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16-04-2010
Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante ROS Ganzer
Il comandante delle teste di cuoio dei carabinieri è accusato di aver coperto alcune irregolarità in diverse operazioni antidroga. L'accusa: associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, falso e peculato
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14-10-2009
Rubati i computer degli avvocati degli indipendentisti sassaresi
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22-09-2009
Operazione Rewind
Arresti Rewind Torino, allegerite misure cautelari Leggi »
19-09-2009
PRESIDIO DAVANTI A REGINA COELI E REBIBBIA SEZIONE FEMMINILE
Lunedi 14 settembre 5 compagni di lotta dell'8 Marzo occupata di Magliana sono stati prelevati dai carabinieri in modo coatto alle ore 4.40 di mattina e portati a Regina Coeli e a Rebibbia. Leggi »
29-08-2009
Varese, partorisce dopo l'arresto e il gip la lascia in carcere
Ha partorito un bimbo due giorni dopo essere finita in manette per aver rubato profumi (1.500 euro il valore) in un negozio di Varese, ma il gip Giuseppe Battarino le ha negato i domiciliari ... Leggi »
Radio Onda Rossa
Radio Onda Rossa, contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più ma neanche di carcere si viva.
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Associazione Papillon-Rebibbia (Roma)
Per la difesa dei diritti e della dignità dei cittadini detenuti
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fine pena mai
Sei arrivato nel Territorio degli Uomini Ombra. In coloro che vedono ogni giorno stagliarsi inesorabile nel “fine pena mai”.
Questo blog è stato creato per loro. Per i condannati all’ergastolo ostativo, quello senza nessun beneficio, senza mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni, senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con i propri cari. Tutto questo per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.
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Ristretti
Giornale e pagine di cultura e informazione dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca, realizzate da detenuti, detenute, operatori volontari.
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Informa Carcere
La voce dei detenuti - a cura dell'associazione Pantagruel.
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Per spingere dall'interno le lotte metropolitane, le trasformazioni dei territori, le resistenze e l'informazione di parte che non solo non troverebbe posto nei media cittadini, ma una voce dal di dentro, dal basso, di parte.
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CSOA A. CARTELLA

centro sociale occupato autogestito "Angelina Cartella" Reggio Calabria
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CSOA ExCARCERE
Centro Sociale Occupato Autogestito " ExCarcere" Palermo
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Reti-invisibili
per non dimenticare..
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Verità e Giustizia per Genova
Il Comitato organizza iniziative volte alla tutela delle vittime della repressione delle forze dell'ordine nell'esercizio della manifestazione del pensiero
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fonte: Repubblica
Ventisette anni di carcere. Richiesta di condanna shock a Milano per il generale Giampaolo Ganzer, tuttora comandante del Ros, uno degli imputati al processo per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga condotte tra il 1991 e il 1997 da un piccolo gruppo all'interno reparto speciale dell'Arma che l'alto ufficiale avrebbe "diretto e organizzato". Nessun commento da chi da molti anni è alla guida de Raggruppamento operativo speciale. Eccetto poche parole: "Continuo con la massima serenità e impegno a fare il mio lavoro".
Così, al termine di una requisitoria durata 12 udienze, il pm Luisa Zanetti davanti ai giudici della ottava sezione penale del Tribunale ha formulato le sue richieste di condanna. Richieste pesanti perché, come ha spiegato, "i reati contestati sono gravissimi e la pena prevista è altissima": si va dai 27 anni non solo per Ganzer, ma anche per altri che come lui sono stati ritenuti "promotori e organizzatori" dell'associazione, tra cui l'ex colonnello del Ros Mauro Obinu (ora all'Aise) e un sottoufficiale, passando dai 26 e 25 anni per altri militari, fino ai 5 anni e 18mila euro di multa. Un totale di 352 anni per i 18 imputati per i quali a giugno si prevede la sentenza che non riguarderà però l'ex pm bergamasco Mario Conte, ritenuto altro personaggio chiave nella vicenda, per il quale è in corso un processo separato tempo fa da quello principale.
Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere aggravata dall'uso delle armi e dal numero dei componenti superiore a dieci, peculato e falso, questi ultimi due reati in parte coperti da prescrizione. In sostanza, "un gruppo di militari comandati e diretti dagli ufficiali imputati - aveva affermato il pm più di un mese fa, quando aveva cominciato la sua lunga e dettagliatissima ricostruzione - ha deviato dai propri compiti e doveri creando un traffico di droga prima, al fine di reprimerlo poi (...) usando a tal fine la loro conoscenza investigativa, le loro indagini, strumentalizzando le risorse dell'Arma, le risorse giuridiche, i decreti di ritardo atti, strumentalizzando le fonti trafficanti o trafficanti con veste di fonte che hanno continuato a trafficare".
Con lo scopo di arricchirsi e "di conseguire visibilità e successo", come si legge nel capo di imputazione, avrebbero commesso una serie di "illecite importazioni, detenzioni e cessioni di ingenti quantitativi di cocaina, eroina, hashish", non solo utilizzando le strutture messe a disposizione dall'Arma dei carabinieri, ma anche violando le leggi che disciplinano le operazioni sotto copertura per la lotta ai narcotraffico. Inoltre ad alcuni, tra cui a Ganzer e Obinu, è stato contestato anche di aver importato nel '93 da Beirut in Italia 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni". Fatti "gravi" anche se, come aveva tenuto a precisare il pm, "questo non è un processo a carico del Ros, non è un atto di accusa contro l'Arma dei carabinieri, di cui tutti riconoscono la delicatissima funzione, il valore e l'impegno (...), ma alle deviazioni all'interno dell'Arma".
La richiesta di condanne era abbastanza prevedibile per quasi tutti i legali degli imputati . "Nessuna sorpresa - ha affermato l'avvocato Tiburzio De Zuani, difensore di Ganzer - Dopo quello che il pm ha detto durante la requisitoria, non mi aspettavo niente di più". Osservando che nonostante questo il generale Ganzer non è mai stato rimosso dal suo incarico, il legale ha precisato: "Se fosse vera l'accusa, che vera non è, si può dire che il mio assistito è stato trattato come un narcotrafficante".
