"Dal Diritto al Dissenso, alla Dittatura Democratica"
01-02-2008 - Ore 17.00 - Ex-deposito ferroviario - Cosenza
Incontro-dibattito con
Haidi Giuliani e Silvia Baraldini

Dal diritto al dissenso alla dittatura democratica
Uno stato che mette in discussione i diritti fondamentali dell'uomo, costituzionalmente garantiti, è uno stato in cui il rischio dittatura è reale. Quello che stiamo subendo in Italia, è vero, non è dittatura, ma ogni dittatura inizia con la repressione di chi dissente. Repressione del pensiero, degli stili di vita, di chi ha la pelle scura, di chi lotta in difesa del proprio territorio e della propria salute. Eppure la Costituzione Italiana è fondata su valori quali la libertà, l'accoglienza e la tutela dei diritti per tutti. Il Popolo Sovrano. Ripudia la guerra. È fondata sul lavoro. Invece il lavoro uccide più della mafia e i padroni hanno l'impunità garantita, chi pensa che guerra e sfruttamento sono reati contro l'umanità è condannato ad anni di carcere mentre chi le fa, causando la morte di centinaia di migliaia di innocenti, viene riverito con gli onori di stato. Vengono agitati fantasmi "anarco-insurrezionalisti" tra le comunità che si oppongono alla devastazione ambientale e sociale dei propri territori. È più che mai necessario riaprire una discussione costruttiva attorno ai diritti umani e al sistema delle garanzie sempre più a rischio per chiunque osi esprimere un pensiero diverso da quello unico dominante che mette le merci e il denaro al centro dell'universo calpestando dignità e diritti. Si dissemina paura realizzando "business", perchè la paura fa business, consentendo l'approvazione di pacchetti sicurezza mirati a reprimere tutto ciò che è epidermicamente fastidioso alla società dell'apparire. Uno Stato feroce, arrogante e giustizialista con chi lotta per una società migliore, con i deboli, con chi vive ai margini e i "diversi" che diventa garantista, solidale e complice con gli sfruttatori e i predatori della terra.
Assoluzioni e promozioni eccellenti per quanti hanno ucciso e torturato a Genova come a Napoli, per le strade, nelle carceri, sul lavoro, di contro condanne e anni di carcere, per quanti lottiamo per un mondo migliore, ci impognono una riflessione costruttiva per la riapertura del dibattito su diritti e garantismo contro la repressione di stato che aleggia in ogni dove, annullando con un colpo di spugna le LIBERTA' per cui i Partigiani diedero la vita.
Dal diritto al dissenso alla dittarura democratica, sarà luogo di discussione comune a tutte le realtà di movimento che vorranno costruire dal basso proposte e percorsi a difesa dei diritti e delle libertà individuali e collettive.
Coordinamento Liberitutti
APPELLO ALLA MOBILITAZIONE DEL 2 FEBBRAIO

La notte del 15 novembre 2002 venti persone che erano state fra gli organizzatori di quel Forum furono arrestate dai reparti speciali dei ROS e dei GOM. Ad altri cinque furono notificati gli arresti domiciliari. Quarantatre persone finirono indagate nel filone di inchiesta. Le irruzioni di uomini armati fino ai denti e con il volto coperto terrorizzarono molte famiglie a Cosenza, Napoli e Taranto.
Tredici persone furono rinviate a giudizio, accusate di aver voluto “sovvertire violentemente l’ordine economico costituito nello stato” per essere stati fra gli animatori delle grandi manifestazioni di popolo in occasione del vertice OCSE di Napoli e del G8 di Genova nel 2001.
Quel processo, iniziato il 2 dicembre 2004 presso la Corte di Assise di Cosenza, è alle sue battute finali. La requisitoria del Pubblico Ministero è prevista per il 23 gennaio, e poco dopo sarà emessa la sentenza.
Solo un mese fa il Tribunale di Genova ha comminato più di un secolo di carcere a ventiquattro manifestanti. Sono stati inflitti fino a 11 anni di carcere utilizzando reati da codice di guerra come l'accusa di "devastazione e saccheggio".
Al contrario, nessuno ha pagato per le inaudite violenze compiute dalle forze dell’ordine sui manifestanti a Genova, giudicate da Amnesty International la più grave violazione dei diritti umani in Europa dal dopoguerra.
Nessuno dei dirigenti responsabili ha dovuto rendere conto degli errori ed orrori commessi: al contrario, sono stati tutti promossi. I processi per la macelleria della Diaz e le torture a Bolzaneto si avviano alla prescrizione per decorrenza dei termini. L’omicidio di Carlo Giuliani è stato archiviato senza un processo. Il Parlamento ha respinto la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta. Al contrario, gli imputati di Cosenza rischiano pene severissime.
Ancora una volta c’è bisogno di difendere la dignità calpestata del nostro paese e le garanzie democratiche –nel sessantesimo della Costituzione. Una volta ancora bisogna pretendere verità e giustizia sui fatti di Genova, e difendere il diritto a costruire un “un altro mondo possibile”.
Il nostro paese è pieno di lotte, vertenze nazionali e locali, resistenze e proposte per i diritti umani, sociali, civili, politici, ambientali, per la difesa dei beni comuni, contro la guerra e il riarmo. L’attivismo civile e la mobilitazione sociale dovrebbero essere considerati una risorsa di questo paese.
Al contrario, questi conflitti finiscono sotto processo e tante persone rischiano di vedersi rovinata la vita per il loro impegno sociale. Crediamo sia necessario allargare la riflessione, la solidarietà e l’iniziativa unitaria di fronte ai segnali di una deriva securitaria e repressiva contro ogni forma di diversità e di dissenso.
Agli imputati di Cosenza viene contestato di essere protagonisti attivi del movimento altermondialista e delle lotte per il cambiamento, attività che viene quindi considerata sovversiva e cospirativa.
Questo processo riguarda perciò fino in fondo tutti coloro che credono doveroso impegnarsi per una società e un pianeta più giusti e che vogliono per tutti e per tutte il diritto ad agire, ad opporsi, a praticare e vivere alternative.
E’ tempo di tornare a Cosenza da ogni parte d’Italia, come facemmo il 23 novembre del 2002 protestando insieme a tutta la città.
Costruiamo insieme una nuova grande manifestazione a Cosenza sabato 2 febbraio
per liberare chi è sotto processo da accuse inaccettabili.
DIFENDIAMO IL DIRITTO A VOLER CAMBIARE IL MONDO
Le adesioni collettive e individuali vanno inviate a: liberitutti@inventati.org
Buon anno dal carcere
Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi
buon anno agli uomini in nero del ministero d'ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone
buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati
buon anno a tutti gli inocenti pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti
buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone
buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci possono passare pure loro
buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire
buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all'inferno
buon anno a tutti quelli che soffrono piangono ridono e sono felici ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire
buon anno a quelli che hanno speranza a quelli che l'hanno persa e a quelli che s'illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza
buon anno a tutti i prigionieri del mondo pure a quelli di Guantanamo
buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere
buon anno a quelli che si sentono piccoli perchè solo così si può essere grandi
buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità
buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi
buon anno a quelli che sono solo ciò che sono che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano
buon anno anche ai deboli che sono forti perchè non lo nascondono
buon anno a quelli che credono che non rispettando i diritti dei criminali non si rispettano neppure quelli degli uomini migliori
buon anno a quelli che credono che irrecuperabile non è il detenuto ma pittosto è irrecuperabile il carcere
buon anno a quelli che fanno il male così pinamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri
buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società
buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perchè abbiamo sbagliato
Carmelo Musmeci
carcere di Spoleto 2007
Presidio di solidarietà - Sabato 1 Dicembre - Siano (cz)
NON LASCIAMOLI SOLI...
di carcere non si può morire...
SABATO 1 DICEMBRE 2007 ORE 10.00
CARCERE DI SIANO (CZ)
PRESIDIO DI SOLIDARIETA'CON I PRIGIONIERI IN LOTTA.
NO AI CIRCUITI DIFFERENZIATI!
NO AL CARCERE-DISCARICA!
NO ALLA TORTURA!
NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DEI MIGRANTI!
NO ALLA CRIMINALIZZAZIONE DELLE LOTTE SOCIALI!
ASSOCIAZIONE YAIRAIHA ONLUS-CS, PRIME ADESIONI: ON. FRANCESCO CARUSO (INDIPENDENTE PRC-SE) ON. SALVATORE CANNAVO’ (ASS. SICISTRA CRITICA - PRC.SE), COMITATO DI LOTTA PER LA CASA “ACQUI RESTAMOS”-CS, CNCA-CALABRIA, COMUNITA' PROGETTO SUD-LAMEZIA TERME, CONFEDERAZIONE COBAS-CS, C.S.O.A. “A. CARTELLA”-RC, C.P.O.A. RIALZO - MOVIMENTO AMBIENTALISTA DEL TIRRENO, RETE ANTAGONISTA-CALABRIA, RETE ANTIRAZZISTA-CS, SEGRETERIA PROV. PRC-CS, ASSOCIAZIONE SINISTRA CRITICA - CALABRIA, OPERA NOMADI CS, PRC-SE CALABRIA, FEDERAZIONE PROV. PRC-CZ...
E' uscito il secondo numero de "L'Evasione"
E' uscito il secondo numero del nostro giornale "L'Evasione".
Esce il n. 0 de "L'Evasione"
Cari amici, finalmente esce il n. 0 de L'evasione: idee in fuga. Dal titolo si evince già il carattere che avrà questa nuova testata: idee e pensieri che riescono a oltrepassare le sbarre e i muri di cinta, idee e pensieri liberi di superare le soglie delle strutture totali.
L'EVASIONE - leggilo in formato PDF
BUONA LETTURA
La campagna popolare "Mai più ergastolo"
Forme ed espressioni del dissenso, dai gruppi organizzati ai movimenti. Intervista ad Haidi Giuliani e Silvia Baraldini
Gli anni 70 della Baraldini, la guerra in Vietnam e la difesa dei diritti civili della popolazione afro-americana, l’esperienza di Heidi Giuliani, dai social forum al movimento fino all’esperienza parlamentare; storie di vita a confronto. Sembra quasi una illusione trovarsi di fronte quei grandi occhi azzurri cantati da Guccini di cui nel secolo scorso tanto si è detto, come allo stesso tempo reincontrarli al fianco di una donna la cui minuta corporatura nasconde una grande forza, che la spinge a girare l’Italia in lungo ed in largo nel tentativo che quanto accadde a Genova non resti solo una pagina di storia macchiata dal sangue del proprio figlio. L’attivismo della prima, negli Stati Uniti di Nixon, ed i ricordi di giovane sessantottina della seconda fino all’attualità, nel tentativo di rintracciare le peculiarità e le differenze del mondo del dissenso di ieri ed oggi. Ricordi, esperienze che rivivono attraverso i pensieri più radicali della prima e le posizioni più moderate della seconda.
Dalla militanza nel 19 Maggio, nelle Pantere Nere fino al supporto al movimento clandestino afro-americano. Il mondo del dissenso degli anni settanta in America rispetto a quello attuale italiano e non….
