e sociali a denunciare questa insostenibile situazione.

Vi ringraziamo anticipatamente.



Firme dei 12 detenuti



Fabio G.

Daniele G.

Giorgio R.

Gianpietro F.

Younos O.

Illi E.

Giuseppe M.

Andrei V.

Reoouanne G.

Beppe M.

Giacomo C.

Miraie N.

 

intervista a Loic Wacquant; carceri strapiene ma solo 3% detenuti per reati gravi

di Susanna Marietti

Il Manifesto, 23 maggio 2011

Gli Stati di oggi, in Europa come al di là dell’oceano, vivono di un paradosso. Sono loro stessi a creare quella marginalità alla quale rispondono con il carcere”.

Il sociologo francese Loic Wacquant - l’allievo di Pierre Bourdieu che in libri tradotti in decine di lingue ci ha raccontato la globalizzazione del nuovo senso comune punitivo - ci spiega l’utilizzo del sistema penale nelle nostre democrazie.
Venerdì ha aperto lui i lavori della seconda giornata del convegno che Antigone ha organizzato in occasione dei propri venti anni di vita. Nella Sala del Refettorio della camera dei - “non ho mai parlato in una sala così bella”, ci dice mentre scatta fotografie tutto intorno - gli chiediamo perché nelle ultime decadi gli Stati Uniti d’America, dove Wacquant insegna alla University of California di Berkeley, abbiano visto un’esplosione che pare inarrestabile del numero dei detenuti.
“Quel che è certo è che tutto ciò c’entra assai poco con il controllo del crimine. Il sistema penale è d’altra parte uno strumento ben poco efficiente in questa direzione. Negli Stati Uniti, ma certo non solo, meno della metà dei reati gravi arriva alle orecchie delle forze di polizia, e quelli che ottengono una sentenza sono tanti meno ancora. Penalmente non si riesce a rispondere a più del 2 o 3 per cento dei crimini seri”.


E allora tutta questa espansione dell’uso delle carceri, che anche in Europa sperimentiamo, non produce risultati?


Eccome se ne produce. Ma non nella lotta alla criminalità. Sono altre le funzioni che si demandano al sistema penale.


Quali?


In questo i sociologi si dividono tra chi segue la tradizione marxista sostenendo che la prigione svolga un ruolo materiale di controllo e chi segue la tradizione che si ispira a Durkheim sostenendo che svolga invece un ruolo simbolico. Io credo che per comprendere il sistema delle pene le due tradizioni vadano tenute assieme. Il carcere oggi viene usato sicuramente per eseguire due compiti materiali: quello di piegare la parte reticente della classe lavoratrice, disciplinare il nuovo proletariato alle tendenze del mercato, e quello di togliere dalla circolazione le persone “inutili”, coloro che neanche nel mercato lavorativo del precariato potrebbero entrare: i senza casa, i malati di mente che altrimenti lo Stato dovrebbe preoccuparsi di curare.


E quanto al ruolo simbolico?


Il carcere serve per riaffermare l’autorità dello Stato. In questo ha una fortissima carica simbolica.


Dicono che l’opinione pubblica chiede sicurezza. È per questo che i detenuti aumentano?


Sì, certo, ma in realtà è una sicurezza sociale quella di cui c’è davvero bisogno. Le vite sono incerte perché il lavoro è sempre più precario, la povertà aumenta a causa di politiche economiche scellerate e di un welfare ridotto all’osso. A queste nuove forme di povertà le democrazie di oggi rispondono con le prigioni. Non è cambiato niente negli ultimi cinquecento anni.


In che senso?


La prigione aveva queste stesse funzioni all’inizio della sua storia, nel XVI secolo. Serviva a ripulire le strade. L’istituzione carceraria è nata come risposta a delle forme di povertà. E oggi si risponde allo stesso modo contro i “nuovi poveri”.


Cosa dobbiamo fare per interrompere questa crescita nell’uso del carcere? Come possiamo destituirlo dal suo ruolo simbolico e di gestione delle marginalità e restituirgli a pieno titolo la sola lotta al crimine?


Innanzitutto evitando di fare quello che si fa oggi, quando le politiche penali vengono modulate momento per momento sull’emozione causata da un singolo episodio di cronaca. Le politiche economiche non rispondono alla chiusura di una singola fabbrica.


Perché il sistema penale dovrebbe star dietro a un singolo crimine? Solo perché gli strumenti mediatici gli danno tanto spazio? E poi?


E poi bisogna lavorare sulla lunga distanza. Bisogna farsi carico della marginalità. Badate che io non parlo di inclusi e di esclusi, ma di “marginali”. Nessuno sta fuori dal sistema: può starne ai margini, ma sono tutti inclusi. È il sistema stesso che li colloca ai margini. E allora bisogna uscire dal paradosso di cui parlavo prima. Lo Stato deve riaffermare la propria missione economica e sociale e diventare un generatore di autentica sicurezza.