Dentro c'erano tutti gli atti relativi all'inchiesta della Dda di Cagliari denominata Arcadia. I legali difendono Bruno Bellomonte, Emanuela Sanna e Massimiliano Nappi, tutti e tre appartenenti a A Manca pro s'indipendentzia.
Sono entrati durante la notte nello studio legale di via Zanfarino e hanno portato via tre computer portatili. Dentro c'erano tutti gli atti relativi all'inchiesta della Dda di Cagliari denominata Arcadia, che aveva portato allo scoperto quello che secondo gli inquirenti era un'organizzazione accusata di una lunga serie di attentati dinamitardi. I legali Luigi Sotgiu e Elisabeta Udassi difendono Bruno Bellomonte, Emanuela Sanna e Massimiliano Nappi, tutti e tre appartenenti a A Manca pro s'indipendentzia.
Martedì 13 ottobre 2009 12.39
Le forze del dis-ordine si sono introdotti con la forza nell'edificio della ex-scuola che ospita tutti noi: famiglie di sfrattati, precari, disoccupati; ci hanno costretto a rifugiarci sul tetto per difendere il nostro spazio.
Ci hanno detto che era solo una perquisizione, ma il modo di agire era quello di uno sgombero ben organizzato. Non ci sono riusciti e per ritorsione hanno portato via 5 occupanti. Hanno sfondato le porte della varie stanze spaventando anche i bambini che sono stati perfino costretti a saltare il primo giorno di scuola.
Proseguono così il gioco e gli interessi dei consiglieri del Pdl come Luca Gramazio, Augusto Santori, Luca Malcotti e dei palazzinari romani, in primis Gaetano Caltagirone e Domenico Bonifici che usano l'arma della diffamazione mezzo stampa, attraverso “Il Messaggero” e “Il Tempo” per colpire al fianco un movimento che fa paura a questa classe politica incapace di risolvere problemi come la casa, il lavoro, la precarietà, il reddito, e che teme che queste questioni mobilitino lotte generalizzate.
Non abbiamo nulla da nascondere.
Le diffamazioni diffuse da sedicenti giornalisti, che qui non sono mai venuti a fare un'inchiesta, non ci hanno fatto recedere dalla nostra lotta perché questa nasce dalla necessità di abitare in una casa e dal desiderio di un diverso convivere, di riprenderci la vita e non sopravvivere.
Per questo, in questi due anni di occupazione, abbiamo recuperato uno spazio pubblico abbandonato al degrado da ben 30 anni, riaprendolo a tutto il quartiere. E' così che ci siamo guadagnati la solidarietà degli abitanti, molti dei quali, oggi sotto sfratto, si sono conquistati, anni fa e con la lotta, la loro casa.
Gabriele, Francesca, Simone, Sandro e Sandrone devono essere immediatamente rimessi in libertà, perché l’unica colpa che hanno è quella di essere lavoratori precari e non potersi permettere di acquistare una casa.
In particolare chiediamo con forza la liberazione di Sandrone, attualmente recluso presso il centro clinico di Regina Coeli che proprio ieri e' stato medicato d'urgenza. Affetto da un tumore per il quale e' in attesa di un terzo intervento chirurgico al San Camillo, dovrebbe ricevere a breve notizie sulla data dell'operazione ma il sequestro del suo cellulare ne rende difficile, se non impossibile, la reperibilità.
Questi 5 compagni rischiano di dover passare ancora dei giorni privati della loro libertà personale per un'inchiesta costruita senza nessun fondamento concreto, tanto che le accuse più gravi sono già cadute così come cadranno tutte le altre!
SABATO 19 SETTEMBRE ALLE ORE 17
PRESIDIO DAVANTI A REGINA COELI E REBIBBIA SEZIONE FEMMINILE
Per adesioni:
occupa@inventati.org
Ha partorito un bimbo due giorni dopo essere finita in manette per aver rubato profumi (1.500 euro il valore) in un negozio di Varese, ma il gip Giuseppe Battarino le ha negato i domiciliari e l'ha lasciata dietro le sbarre insieme con il neonato. Protagonista della vicenda è una giovane rom con domicilio in un campo nomadi del Milanese che ha tanti alias quanti sono i suoi anni: 22. Nell'incertezza sulla sua effettiva identità, quando è arrivata nel carcere di Monza è stata registrata con tutti.
Alle sue spalle 15 precedenti penali e quattro sentenze definitive. Uscita grazie all'indulto, era stata fermata nei giorni scorsi dalla squadra volante di Varese. Solitamente la presenza di un neonato consente di evitare la detenzione, ma in questo caso "essendo la donna sistematicamente dedita al delitto, con esiti devastanti e intollerabili, per la convivenza civile", osserva il giudice, non era possibile concederle la libertà o una misura restrittiva alternativa.