BARALDINI: Non vi è grande differenza tra ieri ed oggi, gli afro-americani, non hanno tuttavia alcun potere nella società americana. L’unica grande differenza che posso riscontrare (dopo quanto accaduto in questi anni) è che il movimento radicale “rivoluzionario” è stato sconfitto attraverso la repressione. Adesso, la richiesta per quei diritti (civili) si esprime solo attraverso le elezioni, fermandosi alla scelta del candidato che meglio rappresenti tali richieste. I problemi sono gli stessi, ma la metodologia è cambiata.
GIULIANI: La richiesta dei movimenti riunitisi a Genova nel 2001 è stata quella di una maggiore partecipazione dal basso alle scelte politiche e sociali. La contestazione, muoveva contro i cosiddetti otto grandi rei di voler prendere decisioni che avrebbero riguardato l’intera popolazione mondiale. Il movimento a Genova rappresentava anche chi non c’era (chi si era fermato solo agli incontri nei vari forum sociali). Ancora una volta si è trattato di un monito di dissenso verso chi detiene il potere. La repressione che ne ha fatto seguito ha avuto l’effetto di cancellare la voce di rappresentanza di tutti quei popoli che nel mondo non hanno voce, spostando l’attenzione sulle violenze (vere e presunte) adombrando la vera richiesta dei popoli.
Dalla tutela dei diritti all’aspetto economico. Il movimento del dissenso attuale muove la propria contestazione verso un sistema capitalistico che tende ad inasprire le differenze tra i vari paesi. Dunque, sulla base di ragioni economiche ideali che trovano fondamento in problematiche di natura sociale?
BARALDINI: Sono venuti formandosi molti movimenti nel sud del mondo consapevoli della loro posizione che chiedono e vogliono un cambiamento. Ciò ha dato a noi in occidente una nuova consapevolezza sul nostro rapporto con loro e con i centri del potere. Da Genova fino al social forum di Firenze vi è stata una forte spinta positiva, che ha conosciuto poi una fase di stallo a causa dell’operato delle autorità che con la loro repressione (ed espansione della stessa) hanno causato una frantumazione del movimento, non più capace di sostenere quella spinta positiva, attraverso la scelta misura e chiara di dove, come e chi reprimere. A questo punto, dal movimento ci si sposta sul singolo (parlo da osservatore). Il movimento è stato incapace di sostenere una risposta unitaria, ci si trova di fronte ad un singolo contro uno Stato molto più potente dando luogo ad una visione di debolezza del movimento in se, che se avesse risposto in forma unitaria forse il rapporto sarebbe stato molto più equilibrato.
GIULIANI: Da giovane contestatrice degli anni settanta posso dire che allora si sognava l’internazionalismo, ci si trovava di fronte a qualcosa non ben definito, vivevamo ancora un capitalismo ristretto ai confini del nostro paese. La globalizzazzione del capitalismo ha fatto aumentare in modo esponenziale la forza e la potenza di quei pochi che voglio decidere le sorti di un intero mondo, rendendo estremamente debole la protesta di chi non è d’accordo. Inoltre, tale situazione ha inasprito l’antica malattia tipica della sinistra, che piuttosto che raggiungere la maturità di lavorare insieme ai movimenti, anche partendo da posizioni diverse, per raggiungere obiettivi comune preferisce guardarsi al suo interno. “Questo è quello che abbiamo sognato con Genova ma che poi si è frantumato”.
Lo spirito, gli ideali con cui ci si avvicina al mondo del dissenso oggi sono sentiti allo stesso modo rispetto agli anni settanta?
BARALDINI: Noi negli Stati Uniti avevamo degli obiettivi ben definiti, una questione fondamentale da cui non si poteva prescindere: c’era la guerra in Vietnam e noi dovevamo fermarla. Ciò comportava il muoversi lungo una strada che non percorrevi da solo, che conduceva alla militanza ed oltre. Diventava una scelta individuale che condizionava tutto. Adesso credo sia più difficile, non vi è una questione così determinante che ti chiama in causa che permette di effettuare un distinguo, di prendere una decisione netta: o sei per la guerra o contro. Adesso è più difficile.
GIULIANI: Bisognerebbe chiederlo ai giovani, da giovane militante negli anni settanta ricordo una condivisione di ideali che conduceva a percorrere una strada insieme, permettendoti di prendere una decisione netta; e per assurdo lo è anche oggi, anche se ci sono infinite guerre. Oggi è più complicato, per noi era più facile, i contorni erano ben definiti: tutto il bene era da una parte e tutto il male dall’altra. Oggi stabilire ciò è molto più complesso, i confini si sono allargati (e talmente confusi), per noi si fermavano alla nostra città; il resto lo immaginavamo. Questa situazione può disorientare, anche i ragazzi del social forum di Genova venivano da esperienza, storie obiettivi ed ideali differenti. Adesso è impossibile individuare una divisione così netta, ma ciò non ci deve far arrendere; questo mai, qualcuno diceva: “L’unica battaglia persa è quella che ho abbandonato”.
Il rapporto con la politica, il movimento del dissenso quale forma di democrazia dal basso rispetto a quelli che sono i canali istituzionali della politica….
BARALDINI: Io ho una posizione molto netta a riguardo, il movimento deve andare per la sua strada e cercare di mette radici, coltivare quelli che io chiamo i piccoli focolai di resistenza che ci sono sparsi per l’Italia, farli crescere e maturare e poi se si deve dialogare con la parte istituzionale della politica ben venga; per me comunque questa non è la priorità. Il mio punto di vista è che il dialogo con la parte politica istituzionale è un vicolo cieco, che in questo momento può solo danneggiare il movimento.
GIULIANI: “La politica è sempre politica”, il movimento ha sempre rappresentato la coscienza critica dei partiti della sinistra. Il dramma è che oggi ci si trova di fronte “ai movimenti”, non al movimento. I movimenti hanno subito un processo di frantumazione e diversificazione in infiniti distinguo che influiscono negativamente. È una cosa positiva che ad esempio i vari comitati “NO TAV”, “NO PONTE”, abbiamo costituito un patto di mutuo soccorso, ma ciò non garantisce quel rapporto stretto che permette di lavorare insieme è solo un patto di mutuo soccorso (se aggrediscono te io vengo in tuo aiuto)
Attuale contesto storico, crisi delle istituzioni e disinteresse dell’opinione pubblica. I fatti di Genova ed i relativi processi. Come definirebbe il rapporto politica magistratura?
BARALDINI: Quello che ho imparato attraverso il mio caso è che la magistratura non è assolutamente indipendente dalla politica. Nel mio caso ha deciso Fassino (all’epoca ministro della giustizia), il giudice di sorveglianza ha solo trascritto la decisione. In Italia l’indipendenza rimane solo lettera scritta, ma non corrisponde a prassi. Il racconto del viaggio per le prefetture italiane alla ricerca di quella che avrebbe accettato un impianto accusatorio come quello dell’attuale processo, credo sia stata una cosa studiata a tavolino. Certo, sarebbe stato meglio a livello politico per noi dar vita ad un impianto difensivo unico come movimento non individuale com’è accaduto.
GIULIANI: Sono cresciuta con la convinzione di avere come cittadina di questo paese una buona carta costituzionale. Nel corso degli anni mi sono resa conto, che tale dettato normativo è stato troppe volte disatteso ed inattuato, ma anche che sono in tanti che hanno voglia di mettervi mano. La costituzione rimane l’ultimo baluardo cha ci rimane. Parlo anche alla luce della mia recente esperienza in Senato quale senatrice della sinistra arcobaleno, dove spesso mi sono trovata (pur essendo membro della maggioranza) in minoranza all’interno di una maggioranza tutta da definire. Più volte si è tentato di mettere mano alla carta costituzionale nel tentativo di varare delle riforme, prima con Berlusconi, il cui tentativo fortunatamente è stato bloccato dal referendum popolare, poi dalla stessa maggioranza di cui ero membro. Dobbiamo difendere la nostra carta costituzionale sessant’anni fa come oggi, dobbiamo stare attenti a non farcela portar via con la scusa che è troppo vecchia è va ringiovanita. “Un accidenti”, quella costituzione ha impedito (anche peggio di quello che abbiamo vissuto e subito) il peggio e credo che dobbiamo continuare a difenderla.
Carla Filetti
Una piccola Guantanamo in Italia?
Testimonianza di un prigioniero arabo-islamico nelle carceri italiane
A gennaio del 2008 è stata aperta una nuova sezione Elevato Indice di Vigilanza a Benevento dove sono raggruppati soli prigionieri islamici. Una decina in tutto: 5 algerini, 1 egiziano, 1 tunisino ed un anziano palestinese di 82 anni, con problemi di salute, da 17 anni in carcere in Italia per i fatti dell'Achille Lauro. Cinque provengono dalla sezione EIV di Siano (CZ), due da Poggioreale, uno da Carinola (CE), uno da Sulmona e uno da Parma. La struttura della sezione è già di per se significativa: bocche di lupo alle finestre, oltre le reti; reti sopra il passeggio; luce e televisione vengono spente a mezzanotte; non sono state consentite le audiocassette con registrazioni religiose (già consentite nelle carceri di provenienza) e i libri permessi in cella sono limitati a cinque. Il regime di detenzione si è subito rivelato di tipo intimidatorio, teso ad imporre una disciplina vessatoria e militaresca: tra le numerose angherie si impone ai prigionieri di stare in piedi, in silenzio e di spegnere la televisione durante la quotidiana battitura delle sbarre delle finestre in cella. A chi distribuisce il vitto (uno dei dieci suddetti prigionieri) viene imposto, con minacce, da tre guardie di non parlare con gli altri. In particolare, lo scorso 10 febbraio, una guardia ha minacciato due lavoranti di portarli in isolamento e di picchiarli se non avessero accettato le loro imposizioni. Strane coincidenze tra l'”etica” dei secondini addetti a questa sezione e quella dei reparti “speciali” operanti a Bolzaneto, alla Diaz e per le strade di Genova nel 2001. Il 27 febbraio, alle 10.30, il sottoscritto Yamine Bauhrama, in seguito ad una protesta verbale contro una guardia che, con tono fortemente provocatorio, mi diceva di non impiegare più di 10 minuti per la doccia. <<Chiudi la bocca e rientra in cella!>> è stata la sua risposta, dopodichè si avvicina e mi colpisce con un pugno in faccia, intervengono altre due guardie e mi riportano in cella. Alle 12 è tornata la guardia che mi aveva colpito per farmi uscire per l'ora d'aria “accompagnandomi” con pesanti insulti, scatta una colluttazione e intervengono altre guardie a calci e pugni. Gli altri prigionieri iniziano subito una battitura delle sbarre, quindi sono intervenuti un ispettore e un brigadiere che mi riportano in cella. Dopo due ore, alle 14.10, ritorna il brigadiere che mi accompagna dal medico per farmi visitare. Arrivato al piano di sotto dove è situata l'infermeria, già nel corridoio vengo colpito da una guardia con un pugno in testa, davanti all'ispettore e al brigadiere. Poi fui trascinato da tre guardie davanti al medico il quale mi ha solo guardato in faccia, senza neanche visitarmi, e ha riferito che era <<tutto a posto!>>, in seguito venni trascinato in una cella cinque metri più avanti dove entrarono una decina di guardie che cominciarono a picchiarmi con calci e pugni, alla testa e sul corpo, sbattendomi la testa contro il muro. Per dieci minuti almeno, alla presenza dell'ispettore, del brigadiere e del medico. Finito il pestaggio, mi hanno spogliato nudo con la forza, minacciandomi di morte nel caso avessi parlato. Gli altri prigionieri, sentendo le mie urla, hanno cercato di farsi sentire all'esterno con una battitura delle sbarre. Per 3 giorni sono rimasto in quella cella e in sciopero della fame. Il giorno dopo chiesi alla matricola di poter esporre denuncia di quanto accaduto ma non mi fu permesso. Il 29 mattina sono andato in consiglio di disciplina, dove ho esposto l'accaduto al direttore ed al comandante. 15 giorni di isolamento è stato l'esito. Il 1 marzo vengo trasferito. Mentre salivo sul furgone un ispettore mi “ricordava” di non parlare con nessuno di quanto successo. Ora mi trovo nel carcere di Siano dove ho scontato i 15 giorni di isolamento per poi ritornare nella sez. EIV per soli prigionieri politici. Yamine BauhramaSiano, 20 marzo 2008
Fiabe dal carcere scritte da un ergastolano
Perché ho deciso di scrivere fiabe?
Probabilmente perché le fiabe fanno crescere interiormente e io non sono ancora cresciuto o forse sono cresciuto troppo in fretta.
Probabilmente per rivalsa delle fiabe che nessuno mi ha mai raccontato o semplicemente perché una fiaba con la sua magia può trovare una via di uscita nel buio del mio cuore.
Probabilmente perché la fantasia mi offre la speranza che la vita reale non mi può più dare.
Probabilmente perché le fiabe mi riaccendono la speranza che possa tornare ancora bambino.
Probabilmente perché quando la sera ti accorgi che la vita diventa troppo difficile e non hai più nessuna speranza che possa cambiare in meglio, ci si attacca a tutto anche alla magia, perché senza neppure la speranza della nostra fantasia non ho la forza di affrontare le avversità della vita.
Probabilmente perché tramite le mie fiabe posso immaginare un eventuale lieto fine.
Probabilmente perché la notte quando la cella si riempie di orchi, mostri, zombi e lupi cannibali, spunta Zanna blu, Lupa bella, Coda bianca e Occhi neri e mi portano in un mondo migliore.
Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto - aprile 2008
Il destino di Cesare Battisti è nelle mani di Lula
Brasile: estradizione di Cesare Battisti ora è nelle mani di Lula
Ansa, 17 aprile 2010
Il Supremo Tribunal Federal brasiliano (Stf) ha pubblicato oggi le motivazioni della sentenza con la quale mesi fa ha dato via libera all’estradizione in Italia dell’ex terrorista rosso, rilevando che ora spetta al presidente brasiliano pronunciare l’ultima parola: un documento, quello dell’Alta Corte, in cui si smonta in sostanza la tesi che Battisti sia un perseguitato politico.
Uno dei punti chiave delle motivazioni sulla sentenza contro Battisti, che si trova in un carcere di Brasilia, rileva infatti che i quattro omicidi - commessi alla fine degli anni 70 - per i quali l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo è stato condannato in Italia, sono stati perpetrati "senza alcun obiettivo politico immediato", né rappresentano "una legittima reazione ad un regime oppressivo". Il testo parla inoltre dell’Italia dell’epoca come di un paese "in piena normalità istituzionale dello Stato di diritto".
Proprio sulla base di tale punto, sottolineano analisti locali, nel caso in cui il presidente Lula decidesse di confermare l’asilo politico a Battisti - come hanno ipotizzato anche oggi alcuni media brasiliani - dovrà presentare una motivazione diversa dalla persecuzione politica.
Il dispositivo della sentenza pronunciata nel novembre scorso rileva inoltre che "nonostante la decisione" - e cioè il sì all’estradizione - dell’Alta Corte "non sia vincolante", Lula dovrà "osservare i termini del trattato di estradizione firmato tra Brasile e Italia". I giudici fanno in altre parole capire che pur avendo ora Lula l’ultima parola, lo stesso capo dello Stato dovrà muoversi nell’ambito dell’accordo di estradizione Roma-Brasilia in vigore da diversi anni.
A concedere lo status di rifugiato politico a Battisti era stato, nel gennaio 2009, l’ex ministro della Giustizia, Tarso Genro, che aveva preso tale decisione sulla base "dello statuto dei rifugiati del 1951", il quale prevede quali ragioni valide per la concessione dell’asilo "il fondato timore di persecuzione per motivi di razza o di opinione politica".
La pubblicazione delle motivazioni sul sito web dell’Stf (due pagine di sintesi, su un totale di 200) giunge pochi giorni dopo - lo scorso lunedì a Washington - di un colloquio tra il premier Silvio Berlusconi e lo stesso Lula, il quale in quell’occasione aveva fatto sapere di voler aspettare "le motivazioni" con cui la Corte avrebbe argomentato la sua sentenza.
Il premier aveva da parte sua espresso totale fiducia nei confronti delle autorità brasiliane per l’espletamento delle procedure di estradizione, oltre al rispetto nei confronti del lavoro dei giudici brasiliani. Ora il documento è di fatto sul tavolo del capo di Stato.
Fonti della difesa di Battisti hanno ricordato all’Ansa di avere cinque giorni di tempo, a partire da lunedì, per leggere e controllare con la lente d’ingrandimento le 200 pagine della sentenza. "Valuteremo se ci sono contraddizioni od eventuali punti oscuri nel testo", hanno rilevato le fonti, che secondo le norme brasiliane non hanno più possibilità di presentare ricorsi.
NO ALLA DEPORTAZIONE DEI ROM DA COSENZA
Come appartenenti alla rete antirazzista cosentina esprimiamo la nostra massima solidarietà e complicità ai fratelli rom accampati sulla riva sinistra del Crati. La vicenda rom oramai da anni spunta nelle piene invernali e scompare in primavera. Da ormai tre anni assistiamo al continuo rimpallo tra le istituzioni circa la questione campo rom senza nessuna soluzione, si sono susseguite solo chiacchiere e passerelle mediatiche fino ad arrivare a renderla emergenza da trattare come ordine pubblico.
I professionisti del sociale e dell'antirazzismo negli anni hanno millantato soluzioni al problema creando le emergenze per conquistare qualche passerella politica e incrementare i carrozzoni clientelari sui quali reggono il loro misero potere. Dopo tre anni ci ritroviamo nelle stesse condizioni del 2007 e oggi, a riprova dell'immobilismo di una intera classe politico-amministrativa, pende sul campo rom la spada di Damocle di uno sgombero che, entro primo marzo, spazzerà via quel microcosmo creatosi sulle rive del Crati nell'indifferenza generale.
I Rom a Cosenza hanno una lunga storia, da oltre 50 anni si assiste all'insediamento di comunità che interagiscono con la città a vari livelli, dalla strada alle stanze dei bottoni. Abbiamo assistito allo sgombero di capodanno di Gergeri e alla conseguente rasa al suolo delle baracche, con assegnazione di case, perchè in quella zona ricadevano gli appetiti dei signori del cemento e continuiamo ad avere sotto gli occhi la baraccopoli di via Reggio Calabria i cui abitanti da anni aspettano l'assegnazione di una casa. E tutti tacciono. Anche il buon Massimo Converso che alle comunità Rom di mezza Italia non può più avvicinarsi e che sulla falsa, quanto inutile, integrazione dei rom ha costruito la sua immagine e fortuna. Ma i rom romeni devono essere sgomberati, le baracche rase al suolo e la comunità deportata su modello Rosarno. Forse perchè non votano? O forse perchè la deriva razzista e xenofoba in questo Stato si materializza con azioni come quelle che abbiamo visto a Ponticelli, a Roma, a Milano, a Rosarno, a Corigliano e, domani, forse a Cosenza.
Rimandiamo al mittente gli attacchi miopi dei servi di partito derivanti dalla bieca visione dilagante secondo la quale amministrare la cosa pubblica sia una questione privata e che, peggio ancora, chiunque lavori con gli enti pubblici diventi automaticamente “fedele alla linea” del partito.
Riteniamo che fin'ora non c'è stata nessuna volontà di affrontare la “bomba” rom in chiave di diritti di cittadinanza, che gli attori istituzionali siano sempre gli stessi e che le dichiarazioni del Sindaco Perugini e del Presidente Oliverio di chiedere una proroga alla Procura sulla scadenza del 1 marzo siano solo un modo di prendere tempo fino alla prossima tornata elettorale senza avere nessuna intenzione di trovare una soluzione reale. Sarebbe bastata l'individuazione di un area demaniale per la costruzione di un campo-sosta e la messa in opera dello stesso per risolvere la questione e garantire le condizioni di dignità minime.
Continueremo a stare al fianco delle popolazioni migranti e nomadi costruendo con loro accoglienza dal basso senza nessuna velleità integrazionista, difendendo il loro diritto di esistere e vivere secondo la propria cultura e tradizione e, a differenza di Rosarno, faremo le barricate assieme a loro contro lo sgombero.
Febbraio 2010 Centro Popolare Occupato Autogestito Rialzo
Lager in Italia
Non mi uccise la morte, ma due guardi bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte. (Fabrizio De Andrè)
“Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto” l’audio shock del comandante delle guardie del penitenziario di Teramo aggiunge altro orrore al dramma delle carceri. (Fonte: “Il Manifesto”, martedì 9 novembre 2009).