Un cittadino di origine algerina che stava recandosi alla moschea di via Corsica a Brescia per il primo giorno di ramadan è stato vittima di un feroce pestaggio venerdi' 21 agosto, verso le ore 12,30 da parte della polizia locale. Abdallah, questo il suo nome, lavora come socio di una impresa che si occupa di ristrutturazioni edilizie, tinteggiatura e rivestimenti ed ha un regolare permesso di soggiorno; ha 38 anni. Arrivato in macchina con un amico nei pressi della rotonda di via Dalmazia, dove c'è l'accesso alla moschea Abdallah si è fermato per chiedere agli agenti di polizia locale che bloccavano l'accesso alla strada dove avrebbe potuto parcheggiare; mentre un vigile gli rispondeva, un altro si avvicinava al suo finestrino iniziando ad insultarlo ed a dirgli bruscamente di levarsi di torno. Lui pacatamente protestava per quel trattamento e l'agente cominciava a picchiarlo con pugni e schiaffi attraverso il finestrino, urlando di andarsene immediatamente. Abdallah a quel punto diceva all'agente che lo avrebbe denunciato ai carabinieri e avvertiva la propria socia di cio' che stava accadendo. La signora gli diceva di restare li' in attesa del suo arrivo e provvedeva a richiedere l'intervento dei carabinieri. Nel frattempo, di fronte a molti testimoni, arrivavano altri agenti di polizia locale che si univano al pestaggio di Abdallah, che veniva tenuto per il collo mentre un agente gli stringeva con forza i testicoli. La socia di Abdallah arrivava in tempo per assistere a questa scena dell' aggressione. Poi il giovane ammanettato veniva portato nella cella di sicurezza della polizia locale, dove proseguivano le minacce e gli insulti di stampo razzista; Abdallah dopo ore senza alcuna assistenza, si sentiva male verso le ore 18 e veniva ricoverato al pronto soccorso per essere visitato. I medici riscontravano policontusioni da percosse e un trauma cranico, prescrivendogli l'uso di un collare ortopedico. Il mattino successivo veniva tradotto in tribunale per l'udienza che veniva rinviata a oggi. Ma Giustizia non è fatta. Il processo per l'aggressione razzista dei vigili urbani a danni di Abdallah, si è concluso con un patteggiamento. Abdallah è stato condannato a 4 mesi. Questa decisione dell'avvocato di Abdallah è il frutto del clima persecutorio nei confronti dei migranti creato in città dalla giunta Paroli-Rolfi.Per una vecchia condanna subita 10 anni fa, per resistenza a pubblico ufficiale mentre vendeva accessori contraffatti, Abdallah è stato costretto ad accettare questa soluzione, senza però ritrattare quanto dichiarato relativanmente all'aggressione subita. Lo stesso hanno sostenuto i testimoni che non hanno potuto deporre, per il rito processsuale scelto, ma lo hanno ribadito anche alla stampa.Abdallah è stato vittima di un'aggresssione razzista, questi sono i fatti in questione; non ci interessa se in passato il giovane e' stato accusato e/o condannato per altri reati, noi siamo interessati a chiarire quanto accaduto venerdi' 21 agosto 2009 nei pressi della moschea. E lo affermiamo per il comportamento che hanno tenuto i vigili urbani: minacce, insulti razzisti, botte. Non è un grande giorno per la giustizia di questa città. Un cittadino algerino è stato insultato, pestato, arrestato ed è stato condannato. Da parte nostra ribadiamo che non lasceremo passare sotto silenzio qualsiasi episodio razzista di questa giunta e dei vigili urbani, ormai divenuti un corpo che agisce nella completa impunità soprattutto nei confronti dei migranti. COORDINAMENTO IMMIGRATI DI BRESCIA (Coordinamento delle associazioni di immigrati e antirazziste di Brescia) Nella trasmissione le valutazioni dell'Avv Sergio Pezzucchi legale dell'Associazione Diritti per tutti, di Sauro di Sinistra critica e di Felice del coordinamento immigrati di Brescia
Roma soffoca sotto una cappa di caldo e anche i detenuti soffrono le temperature vicine ai 40 gradi. Così giovedì mattina nel carcere di Regina Coeli è scoppiata la rivolta. Centinaia di uomini hanno iniziato a battere ritmicamente stoviglie e altri oggetti contro le sbarre delle celle. Alcune bomboletta di gas in dotazione ai fornelli da campeggio dei detenuti sono esplose.
ACCESSO LIBERO ALLE DOCCE - Nel frattempo, anche nel carcere femminile di Rebibbia, sempre a Roma, le detenute hanno chiesto e ottenuto - a causa del gran caldo - l'apertura delle celle non solo durante l'«orario della socialità» ma dalla mattina alla sera. Liberalizzato anche l'accesso alle docce.
NOTTE INSONNE - Mercoledì notte le detenute di Rebibbia avevano avuto il permesso di non rientrare in cella dalle 23 alle 3 per «protestare pacificamente contro le gravi condizioni di detenzione dovuto al sovraffollamento». La protesta è un segno della tensione senza precedenti negli ultimi 30 anni di storia delle carceri italiane. I sindacati delle guardie penitenziarie sollecitano «immediati interventi in materia di strutture, risorse ed economia penitenziaria che possano permettere una vivibilità degna di un paese civile». Con una popolazione di detenuti che nel Lazio supera le 5.600 presenze ci sono solo 2 mila agenti, decimati dai turni di ferie.
Già tre settimane fa, Uil Penitenziari, sottolinea il coordinatore regionale Daniele Nicastrini, aveva sollecitato - durante un incontro la Direzione del carcere femminile di Rebibbia - la «necessità di attivarsi per garantire i livelli di sicurezza e di attenzione alle problematiche legate al sovraffollamento del penitenziario che non permette al personale femminile di Polizia penitenziaria di svolgere il proprio servizio in giusta serenità».
DON SPRIANO CONTRO IL MINISTRO - Intanto il cappellano di Rebibbia - che giorni fa aveva scritto al Papa chiedendogli di dire messa nel penitenziario romano - attacca il piano lanciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano per la costruzione di nuove carceri: «Una misura che non contrasta nulla» dice don Sandro Spriano, ai microfoni della Radio Vaticana, spiegando che non serve costruire nuovi ghetti.
«Per costruire carceri - ricorda il sacerdote - ci vogliono anni e anni; ne abbiamo già costruite e sono lì, come monumenti inutili, perchè poi non ci sono i soldi per attrezzarle e dotarle di personale di custodia, di operatori dei trattamenti». Secondo don Spriano, «se non si mette mano al Codice Penale, alla depenalizzazione dei reati, non immaginando più che tutto debba essere semplicemente punito con il carcere, potremmo costruirne 100 all'anno e non risolveremmo il problema».
MISURE ALTERNATIVE - Il Governo persegue invece la direzione opposta: «sicurezza - lamenta il cappellano di Rebibbia - mi sembra che attualmente significhi mettere il più possibile persone in carcere, tutte quelle che in qualche modo danno fastidio alla società libera. Per cui si sono penalizzate cose che non erano reati prima» e non si applicano le misure alternative già previste.
«A Roma - rileva don Spriano - abbiamo circa 2.500 detenuti e ne abbiamo 50 in semi-libertà; e poi più del 50 per cento dei detenuti non sono ancora condannati in maniera definitiva, non dovrebbero stare nemmeno in carcere», dove regna «la più assoluta apatia». Per don Spriano questa «non è sicurezza, se non apparente, perchè queste persone poi, per mancanza di mezzi e risorse umane non vengono assolutamente aiutate a ripensare al loro passato e a poter tornare in società. Nessuno si chiede '"come" tornano: questa è una falsa sicurezza».
LA MEDIAZIONE DEL CAMPIDOGLIO - Cerca di mettere pace Luca Gramazio, vice capogruppo Pdl nel Consiglio comunale di Roma: «La protesta dei detenuti delle carceri romane di Rebibbia e Regina Coeli indotta dall'afa di questi giorni - dice - è sicuramente motivata anche dalle note condizioni di sovraffollamento nei penitenziari romani. Ma sottolineo la validità del progetto presentato dal ministro Alfano su proposta del direttore del Dap Franco Ionta, per la costruzione di nuovi padiglioni all'interno delle carceri esistenti e la realizzazione di 15 nuovi istituti di pena entro il 2012».
Quanto all'attuale emergenza, «non possiamo trascurare l'urgenza di rendere più umane le condizioni di tutti i detenuti e di trovare risposte incisive e immediate alle gravi carenze di organico all'interno degli istituti». E promette: «Alla riapertura dei lavori in consiglio comunale, presenterò una mozione affinché il Campidoglio sensibilizzi tutte le autorità competenti a porre in essere ogni misura atta a contribuire al più presto al miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri romane».
20 agosto 2009(ultima modifica: 21 agosto 2009) corriere della sera , roma
paolo persichetti
Francesco Mastrogiovanni è morto legato al letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7.20 di martedì 4 agosto.
Cinquantotto anni, insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, era, per tutti i suoi alunni, semplicemente “il maestro più alto del mondo”. Il suo metro e novanta non passava inosservato. Inusuale fra la gente cilentana. Così come erano fuori dal comune i suoi comportamenti, «dolci, gentili, premurosi, soprattutto verso i bambini» ci racconta la signora Licia, proprietaria del campeggio Club Costa Cilento. E’ proprio lì che la mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, «alcuni in borghese, altri armati fino ai denti, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall’inizio di luglio per le vacanze estive». Uno spiegamento degno dell’arresto di un boss della camorra per dar seguito a un’ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (competenza, per legge, solo dei vigili urbani) proveniente dalla giunta comunale di Pollica Acciaroli. Oscuri i motivi della decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica.
Fonti interne alle forze dell’ordine raccontano di un incidente in cui, guidando contromano, alcune sere prima, avrebbe tamponato quattro autovetture parcheggiate, «ma nessun agente, né vigile, ha mai contestato qualche infrazione e nessuno ha sporto denuncia verso l’assicurazione» ci racconta Vincenzo, il cognato di Francesco. Mistero fitto, quindi, sui motivi dell’“assedio”, che getta ovviamente nel panico Francesco. Scappa dalla finestra e inizia a correre per il villaggio turistico, finendo per gettarsi in acqua. Come non bastassero carabinieri e vigili urbani «è intervenuta una motovedetta della Guardia Costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti: “Caccia all’uomo in corso”» racconta, ancora incredula, Licia. Per oltre tre ore, dalla riva e dall’acqua, le forze dell’ordine cercano di bloccare Francesco che, ormai, è fuori controllo. «Inevitabile» commenta suo cognato «dopo quanto gli è accaduto dieci anni fa». Il riferimento è a due brutti episodi del passato «che hanno distrutto Francesco psicologicamente» spiega il professor Giuseppe Galzerano, suo concittadino e carissimo amico, come lui anarchico. Il 7 luglio 1972 Mastrogiovanni rimase coinvolto nella morte di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno: Francesco stava passeggiando con due compagni, Giovanni Marini e Gennaro Scariati, sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti, coltello alla mano, da un gruppo di fascisti, tra cui Falvella. Il motivo dell’aggressione ce la spiega il professor Galzerano: «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di Giovanni, Annalisa, Angelo, Francesco e Luigi, cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo». Carte e documenti provenienti da Reggio Calabria non furono mai ritrovati e nell’incidente, avvenuto all’altezza di una villa di proprietà di Valerio Borghese, era coinvolto un autotreno guidato da un salernitano con simpatie fasciste. Sul lungomare di Salerno, però, Giovanni Marini anziché morire, uccise Falvella con lo stesso coltello che questi aveva in mano. Francesco Mastrogiovanni fu ferito alla gamba. Nel processo che seguì, Francesco venne assolto dall’accusa di rissa mentre Marini fu condannato a nove anni.