Ecco due testimonianze tratte dalla tesi di laurea “Vivere l’ergastolo”:
Una mattina, mentre mi trovavo al passeggio, vengo chiamato dalle guardie, dopo che mi vengono messe le manette vengo fatto salire in una jeep, mettono in moto ed usciamo. Mi ordinano di tenere la testa abbassata. Ad un tratto una guardia impugna la pistola e mi dice “Stai per morire!” Mi punta la pistola nella tempia destra. Non ho battuto ciglio, certamente la paura c’era, ma non potevo fare nulla. In quel momento pensavo alla mia famiglia, quando sento il grilletto girare a vuoto … una finta esecuzione con le relative risate dei secondini. Come se non bastasse mi si dice:”Ora scappa, corri per la campagna”. Io con la testa faccio segno di no. Un aguzzino mi dà uno schiaffo e urla: “Scappa” io non mi muovo. Prendono una corda la mettono tra le mie manette e la legano alla jeep, mettono in moto e mi tirano dietro, cerco di correre il più forte possibile, ma non posso farlo più forte della jeep, finchè con un piede entro in una buca, perdo l’equilibrio, cado e sono trascinato per circa 100 metri con risate e divertimento delle guardi carcerarie.(Matteo Greco, carcere di Pianosa 1992)
Dopo i primi giorni avvenne il primo pestaggio: quando si usciva all’aria gli sgherri erano messi in fila con i manganelli nelle mani. Un compagno anziano, lento nei movimenti, rimasto indietro, venne preso a calci, pugni e manganellate. Sentivamo urli strazianti. Al ritorno vedemmo tutto il sangue sparso nel corridoio, ma noi eravamo troppo impauriti per potergli dare la nostra solidarietà. E quella nostra debolezza fu l’inizio della fine, perché fatti del genere in seguito si ripeterono sovente. In quel periodo imparai a conoscermi a crescermi dentro, scoprii che lo Stato è peggio di quel che credevo, mi faceva conoscere privazioni, torture e patimenti nell’assenza totale di legalità, giustizia e umanità. In quella maledetta isola persino i gabbiani erano infelici per quello che vedevano. Alla fine, nell’estate del ’93, iniziai a fare lo sciopero totale della fame …(Carmelo Musumeci, carcere dell’Asinara 1992)
Perchè meravigliarsi tanto dell’omicidio di Stefano Cucchi e delle botte ai detenuti?Il carcere in Italia è così e basta e non deve rendere conto a nessuno. Perché queste lacrime di coccodrillo da parte dei politici e dei mass media?Non è un segreto che in carcere i detenuti vengono picchiati, è sempre stato così e sempre sarà così.Vengono picchiati soprattutto i detenuti più deboli, i più soli e i più emarginati. Carmelo Musumeci Carcere di Spoleto
Un caso Cucchi anche in Calabria
Un caso Cucchi anche nel carcere di Catanzaro dove morì giovane di Cosenza13 nov 09 Ci fu un caso Cucchi anche nel carcere Siano di Catanzaro dove un giovane cosentino, Emiliano Mosciaro, morì per una appendicite trasformatasi in peritonite acuta con stato di necrosi avanzata. A rimarcarlo è la sorella di Mosciaro, Paola, che racconta come nell’agosto del 2003 il fratello morì in ospedale a Catanzaro appena trasferito dal carcere. Per la morte dell’uomo due medici del carcere sono sotto processo per omicidio colposo. Secondo l'accusa, i due non avrebbero messo in atto terapie adeguate per evitare che lappendicite degenerasse nella peritonite che uccise Mosciaro. Sono convinta -dice oggi la donna- che nessuno pagherà per la morte di mio fratello. Sono passati sei anni ed ancora non siamo venuti a capo di niente. Il processo va avanti a suon di rinvii. Ormai spero solo nella giustizia divina perché in quella umana non ci credo più da tanto tempo. Si spera sempre che cambi qualcosa, ma poi la speranza muore. Quello che è successo a Stefano Cucchi è qualcosa di disumano. Anche dopo morto -ricorda la donna- c'erano gli agenti della polizia penitenziaria a guardare il corpo di Emiliano e ci fecero allontanare. Dovemmo aspettare l’autorizzazione del giudice per poter piangere mio fratello. Questa cattiveria mi rimarrà dentro per tutta la vita.
Pestaggio nel carcere di Teramo
TERAMO - "Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.
In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.
La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un'indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell'istituto".
Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, faranno visita al carcere.
Intanto la Uil chiede chiarezza e verità anche a tutela della professionalità e dell'impegno quotidiano della polizia penitenziaria di Teramo.
"Noi possiamo solo affermare - sottolinea la segreteria regionale - che la violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo che, invece, pur tra mille difficoltà hanno più volte operato con senso del dovere, abnegazione e professionalità. Ciò non toglie che la verità vada ricercata con determinazione e in tempi brevi. Noi vogliamo contribuire a questa ricerca impedendo, nel contempo, che si celebrino processi sommari, intempestivi e impropri".
Anche il notevole sovraffollamento è causa di forti tensioni. L'istituto potrebbe contenere al massimo 250 detenuti, ne ospita circa 400. Un solo agente per sezione deve sorvegliare, nei turni notturni, anche più di 100 detenuti; un flusso di traduzioni che determina l'esaurimento di tutte le risorse disponibili.
ascolta il video dal sito di repubblica.it
http://tv.repubblica.it/copertina/il-detenuto-si-massacra-da-solo-non-davanti-a-tutti/38587?video
SCANDALOSO:Stefano sarebbe morto in carcere per una caduto
ROMA – Bisogna giungere alla verità nel più breve tempo possibile. E’ questo l’appello lanciato nuovamente dalla famiglia del giovane Stefano Cucchi, il ragazzo morto inspiegabilmente mentre era detenuto nel carcere Regina Coeli di Roma, in occasione della conferenza stampa organizzata giovedì al Senato.
Nel corso dell’appuntamento con i cronisti a Palazzo Madama, promosso dal presidente dell’Associazione ‘A buon diritto’, Luigi Manconi, a cui hanno partecipato il legale dei Cucchi, Fabio Anselmo, e alcuni parlamentari, tra i quali Emma Bonino, Rita Bernardini, Felice Casson e Renato Farina, sono state distribuite le foto scattate a conclusione dell’autopsia sul corpo del ragazzo. Immagini che mostrano chiaramente il volto tumefatto di Stefano e i numerosi traumi su tutto il corpo. Il giovane avrebbe riportato, infatti, numerose contusioni, l’arretramento di un bulbo oculare, una frattura alla mascella e numerosi danni alla dentatura.
Segni, questi, che rendono quantomeno discutibile la versione della caduta dalle scale
“L'atto di morte è stato acquisito dal pm - ha spiegato il legale Fabio Anselmo, che ha seguito anche la vicenda del giovane Federico Aldrovandi - per cui non abbiamo in mano nulla, se non le foto scattate dall'agenzia funebre e un appunto del medico legale. Non sono stati riscontrati traumi lesivi, a quanto appare, che possono averne causato la morte. Si parla di ecchimosi ed escoriazioni e sangue nella vescica, per cui è difficile sapere quando e soprattutto come è morto”.
Ciò che è certo è che Stefano venne fermato il 15 ottobre scorso per detenzione di sostanze stupefacenti al Parco degli Acquedotti di Roma e che è morto al nosocomio capitolino Sandro Pertini il 22 ottobre, dopo il ricovero al Fatebenefratelli e la detenzione al Regina Coeli. In tutto questo lasso di tempo, dal fermo alla morte, ai familiari non è stato permesso di visitarlo.
Le spiegazioni fornite in Parlamento dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha parlato di una “caduta accidentale dalle scale”, non sono per nulla sufficienti. La famiglia continua a chiedere che si faccia piena luce sul caso, senza reticenze di sorta. Il padre di Stefano chiede la verità anche al ministro La Russa. “Mio figlio in quei momenti era sotto la tutela dello Stato – ha detto Giovanni Cucchi - dunque questa vicenda non può passare sotto silenzio. E dato che è stato preso in consegna dai Carabinieri chiediamo chiarezza anche al ministro della Difesa Ignazio La Russa”.
Della vicenda si è interessata anche l’associazione Antigone, il cui presidente Patrizio Gonnella afferma: “Abbiamo fatto una ricostruzione fedele dei giorni che vanno dall'arresto di Stefano Cucchi alla sua autopsia, di cui stiamo ancora aspettando l'esito”. All’agenzia Cnr Media, Gonnella sottolinea come “le fotografie [del giovane deceduto ndr.] parlano da sole, così eloquenti da diventare imbarazzanti”. Impossibile quindi che sia caduto: “Dovrebbe essere caduto prima di schiena e poi di faccia, molto strano e difficile. Forse solo una caduta sugli sci potrebbe causare danni così disparati e diffusi”. Da qui la necessità di “un'inchiesta rapidissima, altrimenti – conclude Gonnella – potrebbe diventare melmosa, come in altri casi. I fatti sono facili da accertare: si possono sapere rapidamente i nomi dei carabinieri che hanno arrestato Stefano Cucchi, si interrogano, si scopre la verità in meno di 48 ore”.
foto e aggiornamenti su: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=7254:la-famiglia-cucchi-invoca-giustizia-per-stefano-le-foto-shock-del-ragazzo&catid=90:cronaca&Itemid=288
DENUNCIA DELLA FAMIGLIA DI STEFANO CUCCHI, ASSISTITA DAL LEGALE CHE SEGUì IL CASO DI FEDERICO ALDROVANDI
ROMA
- «Vogliamo la verità sulla morte di Stefano. Quando lo hanno arrestato stava bene. La mattina dopo aveva il volto tumefatto. Sei giorni più tardi è morto, senza che noi potessimo vederlo prima...». È lo sfogo di Ilaria, sorella di Stefano Cucchi, 31 anni, geometra nello studio di famiglia nel quartiere Casilino. Il ragazzo, basso di statura e molto magro, è stato arrestato la notte del 16 ottobre nel parco Appio Claudio. I carabinieri lo hanno bloccato mentre spacciava droga: ecstasy, cocaina e marijuana. Cucchi, piccoli precedenti alle spalle, è stato accompagnato a casa dove viveva con i genitori per la perquisizione. Il padre e la madre lo hanno visto che «camminava sulle proprie gambe - ricordano - . Era preoccupato, è normale, ma stava bene. E non aveva alcun segno sul viso».
La mattina successiva, al termine dell’udienza di convalida in tribunale, il ragazzo è stato condotto a Regina Coeli dopo che i carabinieri lo avevano consegnato alla polizia penitenziaria. «Non c’è stato alcun maltrattamento», assicurano i militari dell’Arma. Cucchi, secondo la ricostruzione dei carabinieri, ha trascorso la notte dell’arresto in camera di sicurezza nella stazione Tor Sapienza. «Appena arrivato ha detto di essere epilettico - aggiungono i militari dell’Arma . In quella stessa notte il piantone l’ha sentito lamentarsi. Tremava, aveva mal di testa. Così è stata chiamata un’ambulanza, ma Cucchi ha rifiutato le cure e non è voluto andare in ospedale. Poi si è messo a dormire e la mattina è stato condotto in tribunale ». Quando il giovane è arrivato in carcere è apparso però in precarie condizioni. È finito al pronto soccorso, «per dolori alla schiena», spiegano Luigi Manconi e Patrizio Gonnella, delle associazioni «A buon diritto » e «Antigone», e il giorno successivo nel reparto penitenziario del «Pertini». Lì è morto per arresto cardiaco la notte di giovedì scorso. E solo allora ai genitori e alla sorella è stato permesso di vederlo, ma da dietro una vetrata: «Aveva il volto pesto, un occhio fuori dal bulbo, la mandibola storta», raccontano.
Ora si attende l’esito dell’autopsia, già effettuata, «senza darci il tempo di nominare un perito di fiducia, anche se sembra che Stefano avesse tre vertebre rotte», sottolinea Ilaria, che ha nominato come legale Fabio Anselmo: è lo stesso che ha assistito la famiglia di Federico Aldrovandi, il giovane morto a Ferrara nel 2005 dopo una colluttazione con alcuni poliziotti che lo stavano arrestando. «Vogliamo la verità - conclude Ilaria - Stefano era un bravo ragazzo. Avrà pure commesso qualche errore, ma non doveva morire così».
Paolo Foschi e Rinaldo Frignani
Corriere della sera, edizione romana pagina 5
27 ottobre 2009
AGGIORNAMENTI E FOTO DEL CADAVERE DI STEFANO: http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx
Castrovillari (cs): due detenuti suicidi in 20 giorni...
Un detenuto 39enne di Morano Calabro si è tolto la vita nel pomeriggio di domenica scorsa impiccandosi con la cintura dei pantaloni.Un nuovo suicidio nel carcere di Castrovillari: stavolta a togliersi la vita è stato un 39enne di Morano Calabro, che nel pomeriggio di domenica scorsa, verso le 16.30 si è impiccato utilizzando la cintura dei pantaloni. Il suicidio del detenuto, C.N., arriva a poco più di quindici giorni da un altro decesso, quello di un diciannovenne cileno che si è ucciso impiccandosi con un lenzuolo. Il giovane, con problemi di tossicodipendenza, era stato arrestato nel luglio scorso per furto, ed era recluso "a disposizione dell’autorità giudiziaria".Su questo nuovo caso è intervenuta Rita Bernardini, deputata dei Radicali/Pd e membro della Commissione giustizia. "Oggi in quell’istituto penitenziario - ha detto la deputata - erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Credo che il Ministro Alfano non possa continuare a limitarsi a fare dichiarazioni che prospettano soluzioni a medio o lungo termine come quelle che si riferiscono alla costruzione di nuove carceri".Secondo Bernardini, "occorrono misure urgenti da più parti proposte per arginare l’emorragia di vite umane che si manifesta con l’incredibile numero di suicidi o con la morte civile e senza speranza di chi è costretto a vivere in modo indegno di un Paese civile. E qui ci metto anche tutto il personale, direttori compresi".
Dal Quotidiano di Calabria, 30 settembre 2009
BRUNO BELLOMONTE LIBERO, LIBERI TUTTI!
A giugno, la prima operazione repressiva proG8 portava nel carcere di Regina Coeli/Roma, 6 persone “ per ricostituzione delle br, un marchio facilmente abusato per mettere a tacere anche le critiche democratiche! A luglio, in corso G8 e nel moltiplicarsi degli arresti a Torino, Roma, Napoli, (compagne/i che tuttora subiscono misure coercitive firme, domicilio coatto, ecc.), il beghino Tribunale della Libertà di Roma confermava gli arresti.A fine luglio, nel post G8 il trasferimento punitivo nel carcere speciale di Catanzaro, nonostante le“esigenze istruttorie e le leggi carcerarie deponessero per la detenzione romana.A nulla sono valse le documentate e circostanziate risposte di gran parte degli arrestati e delle loro difese, tese a dimostrare l’impossibilità e l’inesistenza delle ipotesi accusatorie, surrogate sostanzialmente da vacue e suggestionanti interpretazioni delle intercettazioni telefoniche.Questa inchiesta fa acqua da tutte le parti. Non c’è uno straccio di prova, né di sufficienti indizi: gli accusati tra loro tutti non si conoscono, alcuni non sanno nemmeno cosa vuol dire la politica, altri sono vicini o ben oltre la pensione !Che razza di banda armata è mai questa??! Dove l’unico che fa riferimento ad un rapporto organizzato è Bruno Bellomonte, che milita nel partito indipendentista sardo “A manca pro indipendenza”, che al momento del suo arresto ha ribadito, ove mai ce ne fosse bisogno, che il partito e Bruno agiscono alla luce del sole Bruno è stato candidato nelle recenti elezioni regionali sarde nella Lista Unitade Indipendentista”/prov.Olbia-Tempio e che i loro proponimenti e il loro modo di agire è abissalmente antitetico a quello delle “brigate rosse.Conosciamo bene e da lungo tempo Bruno Bellomonte, compagno tra i più stimati e conosciuti in Sardegna per antica militanza sociale e sindacale, è personaggio pubblico non ha niente da nascondere. Bruno è ferroviere, capostazione a Sassari, sindacalista dell’’UCS fin dalla prima ora poi confluito nell’SDL, rispettato e benvoluto dai colleghi e dalla cittadinanza.Bruno non ha fatto in tempo a sottrarsi dalle mire di una fallace inchiesta cagliaritana contro l’indipendentismo in cui magistrati hanno dovuto prendere atto delle stringenti prove documentali prodotte, rimettendolo in libertà dopo 10gg dall’abusivo arresto nel 2007 che i sodali romani non trovano di meglio che rimetterlo in mezzo, testimonianza di un modo di agire desolante di inquirenti, che abusano in luoghi comuni, ripetitività dei soggetti, melassa di chiacchiere.Insomma, come in un gioco di ruolo il clichè è scontato, basta variare le circostanze e i nomi buoni per l’occasione (e qui c’è in ballo il G8!), tanto i mandati di cattura sono in bianco! E anche se il tutto si rivela una bufala l’impunità è garantita, vige la ragion di stato!E lo stato non paga pegno. Al massimo, nonostante la documentata condotta anticostituzionale, ci scappa qualche condanna che si esaurisce nella prescrizione e nella promozione dei sediziosi, vedi Genova 2001, con le sentenze Bolzaneto-Diaz e le richieste di condanna per l’ex Capo della Polizia Di Gennaro e varia consorteria .Povera Italia! Misere istituzioni, ridotte a certificare la propria esistenza solo per mantenere poltrone, incarichi e apparati, facendosi scudo a comando e/o a vuoto”di inchieste fasulle e fantasmagoriche, di cui peraltro non si deve rispondere, visto il degrado e la decadenza della Repubblica.Cosa si cerca di fare con questa inchiesta? Di sequestrare il più a lungo possibile un compagno responsabile e leale? Di condizionarlo e piegarlo con il carcere duro? Dopo 45 gg. di isolamento a R.Coeli (murato vivo:solo, 10’d’aria in chiostrina,senza libri), il confinamento nella cajenna di Catanzaro, sempre in isolamento: una sadica punizione, testimonianza di quanto siano spietate e infami le istituzioni, che peraltro impongono ai familiari ingenti spese e sacrifici..Come Cobas e cittadini tesi a garantire le libertà costituzionali e il diritto a perseguire la giustizia sociale, non permetteremo che si compia questo ennesimo misfatto, parteciperemo e metteremo in atto tutte le iniziative tese a smascherare questa operazione repressiva e a riportare presto liberi gli arrestati.Confederazione Cobas
L'appello per la scarcerazione di Bruno
In questi giorni ho ricevuto una lettera dalla casa circondariale di Siano- Catanzaro. La lettera ma ha fatto enorme piacere,chi la ha scritta è Bruno Bellomonte. Bruno è stato arrestato ( unico sardo ) il 10 giugno scorso ( un mese prima del G8 ) insieme ad altre quattro persone dall’antiterrorismo, con la solita imputazione di comodo, legami con forme di lotta armata ( Brigate rosse ).Sono certo che questa provocazione fallirà come ha fallito quella precedente chiamata Arcadia. La storia si ripete lo Stato italiano e le forze dell’ordine, con la scusa della lotta armata ( nuove BR ),trovano un capro espiatorio e continuano a perseguitare e criminalizzare i comunisti,gli indipendentisti,i rivoluzionari e il loro lavoro,il tutto per mettere paura. Questa inchiesta fa acqua da tutte le parti. Non c’è uno straccio di prova,né sufficienti indizi : gli accusati tra di loro non si conoscono,alcuni sono vicini alla pensione! Che razza di banda armata è questa ? Non conosco personalmente Bruno Bellomonte,ma da notizie avute da numerose compagne e compagni,posso dire con certezza che Bruno è ferroviere capostazione a Sassari. Un compagno tra i più stimati e conosciuti in Sardegna per antica militanza sociale e sindacale,è un personaggio pubblico che non ha niente da nascondere. Bruno Bellomonte è un militante del Partito indipendentista sardo “ A manca pro s’indipendentzia “. E’ stato candidato nelle ultime elezioni regionali sarde nella lista “ Unitade Indipendentista “; quindi il suo agire è antitetico a quello delle “ Brigate rosse “, Personalmente rilancio con forza la richiesta, che a Bruno venga riconosciuto il diritto di scontare la custodia cautelare in Sardegna. Inoltre mi auguro che al fianco e per la sua liberazione , prendano posizione politici,partiti,associazioni e cittadini a cui non vanno giù le ingiustizie sociali. La mobilitazione per Bruno è già in atto ,ci sono state varie manifestazioni ed è previsto un concerto per il 19 settembre. Dalla lettera che ho ricevuto ho la certezza che Bruno ha una grande forza interiore. Mi auguro di rivederlo al più presto al nostro fianco,battersi per la tutela dei lavoratori ,nelle lotte sociali,contro lo sfruttamento e la salvaguardia del nostro territorio e della nostra isola. Da parte mia continuerò il mio rapporto epistolare con Bruno,sia per informarlo degli eventi,sia per fargli coraggio. Invito tutti quindi a sottoscrivere l’appello per Bruno Bellomonte libero.
Antonello Tiddia
RSU Carbosulcis
- per adesioni all’appello : Libertate pro Bruno
- scrivere nome,cognome,carica di partito-sindacato o lavoro,luogo.
- Il tutto alla mail : tiddia.ant@gmail.com
Bruno è detenuto nel carcere di catanzaro, per scriverlo:
via tre fontane, 28
siano-catanzaro 88100
Sulla passerella di ferragosto in carcere...
Ferragosto in carcere. Questa l'iniziativa lanciata dai Radicali che vede la partecipazione di oltre 150 fra europarlamentari, deputati, senatori e consiglieri regionali che, nella giornata di oggi, visiteranno le carceri italiane per toccare con mano le condizioni di sovraffollamento in cui sono costretti a vivere quasi 64.000 uomini, donne e, ahinoi, bambini. Ad una lettura superficiale dell'evento si potrebbe rimanere favorevolmente colpiti perchè sembrerebbe, d'un tratto, che la deputazione nazionale sia attenta e sensibile alle condizioni di tutti i cittadini, detenuti compresi. Facendo, invece, una riflessione più attenta e critica dell'iniziativa non possiamo non considerare alcuni fattori che, a nostro avviso, determinano le condizioni di disumanità e sovraffollamento delle carceri. E non solo a Ferragosto. Le cause del sovraffollamento sono da ricercare nelle leggi varate negli ultimi 10 anni che puniscono con la reclusione le “diversità” scomode (migranti, consumatori di sostanze, popolazioni che lottano per difendere la propria terra dagli scempi, ecc.) e nelle campagne mediatiche criminogene che “mostrificano” intere categorie sociali solo per consentire ai governi (di entrambi gli schieramenti politici) il controllo sociale tout court attraverso la massificazione dei nuovi sistemi di controllo e di carcerazione sociale. Inoltre, il continuo martellamento mediatico sulle finte emergenze criminali oltre a creare insicurezza sociale è utile a coprire la crisi economica e sociale che stiamo vivendo. Troviamo quantomeno strano, infatti, che il “tour” non preveda l'ispezione dei Centri di Permanenza Temporanea o Centri di Identificazione ed Espulsione (nuova – ma nenache tanto – modalità di carcerazione), forse perchè in casa PD si teme di essere additati come gli istitutori di questi lager? Carceri e CPT o CIE che dir si voglia, sono di fatto discariche sociali in cui vengono ammassati portatori di bisogni sociali a cui lo Stato non riesce a dar risposte. Disoccupazione e precarietà diffusa generano il brodo di coltura della criminalità inducendo a delinquere per bisogno tanto più al Sud dove diventa la condizione strutturale lasciataci da oltre un quarantennio di saccheggi dei fondi destinati allo sviluppo operati, indistintamente, da tutte le classi politiche e dirigenziali che, al massimo, hanno creato interi carrozzoni clientelari lasciando la gente alla loro mercé e in uno stato di ricattabilità permanente.Le attuali condizioni di sovraffollamento impongono risposte forti e assunzioni di responsabilità collettive e non in termini repressivi ma costruttivi. Costruire diritti e non nuove carceri, riconoscere e affermare i bisogni e dare risposte adeguate, devono essere alla base di un'azione politica che vada nella direzione di una riduzione dello Stato penale e dell'ampliamento dello Stato sociale. Cancellazione delle leggi Bossi-Fini, Fini-Giovanardi e del Pacchetto sicurezza come priorità. Reddito di cittadinanza come forma di riscatto sociale, di lotta concreta alle logiche clientelari e delinquenziali. Pertanto, riteniamo strumentale la “passerella di ferragosto”, ma, al tempo stesso, speriamo che gli “Onorevoli Visitatori” riusciranno a “specchiarsi” nell'umanità che troveranno riconoscendo le proprie responsabilità e riflettendo, almeno interiormente, sulla (in)utilità del carcere oggi.