Nel 1999 il secondo trauma. Mastrogiovanni venne arrestato «duramente, con ricorso alla forza, manganellate, e calci» spiega il cognato Vincenzo, per resistenza a pubblico ufficiale. Il motivo? Protestava per una multa. In primo grado venne condannato a tre anni di reclusione dal Tribunale di Vallo di Lucania «grazie a prove inesistenti e accuse costruite ad arte dai carabinieri». In appello, dalla corte di Salerno, pienamente prosciolto. Ma le botte prese, i mesi passati ai domiciliari e le angherie subite dalle forze dell’ordine lasciano il segno nella testa di Francesco. «Da allora viveva in un incubo» racconta Vincenzo fra le lacrime. «Una volta, alla vista dei vigili urbani che canalizzavano il traffico per una processione, abbandonò l’auto ancora accesa sulla strada e fuggì per le campagne. Un’altra volta lo ritrovammo sanguinante per essersi nascosto fra i rovi alla vista di una pattuglia della polizia». Eppure da quei fatti Mastrogiovanni si era ripreso alla grande, «tanto da essere diventato un ottimo insegnante elementare», sottolinea l’amico Galzerano, «come dimostra il fatto che quest’anno avrebbe finalmente ottenuto un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria provinciale». Era in cura psichiatrica ma si stava lasciando tutto alle spalle. Fino al 31 luglio. Giorno in cui salì «di sua volontà» sottolinea Licia del campeggio Club Costa Cilento «su un’ ambulanza chiamata solo dopo averlo lasciato sdraiato in terra per oltre quaranta minuti una volta uscito dall’acqua». Licia non potrà mai dimenticare la frase che pronunciò Francesco in quel momento: guardandola, le disse: «Se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania, non ne esco vivo». E così è stato. Entrò nel pomeriggio di venerdì 31 luglio per il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Dalle analisi risultò positivo alla cannabis. La sera stessa venne legato al letto e rimase così quatttro giorni. La misura non risulta dalla cartella clinica, ma è stata riferita ai parenti da testimoni oculari. E confermata dal medico legale Adamo Maiese, che ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma durante l’autopsia. Legato al letto per quattro giorni, quindi. Fino alla morte sopravvenuta secondo l’autopsia per edema polmonare. Sulla vicenda la procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto psichiatrico campano che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. Intanto oggi alle 18, nel suo Castelnuovo Cilento, familiari, amici e alunni porgeranno l’ultimo saluto al “maestro più alto del mondo”.
Daniele Nalbone
Liberazione, 13 agosto 2009
L’Unione Europea ha fissato, attraverso un tormentato itinerario legislativo, gli spazi minimi che gli allevatori devono assicurare ai polli da carne e alle galline ovaiole. Può darsi che qualcuno ne sorrida: è umano. Se avesse visto le gabbie o i capannoni in cui i polli sono stipati in 20 e più in un metro quadro, e anchilosati, e avvelenati dall’ammoniaca delle loro deiezioni accumulate, ne avrebbe pena, e avrebbe pena di sé e delle uova e dell’arrosto che mangia. Grazie alla norma dell’Europa, sullo spazio di un foglio protocollo conducono la loro esistenza tre galline. Non è facile da figurarsi, dite? Infatti.
Poco fa la Corte europea per i diritti di Strasburgo ha stabilito che anche gli animali umani in gabbia - nel caso, un detenuto rom bosniaco, Izet Sulejmanovic - debbano avere un proprio spazio minimo, senza di che chi li reclude è colpevole di trattamenti inumani e degradanti: lo Stato italiano è stato condannato a risarcire il detenuto con la cifra di mille euro. Simbolica, ma neanche tanto. La Corte europea ritiene che un essere umano detenuto debba disporre di sette metri quadri: non c’è un solo detenuto comune in Italia che goda di una simile vastità. Nelle galere italiane oggi la densità per capo - diciamo così, vale per ogni bestiame - è spesso di un metro e mezzo: il mistero fisico si risolve grazie alle cataste verticali di corpi, brande a castello dal pavimento al soffitto.
In piedi, si sta a turno. I quasi 70 mila detenuti italiani trattati in modo disumano e degradante (e non è uno snobismo europeo: un autorevole giudice milanese ha detto che la detenzione a San Vittore - sei in 9 metri quadri - è tecnicamente una "tortura", e lo stesso dicono suoi colleghi un po’ ovunque) costerebbero "simbolicamente" in contravvenzioni 70 milioni di euro. Bazzecole, certo.
Fra domani, sabato e domenica quasi duecento parlamentari e consiglieri regionali, istigati dalla instancabile Rita Bernardini e dai Radicali, visiteranno altrettante prigioni. Eserciteranno un potere ispettivo che solo pochi fra loro compiono abitualmente. Confido che, qualunque motivazione li abbia spinti al piccolo sacrificio ferragostano, passino per le galere come un bambino passerebbe per un allevamento intensivo di polli, e ne escano turbati. Per quante mani d’intonaco e di cipria siano state date alla vigilia, troveranno un paesaggio umano che li disgusterà, li farà vergognare e li commuoverà.
Vecchi materassi stesi in terra, ferri roventi, rubinetti asciutti, pareti di doccia incrostate di unto e di sporco, uomini ammassati alla rinfusa e a volte solidali, spesso estranei e insofferenti gli uni degli altri, diversi per età, per nazione, per attese, per malattie. (Ai polli si mettono degli occhialini perché non perdano tempo a beccarsi fra loro).
Troveranno uomini accasciati nei loro letti, che volteranno la testa contro il muro per non vederli e non farsi vedere, e altri uomini che andranno loro incontro per dire loro una storia, troppe storie in una volta. Troveranno giacigli di fortuna (di fortuna!) allestiti in terra nello spazio fra due brande d’infermeria, o nelle camerette di sicurezza senza finestre e senza niente, fatte per le attese brevi, e mutate in celle, con qualche giornale a far da cesso comune. Troveranno gente che piange, e anche gente che ride: perché gli animali umani sono sorprendenti, e i visitatori potranno specchiarcisi.
Non molti anni fa i parlamentari andavano in galera, o erano lì per andarci, non da visitatori. Durò poco, e fecero presto a dimenticarsene. Sarebbe bello che se ne ricordassero, domani e dopo. E quando votano leggi che suonano alto, e all’altro capo sputano quell’ammucchiata di corpi da magazzino, corpi a perdere.
Quasi trentamila persone -persone - in un anno entrano ed escono dalla galera per un periodo inferiore a tre giorni. Che impresa, eh? 63.800 detenuti per una capienza effettiva, come denunciano i sindacati di polizia penitenziaria, di 39.813. È superata di alcune migliaia perfino la "capienza teorica": quella della metropolitana nelle ore di punta, per intenderci, quando i buttafuori smettono di spingere dentro la gente.
Nei reparti giudiziari, dove stanno gli imputati, in gran maggioranza ormai stranieri, i visitatori usino l’estate e l’ostensione dei corpi svestiti, per contare i tagli freschi e le cicatrici che i presunti innocenti hanno addosso. Scherzino coi bambini delle madri detenute, chiedano loro: "Come ti chiami?" Sarà bello.
Ascoltino un po’ di racconti di botte date e prese, di ammazzamenti suicidi e morti. Cento morti in sei mesi, 35 suicidi. E dei "suicidi" senza verità. Ci sono decine di famiglie, in Italia e fuori, cui è stato detto che un loro caro si è ammazzato, e non riescono a crederci. E anche quando i loro sospetti non fossero fondati, resta che il carcere uccide. "Un detenuto a Rovereto si uccide a poche ore dall’arresto per futili infrazioni. La famiglia dubita. Che cosa è successo a Stefano Frapporti?".
"Sarà l’autopsia a chiarire la causa della morte di Salah Ben Moamed, tunisino di 28 anni, trovato ieri mattina senza vita...", e di tanti altri come lui. Autopsie non chiariscono. La madre di Marcello Lonzi, 29 anni, non ha mai creduto alla morte naturale di suo figlio in una cella di Livorno, nel 2003, con 4 mesi da scontare.
La madre di Niki Aprile Gatti, 26 anni, sanmarinese, arrestato per truffa, incensurato, non può credere al suicidio di suo figlio nel carcere di Sollicciano, in cui era arrivato da cinque giorni, un anno fa. Il cappellano di Rebibbia ha invitato anche il Papa: "Venga - gli ha scritto - qui si muore".
’elenco è troppo lungo. Ma le possibilità di informarsi su quello che avviene oltre il muro si sono enormemente arricchite. All’attività di Associazioni come Antigone, a Radio Carcere, alla pubblicazione di libri schietti come "Diritti e castighi", di Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate (con la giornalista Donatella Stasio) si è aggiunta una fonte preziosa come il notiziario quotidiano in rete di "Ristretti Orizzonti".
Spero che faccia un caldo record, a ferragosto, durante la visita ispettiva più imponente della storia d’Italia. "I disagi che la stagione estiva e le alte temperature producono all’interno delle sezioni detentive possono causare un aumento del rischio di atti autolesionistici e/o auto soppressivi". Lo ha scritto il ministero, che a volte dice cose sensate, benché in un linguaggio che Dio lo perdoni, e benché senza alcuna conseguenza pratica.
L’Associazione dei Veterinari lo dice meglio: "Se la densità è molto elevata, durante i mesi estivi si rischia anche il surriscaldamento ed un elevato numero di polli può perdere la vita per stress da caldo". Si ammucchia gente in galera, fatalisticamente, come si fa con le altre discariche: e se arriverà il disastro, qualcuno provvederà. Magari è proprio quello che si vuole.
"La sindrome della morte improvvisa è una delle principali cause di decesso dei polli in Europa. I sintomi sono improvviso e vigoroso sbattere d’ali, contrazioni muscolari, perdita dell’equilibrio, accompagnati spesso da vocalizzazione; quindi il volatile cade di schianto e muore".
ROMA - L'Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i "danni morali" subìti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso nel carcere di Rebibbia. Izet Sulejmanovic - questo il nome dell'uomo - condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di "trattamenti inumani e degradanti". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto.
Tra il novembre 2002 e l'aprile 2003, secondo quanto accertato dalla Corte, Sulejmanovic ha diviso con cinque persone una cella grande poco più di 16 metri quadrati disponendo, dunque, di una superficie di nemmeno 3 metri quadrati all'interno della quale ha trascorso oltre diciotto ore al giorno. La Corte rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura. La normativa, infatti, stabilisce che lo spazio minimo sostenibile per una cella è di 7 metri quadrati a persona.
"Bisogna rendere più efficiente il sistema carcerario perché spesso molte scarcerazioni facili vengono giustificate, in maniera sbagliata, proprio in ragione del sovraffollamento", ha dichiarato il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Secondo il primo cittadino, un sistema carcerario più efficiente serve "per garantire sia situazioni di umanità dei detenuti che la sicurezza dei cittadini". La situazione in Italia, aggiunge, "continua a essere critica. Bisogna costruire più carceri perché c'è una situazione di sovraffollamento che rappresenta un supplemento di pena che va al di là di quelli che sono i termini della Costituzione".
"Poichè in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità, lo Stato, dopo la sentenza della Corte Europea in favore del detenuto bosniaco, rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi", ironizza Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione 'Antigone' che si batte per i diritti dei detenuti. "La condanna dell'Italia impone al governo soluzioni definitive per le carceri e mette fuori legge l'attuale gestione del sistema penitenziario". Secondo Gonnella "servono soluzioni a lungo termine, che non sono quelle presenti nel piano di edilizia penitenziaria". "L'associazione 'Antigone' - conclude - è comunque a disposizione di quei detenuti che volessero una consulenza giuridica gratuita sul problema".
Anche il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, non esclude la possibilità di fornire, in un prossimo futuro, assistenza legale gratuita a chi ne faccia richiesta. "Non ho ancora deciso ma è un'opzione che non posso escludere. Dobbiamo fare le nostre valutazioni". Per quanto riguarda la sentenza, Marroni è convinto che si tratti di "un precedente assoluto che farà certamente giurisprudenza. E' probabile che qualcun altro faccia ricorsi simili. Sarebbe un bel problema per lo Stato".
Per risolvere il problema del sovraffollamento, che interessa ormai quasi tutte le regioni, il Garante propone di alleggerire il sistema giudiziario, spostando i tossicodipendenti in comunità di recupero. "Tuttavia sono convinto che non accadrà", ha concluso. Secondo i dati forniti dal ministero di Grazia e giustizia aggiornate al 30 luglio scorso, il numero dei detenuti nelle carceri italiane è cresciuto ulteriormente: la presenza negli istituti penitenziari ha raggiunto ormai quota 63.587.