Associazione Yairaiha
Collettivo “L'Evasione”
Manitestazione 8 Agosto 2009 - NOI IL PONTE NON LO VOGLIAMO
Non esiste un progetto definitivo, probabilmente mai ci sarà, ma già si vuole partire con le opere propedeutiche come lo spostamento dell'asse ferroviario di Cannitello e quel delirio di svincoli, raddoppi, gallerie, varianti e viadotti che dovranno collegare il Ponte: l’area dello Stretto trasformata in un immenso cantiere per un tempo indefinito, come è per la Salerno – Reggio Calabria ma con delle ripercussioni probabilmente ancor più pesanti.
La classe dirigente, incapace di organizzare un sistema dignitoso di servizi e di trasporto locale nello Stretto, usa la favola del Ponte come risoluzione di tutti i problemi. E mentre si sbandiera questo spauracchio, le Ferrovie dello Stato diminuiscono periodicamente il numero di corse, di navi e quindi di personale, la rivale-commare Caronte&Tourist da l'ennesima mazzata aumentando le tariffe per i non graditi pendolari, non si parla più del progetto di "Metropolitana del Mare" e gli aereoporti di Reggio e Catania degradano progressivamente.
Nonostante questo, siamo ancora costretti a sentire professoroni universitari che ci vengono a propinare il solito ritornello del Ponte che porterà "sviluppo", per chi e per cosa non ci è dato sapere!
Sicuramente non ne troverebbero vantaggio gli studenti ed i pendolari che attraversano quotidianamente lo Stretto, né la massa di disoccupati calabresi e siciliani che aspettano trepidanti l’apertura dei cantieri, mentre ne godrebbero le solite lobby, le multinazionali e le mafie. Non a caso, in una fase di crisi economica come quella che stiamo attraversando, il Governo decide di investire ancora nelle grandi opere e nel Ponte, invece di contrastare le migliaia di licenziamenti di cui abbiamo notizia ogni giorno.
Noi sappiamo che un sistema integrato di trasporto nello Stretto efficiente, realistico e pubblico è possibile, attraverso il potenziamento e l’ammodernamento delle flotte navali, un migliore utilizzo dei porti e delle infrastrutture ed una riorganizzazione complessiva dei collegamenti: opere sicuramente meno costose ed impattanti del Ponte, ma con il valore aggiunto di creare molti più posti di lavoro duraturi. Per questo noi non vogliamo il Ponte e parteciperemo in maniera convinta alla manifestazione dell'8 agosto a Messina, dietro lo "storico" striscione del movimento NoPonte calabrese che tantissime piazze italiane ha attraversato.
A tutte e tutti quelli che per partecipare alla manifestazione dovranno attraversare lo Stretto,
Già dalla sera prima il c.s.o.a. Cartella sarà Zona NoPonte: musica, video e balli per la difesa dello Stretto!
TANTO RUMORE PER UN CARCERE, LA PROTESTA DELLE DETENUTE DELLA DOZZA
Bologna - Negli ultimi mesi dal carcere della Dozza sono arrivati moltissimi segnali di denuncia delle pessime condizioni in cui versa la casa circondariale bolognese, e della situazione invivibile in cui sono costretti i suoi detenuti. Già a giugno i detenuti avevano iniziato uno sciopero della fame, continuato poi l'8 luglio, vedendo un'altissima partecipazione. Scioperi e proteste che sono riusciti a farsi sentire fuori dalle mura del carcere, sia grazie alla denuncia di Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà personale, che alla lettera aperta dei 4 ragazzi dell'onda bolognese arrestati nell'operazione Rewind. In entrambi i casi viene dipinto un quadro fatto di terribile sovraffollamento, di precarie condizioni igieniche, di cibo insufficiente, di carenza di personale educatore e di largo uso di psicofarmaci.
Questa volta la protesta nasce invece dalle sezioni femminili del carcere bolognese e viene resa nota proprio dalla Desi Bruno, a cui le detenute hanno consegnato un documento con le loro motivazioni. Da tre giorni infatti sbattono rumorosamente contro le sbarre e le porte della Dozza, per tre volte al giorno.
Vogliono attirare l'attenzione sull'insostenibilità del sovraffollamento e dei problemi che ne conseguono, come il cambio ritardato delle lenzuola, la carenza di attività che porta a dover rimanere in cella anche 20 ore al giorno. A questo si sommano le difficoltà nel riuscire ad avere misure alternative alla detenzione anche nel caso di detenute con figli o malate.
LETTERA APERTA ALLA CITTA' DI BOLOGNA DAL CARCERE DELLA "DOZZA"
Alla città di Bologna,
siamo Alessandro Boggia, Ernesto Rugolino, Marco Mattei e Francesco Zuanetti, i quattro giovani studenti dell'università bolognese arrestati lo scorso 6 luglio a seguito dell'operazione rewind e detenuti per due settimane presso la casa circondariale "Dozza".
Questa lettera aperta che rivolgiamo a tutta la città di Bologna, vuole essere una piccola e breve testimonianza diretta circa le drammatiche condizioni in cui si trovano a vivere i detenuti e le detenute della Dozza.
Ci siamo infatti trovati in prima persona a vivere una situazione di sovraffollamento, di cui i soli numeri non riescono neanche minimamente a rendere ragione; infatti un carcere pensato per non più di 600-700 detenuti, ora che si trova ad ospitarne circa 1200, vede esplodere il numero di persone per cella: fino a 3 per cellette da una persona e fino a sei per celle da 2-3 persone.
Oltre la drastica riduzione dello spazio disponibile, il sovraffollamento è causa di precarie condizioni igieniche, con il rischio di diffusione rapida di malattie veneree ed infettive anche a causa dell'impossibilità per molti detenuti di accedere a medicine, spesso troppo costose, e anche a causa di docce sporche e spesso senza acqua calda anche di inverno, che scoraggia il detenuto ad usarle; le celle si presentano piccole, con materassi vecchi e messi a terra per mancanza di letti, con forniture a singhiozzo ed incerte di detersivi ed igienizzanti per la pulizia della cella e dei sanitari, lenzuola cambiate solo una volta al mese con razioni giornaliere di cibo spesso insufficienti a coprire il fabbisogno calorico minimo per non deperire ed indebolirsi fisicamente ed immunitariamente.
Il sovraffollamento è causa anche dell'inutilizzo del reparto infermeria per i fini per cui è stato istituito, ovvero come luogo di cura per quei detenuti delle sezioni giudiziari che necessitavano di un reparto di cura in caso di malattia: infatti questa ala del carcere si trova ad essere in tutto e per tutto una zona di detenzione con permanenza fino a 2 mesi, usata come zona di "parcheggio" dei nuovi giunti o come valvola di sfogo quando le sezioni giudiziarie sono colme.
A fronte di questa situazione c'è anche una situazioni di carenza di personale educatore, psicologo, sanitario e soprattutto l'inesistenza di figure come i mediatori culturali che possano fungere da tramite fra la componente straniera della popolazione carceraria (la maggioranza) ed il resto del carcere come gli altri detenuti, il rapporto con i medici per il proprio stato di salute ecc.. E' infatti soprattutto, ma non solo, questa componente migrante che si trova abbandonata a se stessa, con enormi difficoltà di lingua a comprendere i propri diritti ed a rivolgersi al personale di guardia, giuridico o medico.
A fronte delle problematiche sociali e di relazioni tra i detenuti in ambienti così sovraffollati, con una facilità a dir poco disarmante, abbiamo poi assistito alla prescrizione di psicofarmaci da parte degli psichiatri dell'istituto ai detenuti dell'istituto, come soluzione immediata delle difficoltà psicologiche, fuori da ogni percorso di comprensione di queste, di valutazione del rischio di somministrare medicinali senza controllarne periodicamente gli effetti e la risposta dei detenuti, con un rischio forte e immediatamente visibile di dipendenza ed assuefazione a sostanze psicoattive.
La mancanza di spazi adeguati per le attività ricreative, di biblioteche, di accesso ai quotidiani, di strutture sportive, ecc... fa il paio con la precarietà delle zone colloqui con i familiari: stanze piccole con 20 - 30 persone per volta (nessuna privacy con i familiari), sporche, con vecchi tavoli di plastica da giardino usurati, con sanitari nelle zone di attese mai puliti; lo stesso vale per la possibilità di effettuare telefonate a parenti, perché i telefoni si trovano al centro dei corridoi delle sezioni, accanto al tavolo del personale carcerario, che sono zone di transito e molto rumorose: si è costantemente disturbati senza possibilità di intimità nella conversazione.
Questa situazione è poi aggravata dall'atteggiamento delle guardie penitenziarie, che non svolgendo nessun ruolo collaborativo o di sostegno alle esigenze del detenuto e dei propri familiari, interpreta a propria discrezione il regolamento carcerario (cosa peraltro permessa come si legge dal regolamento stesso) per quanto riguarda il rapporto con i familiari durante le pratiche per il colloquio o la consegna dall'esterno di pacchi; è qui che vige l'incertezza più totale per quelle centinaia di familiari che settimanalmente si presentano alla Dozza perché, se formalmente ci sono orari di visita, una volta la, sono a discrezione del personale i turni di ingresso, i tempi di attesa, la documentazione relativa per potere accedere al colloquio (una volta vanno bene le copie dei documenti, la volta successiva invece è richiesto l'originale e così via), il contenuto dei pacchi e ciò che si può far pervenire al detenuto (per un addetto alla sicurezza un oggetto o una pasto preparato a casa può entrare, per il suo collega no): con situazioni imbarazzanti e sconfortanti per i parenti che a volte sono costretti ad andarsene saltando il colloquio, o a non consegnare il pacco perdendo comunque una giornata di lavoro.
L'atteggiamento del personale con i familiari dei detenuti, sembra classificare i parenti degli stessi come potenziali criminali o presunti colpevoli di fiancheggiare (dare sostegno) a chi è stato condannato. Se queste sono le condizioni che in così pochi giorni abbiamo potuto vivere sulla nostra pelle, ci rendiamo conto di chi invece si trova recluso per periodi maggiori e cosa può significare per la propria salute psicofisica e per i propri vincoli familiari ed affettivi che, così messi a dura prova, rischiano di sfibrarsi facendo perdere al detenuto spesso l'unica rete sociale che può sostenerlo dall'esterno.