Entro sei mesi il governo renderà noti i siti, dichiarati di "interesse strategico-militare". La strategia non è tra le più democratiche, denuncia il Coordinamento Pugliese contro il nucleare, che servirebbe solo ad "evitare e superare d'imperio i contrasti con le amministrazioni locali: una aperta dichiarazione di guerra alle popolazioni". Dopo un anno di riunioni e iniziative pubbliche, che hanno visto la nascita del Coordinamento nazionale antinucleare salute-ambiente-energia, il Coordinamento Pugliese impegnato a sconfiggere i previsti insediamenti nucleari in Puglia come nel resto d'Italia (già prima di Cernobyl, nel 1985, il movimento vietò il nucleare in Puglia), organizza una mobilitazione stabile, un campeggio di lotta, giornate di convivialità, balli tradizionali e impegno che si svolgeranno dal 20 al 23 agosto presso la 'Masseria Fattezze', a 2 Km dal mar Ionio nella località di Porto Cesareo: il periodo coincide con il percorso della 'Notte della Taranta', rassegna musicale e culturale di respiro internazionale, itinerante nei paesi del Salento, per concludersi il 22 agosto a Melpignano, sempre in provincia di Lecce. "Si è scelto questo posto, già noto in Salento come riferimento culturale, per poter essere liberi da ingressi e pass: il costo giornaliero è di 5 euro e la cucina autogestita sfornerà specialità salentine" assicurano gli organizzatori. Il campeggio di lotta verterà principalmente sul nucleare e l'energia "padrona", ma verranno trattati altri argomenti all'ordine del giorno dell'agenda politica autunnale: la crisi, la precarietà e il reddito, il razzismo, le "grandi opere": dalla Tav al Ponte sullo Stretto, dalle autostrade ai trafori, dagli inceneritori ai rigassificatori, "insomma tutto ciò che è la continuità di un modello di sviluppo che ha già lasciato sui territori solo morte e distruzione" fanno sapere dal coordinamento pugliese. Il Campeggio di lotta avrà un ampio sguardo sulla situazione internazionale, con particolare riferimento alle lotte di Liberazione in Palestina, Kurdistan, Nigeria.
Nell'ambito delle molteplici battaglie sociali e ambientali che caratterizzano il panorama delle resistenze popolari i Italia , nell'autunno 2008 si rimetteva in moto un circuito di esperienze , soggettività e collettività per contrastare il disegno governativo del riavvio del Nucleare Civile .
Nonostante le lotte di un decennio e il referendum del 1987 avessero decretato a livelli plebiscitari la chiusura delle centrali e del ciclo nucleare , il 2 luglio 2009 la Camera ha approvato il " DDL Sviluppo-pacchetto anticrisi" che contiene il ritorno al nucleare .Entro 6 mesi il governo renderà noti i siti , dichiarati di " interesse strategico-militare" per evitare e superare d'imperio i contrasti con le Amministrazioni Locali : una aperta dichiarazione di guerra alle popolazioni !
Dopo un anno di riunioni e iniziative pubbliche , che ha visto la nascita del Coordinamento Nazionale Antinucleare salute-ambiente-energia, il Coordinamento Pugliese impegnato a sconfiggere i previsti insediamenti nucleari in Puglia come nel resto d'Italia ( già prima di Cernobyl, nel 1985, il movimento vietò il nucleare in Puglia) , organizza un campeggio di lotta , in agosto in Salento, giornate di convivialità,di pizzica , di impegno.
LOCALITA'
Il campeggio di lotta si svolge dal 20 al 23 agosto presso la " Masseria Fattezze", a 2Km dal mar Ionio /Porto Cesareo : il periodo coincide con il percorso della " Notte della Taranta", che si sposta in vari paesi del Salento per concludersi il 22 /8 a Melpignano.
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Si è scelto questo posto , già noto in Salento come riferimento culturale, per poter essere liberi da ingressi e pass :il costo giornaliero è di 5 euro, la cucina autogestita sfornerà specialità salentine.
PROGRAMMA
Il Campeggio di lotta verterà principalmente sul nucleare e l' energia padrona , ma verranno trattati altri argomentiall'ordine del giorno della agenda politica autunnale : la crisi, la precarietà e il reddito, il razzismo, le " grandi opere": dalla Tav al Ponte sullo Stretto , dalle autostrade ai trafori ,dagli inceneritori ai rigassificatori, insomma tutto ciò che è la continuità di un modello di sviluppo che ha già lasciato sui territori solo morte e distruzione.
Il Campeggio di lotta avrà un ampio sguardo sulla situazione Internazionale, con particolare riferimento alle lotte di Liberazione in Palestina, Kurdistan, Nigeria .
Giovedì 20 agosto
Ore 18 presentazione del Campeggio , interventi delle situazioni presenti
Ore 19,30 scenari internazionali
Venerdì 21 agosto
Ore 18 crisi. Lavoro,precarietà,reddito
Ore 19,30 beni comuni - piano energetico regionale
Sabato 22 agosto
Ore 18 assemblea antinucleare e scelte energetiche
Domenica 23 agosto
Ore 18 iniziativa esterna, sul sito nucleare previsto , a Avetrana
Ore 21 festa serale finale con tanta musica salentina
Coordinamento Pugliese / Coordinamento Nazionale Antinucleare salute-ambiente-energia
( info : boboaprile@tiscali.it tel. 368582406 )
È stato arrestato all’inizio di giugno all’Ospedale "Santo Spirito" di Roma perché aveva un carico penale di poco meno di tre mesi di carcere per il furto (commesso 3 anni fa) di un filone di pane in un supermercato di Monte Mario. Ora l’uomo - un italiano senza fissa dimora condannato anche ad una ammenda pecuniaria di 4 centesimi - si trova nell’infermeria del braccio G 14 del carcere di Rebibbia con un fine pena fissato al 3 settembre prossimo.