E' a fronte di questa situazione che i detenuti della Dozza, il giugno scorso, hanno indetto uno sciopero della fame di 7 giorni, con adesioni altissime, contro il sovraffollamento; per docce pulite e con acqua calda; per condizioni igieniche e sanitarie non precarie; per lenzuola pulite; per la mancanza di personale educatore; per un accesso ai farmaci per chi non può permetterseli; per impedire alla direzione di installare grate con fitte maglie a nido d'ape a tutte le finestre delle celle, cosa che ridurrebbe drasticamente la luce nelle stesse con scompensi fisici e depressivi per i detenuti.
Ma questa lotta non si è fermata con questa iniziativa, proprio perché le condizioni non sono migliorate e la direzione del carcere ha fatto orecchie da mercante rispetto alle richieste dei detenuti (al di là delle dichiarazioni della Direttrice dello scorso 18 giugno, la quale per esempio aveva assicurato il ripristino del cambio lenzuola una volta ogni 15 giorni, la situazione è tuttora immutata).
Infatti mercoledì 8 luglio, durante la nostra detenzione, è partito un nuovo sciopero della fame, che si è esteso a praticamente tutte le sezioni giudiziari, comprese le zone di detenzione più periferiche come l'infermeria. Una adesione ed una partecipazione emotiva altissima che, nonostante non sia arrivata comunicazione all'esterno, è stato per tutti i detenuti un segnale di compattezza su queste tematiche e soprattutto una prova di solidarietà e affermazione della propria dignità, che quotidianamente calpestata, è emersa con tutta la sua splendida forza. Alessandro, Ernesto, Marco, Francesco
Carcere Vallette: Lettera dei compagni torinesi
Da lunedì siamo reclusi nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Ci
viene contestata la partecipazione al corteo contro il G8 delle
università di Torino del 19 maggio scorso.
In realtà la nostra detenzione vorrebbe essere un deterrente per le
mobilitazioni internazionali che da giorni vedono l'Italia attraversata
da giovani di tutte le nazioni che si oppongono all'ennesimo assurdo
insulto del G8: spartizione tra pochi potenti del futuro di tutti noi,
del mondo. Con gioia
apprendiamo dai giornali che le mobilitazioni continuano con nuove
energie. Per noi, questa è la notizia migliore. Il movimento non si è
fermato, la forza critica e dirompente della nostra generazione non si
arresta. Un'intera stagione di mobilitazioni continua. Siamo a luglio e
le università sono
nuovamente occupate, gli studenti proseguono i loro dibattiti,
propositivi, contro riforme scellerate e tagli che vedrebbero gli
ultimi baluardi di sapere libero crollare.
Anche dal carcere continua la nostra lotta. In quesi giorni abbiamo
incontrato nuove forze, nuovi giovani, come noi con un futuro negato,
come noi
con una gran voglia di voltare pagina, di andare avanti e di lottare.
Partendo dai nostri diritti negati, vogliamo dar voce a loro, alle loro
famiglie, a ciò che tutti i giorni devono subire. Senza futuro,
l'isolamento, il taglio dei fondi agli istituti penitenziari, il
sovraffollamento, i colloqui con i familiari e con l'esterno
imbavagliati da una chilometrica burocrazia.
Da subito siamo stati divisi per motivi di sicurezza e proiettati nelle
varie sezioni del carcere. Due di noi in stato di semi isolamento,
senza poter avere contatti con gli altri detenuti e con le ore d'aria
dimezzate. Alcuni vestono ancora gli stessi abiti dell'arresto e non
hanno potuto ricevere indumenti dall'esterno. Queste sono le nostre
condizioni di vita, le condizioni di più di 1700 persone in un carcere
che ne può contenere a malapena 900.
Diritti fondamentali, vita quotidiana, lavoro, igiene, cibo, tutto
lasciato in secondo piano. Interi pezzi di società, scomodi, che
vengono gestiti con la
detenzione. Questa è la vita che ognuno di questi uomini e donne deve
affrontare ogni giorno. Senza futuro, senza progettualità, sapendo che
forse arriverà la libertà. Ma quale libertà? Privati della possibilità
di ricominciare una vita dignitosa, in un mondo in cui l'unico
interesse rimane la
gestione dell'emergenza quotidiana, senza alcuna assunzione di
responsabilità da parte dei colpevoli di tutto ciò.
Per tutti loro scriviamo queste parole, per le nostre e le loro vite.
Perché a nessun giovane venga negato il diritto allo studio, perché
nessun uomo debba mai più vedere il cielo da dietro una grata.
I COMPAGNI TORINESI ARRESTATI
15.07.2009
Un grido da una piccola Guantanamo nell’isola di Sardegna; Lettera dal carcere di Macomer
Un grido da una piccola Guantanamo nell’isola di Sardegna; Lettera dal carcere di Macomer
Tanti saluti a voi, spero che la mia modesta lettera troverà tutti voi in buona salute.Vogliamo raccontare alla associazione gli abusi di potere contro i prigionieri islamici che si verificano al carcere di Macomer (Nuoro) – una piccola Guantanamo nell’isola di Sardegna. Però adesso i prigionieri di Guantanamo stanno meglio di noi che siamo chiusi in questo lager.
Il 4 aprile 2009 sono stato trasferito, con il mio amico Ilhami Rachid, dal carcere di Carinola (Caserta). Quando siamo arrivati in questo carcere, sin dal momento in cui siamo scesi dal blindato, le guardie ci hanno trattato male! A noi, ancora con le manette ai polsi, hanno detto di prendere i nostri sacchi e altra roba. Ho detto alle guardie che con le manette non riuscivo a prendere tutto, in risposta mi hanno messo di forza il sacco sulle spalle trascinato in matricola attorniato da 6 guardie. Il mio amico Rachid si è fermato per chiedere alle guardie il perché di questo trattamento. La risposta è stata l’aggressione: hanno cominciato a picchiarlo con colpi di pugno sul collo e alla testa; non mi hanno permesso di aiutarlo: hanno trascinato anche lui in matricola con lo stesso nugolo di guardie.
Nella perquisizione che ne è seguita loro non hanno rispettato il Corano. In Italia ho già girato sei carceri, mai ho visto un trattamento come questo. Dopo la perquisizione ci hanno portati nelle celle che si trovano in una sezione uguale al 41 bis: isolamento totale, porta blindata chiusa 24 ore su 24, non vediamo nessun’altro prigioniero, solo guardie; anche il cibo ce lo portano le guardie. Ogni volta che usciamo dalla cella veniamo perquisiti palpati, ognuno di noi, da due guardie.
Anche i vestiti ce li danno contati, di libri ce ne danno soltanto 5.
Al passeggio siamo divisi dagli altri, non possiamo andare con loro, andiamo all’aria solo con quelli della nostra sezione. In questa sezione-lager siamo in 25 prigionieri islamici di diversi paesi del nord Africa.
L’8 aprile 2009 sono andato a parlare con il comandante, gli ho chiesto il perché di questo regime e del pestaggio contro Rachid. Lui mi ha detto: questo regime resta così fino a quando arriverà un cambiamento dal ministero!
Questa storia è una bugia, perché non c’è nessun carcere in Italia in cui chiudono la blindata 24 ore su 24 ore ecc.
Sul pestaggio di Rachid ha detto: “noi non abbiamo picchiato nessuno e quando picchiamo facciamo molto male”. (Questa la democrazia in Italia?).
La posta che entra in questo carcere ti viene consegnata dopo 25 giorni!, in ogni altro carcere la ricevi non dopo 4 giorni! che è stata spedita. La tengono bloccata.
Il giorno 4 aprile 2009 con i miei amici abbiamo cominciato lo sciopero della fame, lo porteremo avanti fino a quando non cambiano questo regime: o ci danno i nostri diritti o ci trasferiscono da questo lager.
Il 2 maggio due amici che dovevano chiamare le loro famiglie sono stati provocati dalle guardie. A un nostro amico una guardia ha detto “voi siete di Al Qaeda e non conoscete le guardie sarde come picchiano” e altre parolacce.
Lo stesso giorno un amico voleva passare il fornello ad un altro attraverso il lavorante, uno di noi, la guardia ha detto al lavorante di non farlo intimandogli di andare in cella. Mentre stava ancora parlando con la guardia, questa ha chiuso la blindata in faccia colpendogli il braccio. Abbiamo subito fatto una battitura di 25 minuti. Per tutto questo tempo e quando è arrivata la banda delle guardie hanno detto al nostro amico lavorante che la guardia non aveva visto il suo braccio. La mattina dopo quando è andato a parlare gli ha detto di voler fare una denuncia. Il comandante gli ha risposto: “Se tu fai una denuncia, io faccio una denuncia contro fi te e ti chiudo dal lavoro”.
Per davvero ci troviamo davanti ad una banda di “criminali!”. Loro hanno trovato un’isola, nessuno sentirà dei loro abusi di potere, però noi non ci fermeremo mai di scrivere fino a quando tutto il mondo avrà sentito come trattano i prigionieri islamici in Sardegna!
Alla spesa non portano il giornale per noi. Hanno la scusa pronta: il trasporto non arriva fino qui.
Cari amici di Yairaiha, noi abbiamo bisogno del vostro aiuto per pubblicare la nostra storia sulla vostra rivista e vi chiediamo di intervenire per cancellare la nostra sofferenza come avete fatto a Catanzaro e Benevento perché noi siamo isolati dall’esterno, inoltre siamo stranieri. Grazie mille, a presto.
Amine Bouhrama, Ilhami Rachid, Rabie Othman Saied, Mourad Mazi, Habib Mohamed, Hossin Dgamel, Tartag Samir, Khelili Fatah.
Macomer (NU), 15 maggio 2009
Solidarietà agli ergastolani in sciopero della fame
Dal 1 dicembre scorso tutti i detenuti in Italia hanno aderito allo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo mentre, quasi 800 detenuti ergastolani lo stanno portando avanti a staffetta e, da ieri e fino al 1 febbraio, anche nelle carceri calabresi si rifiuterà cibo e acqua per rivendicare una presa di posizione del Parlamento Europeo con una risoluzione per l’abolizione dell’ergastolo. Lo scorso novembre sono stati presentati oltre 750 ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in quanto la pena perpetua è contraria agli artt. 3,6 e 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e all'art. 27 della Costituzione Italiana (le pene non possono consistere in trattamenti contrari all'umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) ed, inoltre, l’ergastolo è stato abrogato nella maggior parte dei paesi europei e laddove è ancora formalmente in vigore c’è stata la concreta moratoria, con pene che si materializzano con un preciso fine pena, oscillante tra i 15 e i 20 anni. Il luogo comune “tanto in Italia l'ergastolo non lo sconta nessuno” è falso, ci sono condannati all'ergastolo che sono dentro da più di 40 anni che, ormai, aspettano solo la morte. Cosa c'è di più inumano di una pena che elimina, per sempre, un uomo o una donna dal consorzio umano? Cosa c'è di più aberrante del non aver nessuna certezza o speranza di poter riavere, un giorno, la libertà?Nell’incessante
richiesta di certezza della pena, peraltro non scritta in nessuna
norma di legge e in nessuno dei principi sanciti dalla Costituzione,
sotto sotto, c’è la certezza di voler far morire in carcere le
persone, c’è il pessimismo di quanti non credono che un uomo, che
è stato delinquente, possa cambiare. E’ vero scegliere di cambiare
la propria vita è una scelta che non tutti fanno, ma a tutti deve
essere data la possibilità perché questo cambiamento possa
avvenire. Negli Stati che riconoscono la dignità umana, si pensa che
chiunque,anche il peggiore criminale, abbia la possibilità di
cambiare se stesso e ritornare alla vita sociale
ordinaria.
Purtroppo non è così nel nostro paese. Perché in
Italia, definita culla del diritto, promotrice di diverse campagne
per l’abolizione della pena di morte nel mondo, non è ancora
possibile cancellare la pena dell'ergastolo? Cosa ci impedisce,
nonostante siano state presentate diverse proposte abolizioniste, di
cancellare una mostruosità giuridica che reclude un uomo a vita?
Mai, per sempre. Mai, tre lettere che tolgono la speranza e crea
l'illusione di vivere in un paese civile e democratico che ha abolito
la pena di morte...ma solo per ragioni estetiche, mentre in realtà,
al riparo dallo sguardo della gente si consuma il dramma di pene
illimitate che nella loro disumana lunghezza annullano la vita in
maniera molto più rilevante e crudele .
Associazione Yairaiha Onlus
c.p.o.a Rialzo
Cosenza Vekkia
Rebel Fans
SIT-IN DI SOLIDARIETA'
Salvatore iaccino “Aciaddru” è di nuovo detenuto. Salvatore è uno dei tanti perseguitati sociali della nostra città sul quale si sta consumando un vero e proprio “accanimento trattamentale” in termini di privazione della libertà personale attraverso carcere e psicofarmaci che gli unici effetti che riescono a produrre sono ulteriore emarginazione e rabbia. Con tutto quello che questa città esprime in termini di malaffare e malavita la procura e la questura cosentine non hanno niente di meglio da fare che accanirsi su una persona che esprime passioni forti e voglia di ri-cominciare una vita solare all'insegna della libertà e della giustizia sociale, perchè salvatore è sempre stato presente nelle lotte per la difesa dei diritti di tutti gli emarginati di questa città.
salvatore libero, liberi tutti
sabato 31 gennaio 2009 h. 17.30 sotto il carcere di cosenza
sit-in di solidarietà per salvatore iaccino
e presentazione del suo ultimo libro
"stellose creazioni" edito da COESSENZA
C.P.O.A. RIALZO
REBEL FANS
COSENZA VEKKIA
YAIRAIHA
rivolte in carcere
rivolte in carcere
Pistoia: Liberi tutti. Subito!
Nella giornata di domenica a Pistoia sono stati arrestati due nostri compagni (tre in tutto) con l'accusa di lesioni e devastazione di un circolo fascista di Casa Pound.Innanzitutto ribadiamo la totale estraneità degli arrestati a quei fatti visto che sono stati condotti in questura dopo oltre tre ore dagli stessi, prelevati da un circolo Arci a poche centinaia di metri da Casa Pound mentre stavano facendo un'assemblea regionale sul tema delle ronde.E' quantomeno strano che persone che avrebbero compiuto un'irruzione all'interno di una sede fascista si ritrovino poi tranquillamente a poche centinaia di metri in assemblea senza preoccuparsi minimamente di eventuali rappresaglie o interventi delle forze dell'ordine. Esistono inoltre palesi contraddizioni, riportate anche dalla stampa, circa i partecipanti all’assemblea, che risultano completamente differenti dai profili attribuiti ai presunti autori del fatto.A parte questa evidenza che smonta a priori la tesi degli inquirenti, non si capisce poi su quali basi siano stati comminati i tre arresti che rimangono in ogni caso una misura ingiustificabile per quel tipo di capi d'accusa. Probabilmente la presenza di un esponente del PdL all'interno della struttura al momento dell'irruzione ha fatto si che ci fossero pressioni politiche sulla questura stessa che per fare venti identificazioni ha impiegato 12 ore in cui non era nemmeno possibile parlare con chi stava dentro e nemmeno fornire assistenza medica ad una ragazza che necessita di una terapia particolare per problemi di salute.Un atteggiamento di rappresaglia da parte della questura di Pistoia che non ha mai avuto nei confronti di ben due sedi fasciste che sono aperte nel giro di un paio d'anni in città: quella di Casa Pound e quella di Forza Nuova. Due gruppi di estrema destra che ormai scorrazzano anche in molte altre città della Toscana, tollerati e spesso coperti da amministrazioni e forze dell'ordine. La presenza di un consigliere del PdL all'interno della struttura ne è un esempio lampante. Alla luce dei fatti espost, chiediamo l'immediata scarcerazione dei compagni ingiustamente detenuti.Al fianco dei tre compagni e di tutti gli antifascisti.
Genova G8: Processo d'appello Condanne aumentate per 15 manifestanti
Confermata in appello la condanna solo per dieci dei 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio durante il G8 di Genova del 2001. I giudici della corte d'appello hanno dichiarato 15 tra prescrizioni e assoluzioni. In primo grado le condanne erano state 24 per complessivi 108 anni di reclusione. Per gli imputati accusati di devastazione e saccheggio le pene sono state aumentate: Francesco Puglisi (10 anni e 6 mesi in primo grado) e' stato condannato a 15 anni; Vincenzo Vecchi (10 anni e 6 mesi) e' stato condannato a 13 anni; Marina Cugnaschi (11 anni) dovra' scontare 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro (9 anni) e' stato condannato a dieci anni. Aumentate anche le pene per Carlo Arculeo (da 7 anni e 6 mesi a 8 anni), Luca Finotti (da 10 anni a 10 anni e 9 mesi), Antonino Valguarnera (da 7 anni e 8 mesi a 8 anni), Carlo Cuccomarino (da 7 anni e 10 mesi a otto anni), Dario Ursino (da 6 anni e 6 mesi a 7 anni), Ines Morasca (da 6 anni a 6 anni e 6 mesi). I giudici invece hanno riconosciuto l'azione legittima per i manifestanti assolti oggi dall'accusa di devastazione e saccheggio durante il G8 del luglio 2001. In particolare i magistrati hanno confermato quanto stabilito in primo grado, ovvero l'illegittimita' della carica dei Carabinieri sul corteo di via Tolemaide e quindi la liceita' della risposta dei manifestanti.
Carcere: muore un detenuto di 32 anni, indagini della Procura
Si chiama Giuseppe Saladino il giovane parmigiano deceduto sabato nel carcere di via Burla a Parma. L'uomo era stato arrestato venerdì scorso perché doveva scontare una condanna ad un anno e due mesi per furto con scasso (era agli arresti domiciliari), ma è stato sorpreso fuori dalla sua abitazione; il luogo dove avrebbe dovuto scontare la pena. Per questo motivo Saladino, 32 anni nato a Palermo ma da molti anni residente a Parma, è tornato in carcere. Una volta portato nel carcere però ha accusato un malore ed è morto. La Procura di Parma ha aperto un fascicolo contro ignoti. Si indaga per omicidio colposo.
Il pm Roberta Ricci ha disposto l'autopsia e i risultati sono attesi per i prossimi giorni. Pochi giorni fa la Procura di Parma aveva aperto un'altra inchiesta per l'ipotesi di istigazione al suicidio di un detenuto che stava scontando l'ergastolo e si era tolto la vita. La vicenda riporta alla mente il caso Cucchi, il giovane morto a Roma qualche settimana fa.
da: http://www.lungoparma.com/
VOGLIAMO GIUSTIZIA PER I NOSTI BAMBINI!
I minori kurdi sono le maggiori vittime della guerra in corso. Sta ricadendo sulle loro deboli spalle il peso di vivere in un’epoca così violenta. Questo accade se i loro deboli corpi siano stati in grado di sopravvivere alla violenza senza esserne distrutti. Sono le vittime ed i testimoni di questa guerra e ne stanno pagando il prezzo sacrificando il loro futuro. Le prigioni sono i nuovi parco giochi dei minori di quest’epoca. Il numero dei bambini in prigione è più alto che mai. I loro crimini sono stati indescrivibilmente efferati: “Aver lanciato delle pietre contro un veicolo blindato della polizia ed aver danneggiato la proprietà pubblica”, questi sono i normali capi d’accusa. Nel freddo mondo della matematica le pietre che hanno tirato stanno tornando loro indietro sotto forma di 25 anni di prigione. Consumando la loro vita dietro le sbarre insegnano ai nostri minori che la vita e la guerra non sono un gioco. Degli abusi e delle torture sofferte durante l’arresto, degli interrogatori ai quali sono stati sottoposti prima di essere tradotti in prigione, di tutto ciò non è neanche necessario parlare… Tutto ciò accade in un paese candidato ad entrare nella Unione europea, mentre le così dette “riforme” per la democratizzazione del paese e per evitare che ciò accada ancora sono all’ordine del giorno. Attivisti per i diritti umani, intellettuali, membri delle ONG e tutti coloro che hanno sentito la loro coscienza colpita da questa ingiustizia hanno iniziato la campagna “Giustizia per l’infanzia”. Le comunità kurda e turca stanno facendo sentire la loro protesta. Non sono stati compiuti ancora passai avanti significativi. Le prigioni continuano ad essere usuali luoghi di dimora per i nostri minori. Come singoli individui, organizzazioni politiche, sociali e per i diritti umani ed ONG condanniamo questa ingiustizia. Non solo perché contraria alla normativa internazionale ma semplicemente perché inumana. Questo è il motivo per il quale aderiamo alla campagna “Giustizia per l’infanzia” in corso in Turchia. Come soggetti sottoscrittori noi chiediamo all’UNICEF di inviare una delegazione in Turchia per investigare, raccogliere informazioni e documentazioni al fine di fermare le violenze e le violazioni delle norme internazionali e dei diritti dei bambini che stanno avendo luogo.
Turchia, uccise 953 donne nei primi sette mesi del 2009
9/11/2009Il dato è stato reso noto dal ministro della Giustizia in seguito ad
un'interrogazione parlamentare Nei primi sette mesi del 2009 in Turchia
sono state assassinate 953 donne.
Questo significa che in media sono state uccise 4,5 donne al giorno, 31
a settimana.
A dare la notizia è stato il quotidiano filo-governativo Today's Zaman
che riporta il dato fornito da Sadullah Ergin, ministro della Giustizia,
per rispondere ad un'interrogazione parlamentare.
A chiedere al ministro della Giustizia di fare luce su questi omicidi è
stata la deputata Fatma Kurtulan del partito per una Società
democratica, filo curdo.
L'interrogazione della Kurtulan rientra all'interno di un progetto più
ampio per costringere il Governo guidato da Giustizia e Sviluppo,
partito di radici islamiche, a porre fine alla piaga delle violenze
contro le donne.
benedetta guerriero Peace Reporter