La vicenda è stata denunciata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni secondo cui "la storia si Silvio è l’emblema dell’attuale confusione che regna nel sistema della sicurezza italiano, che pensa di punire ogni tipo di condotta difforme dalla legge con la reclusione, con conseguenze drammatiche in termini di sovraffollamento e di recupero sociale dei reclusi. Una funzione, quella del recupero, garantita dalla Costituzione ma ormai praticamente abbandonata nelle carceri, perennemente alle prese con l’emergenza sovraffollamento".
Di vicende come questa i collaboratori del Garante ne hanno gestite diverse nelle carceri di tutto il Lazio: ad esempio, sempre a Rebibbia, un detenuto affetto da poliomielite ha raccontato di aver scontato un residuo di pena di 10 giorni sempre su un letto ed ogni volta che doveva spostarsi per le necessità elementari, la sua sedia a rotelle doveva superare i controlli di sicurezza.
Secondo il Garante tutto ciò dovrebbe far riflettere sul fatto che, invece di contrastare il sovraffollamento con la costruzione di nuove carceri, governo e Parlamento dovrebbero puntare ad una riforma del codice penale che preveda la reclusione per i casi veramente gravi e un sistema di misure alternative (ma non per questo meno penalizzanti del carcere) negli altri casi. Quello del sovraffollamento è, del resto, un problema evidente anche nel Lazio anche se con numeri in apparenza meno drammatici che altrove.
Nella regione, infatti, al 20 luglio scorso i detenuti reclusi erano 5.739 (5300 uomini e 439 donne), 2083 gli stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 4.765 posti. 1292 sono in attesa di primo giudizio, 979 gli appellanti e 521 i ricorrenti. Quelli definitivamente condannati sono 2755.
"Anche nel Lazio si pone un problema di sovraffollamento - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - che non è drammatico come altrove per il fatto che il Prap applica periodicamente una politica di sfollamenti di detenuti nel resto d’Italia, cosa che, peraltro, crea un problema di lesione del principio della territorialità della pena.
Ho già detto in passato di non essere contrario all’idea di realizzare nuove carceri ma non credo che sia il problema principale in questo momento. I detenuti in costante aumento per reati come quello commesso dal senza fissa dimora di Rebibbia, o legati alle tossicodipendenze, la carenza cronica di personale e di fondi, fanno si che, nelle carceri, si viva una situazione sempre più difficile caratterizzata sempre più spesso da atti di autolesionismo. La vera emergenza sociale non è l’aumento dei reati ma un sistema giudiziario che si basa su un carcere così".
25 luglio 2009
fonte ristretti orizzonti
da il: Quotidiano di Calabria, 22 luglio 2008
La Cisl-Funzione pubblica di Catanzaro ha chiesto all’Unità operativa Igiene ambientale dell’Asp di effettuare un’ispezione nell’Istituto penitenziario Siano. "Da anni - ha detto il segretario generale, Antonio Bevacqua - nell’istituto penitenziario di Catanzaro, giorno dopo giorno, sta aumentando la presenza dei ratti di misure impressionanti.
Oramai per il personale di polizia penitenziaria fare servizio nelle sezioni e vederli andare per i corridoi sta diventando una normalità, quasi fossero dei nuovi aiutanti". "La convivenza - ha aggiunto Bevacqua - sembra sia dovuta anche per i reclusi del posto, visto che i cancelli non sono di sicuro un ostacolo per i topi, i quali hanno trovato un habitat prolifero e continuano a riprodursi nelle fogne e negli scantinati della casa circondariale".
"Non è più tollerabile - conclude il segretario generale della Cisl-Fp di Catanzaro - lavorare con condizioni di igiene completamente assenti e ad alto rischio malattie infettive per coloro che vivono e lavorano nell’istituto di Siano. Urgono drastici e immediati controlli ispettivi perché la situazione è già incontrollabile con i normali interventi che avrebbero dovuto sanare e bonificare l’ambiente, ma che così non è stato".
fonte: La Repubblica, 16 giugno 2008
L’ultimo barcone della speranza è finito contro le gabbie dei tonni, a 56 miglia a sud di Malta. Si è spezzato fra le onde alte e sei somali, fra cui alcuni bambini, sono stati risucchiati dentro la trappola dei pescatori. In 28 sono riusciti a salvarsi, aggrappandosi alle gabbie e ai due gommoni calati in mare dall’equipaggio del peschereccio italiano "Gambero", che trainava le pesanti reti. Dopo circa un’ora, i naufraghi sono stati trasferiti su una motovedetta della marina maltese. Per i dispersi, non c’è stato nulla da fare. Le ricerche sono state sospese in serata. La marina militare maltese ha poi soccorso altri 56 clandestini che si trovavano su due barconi (28 persone in ciascun natante) a circa 55 miglia a sud dell’isola.
Si è conclusa così un’altra drammatica giornata nel Canale di Sicilia, dopo 72 ore di tregua. Ma era solo una tregua apparente. Nell’ultima settimana, già tre volte i barconi della speranza erano finiti contro le gabbie dei tonni. La tragedia era stata sfiorata, gli immigrati erano sempre riusciti ad aggrapparsi alle reti. Ma ieri pomeriggio è accaduto l’irreparabile. "Probabilmente, i bambini sono stati i primi ad avere la peggio - ipotizzano alla Capitaneria di porto - qualcuno avrà cercato di salvarli, ma senza successo, restando intrappolato a sua volta". Intanto, il governo maltese continua a fare appello a quello libico per un "vertice di dialogo" sull’emergenza immigrazione, a cui dovrebbe partecipare anche l’Italia.
A Lampedusa, la giornata dei soccorritori è stata intensa. Imbarcazioni ne sono arrivate sette, con un carico di 404 persone. Il primo allarme è scattato all’alba, quando un velivolo della Guardia di finanza ha avvistato tre barche a circa 26 miglia dall’isola. Due motovedette hanno raggiunto in poco tempo i naufraghi al largo. Fra i 141 immigrati soccorsi c’erano 25 donne, di cui due incinta: all’arrivo in porto sono state accolte da un’ambulanza del 118 e trasferite in ospedale.
I mezzi di soccorso sono stati allertati nuovamente in tarda mattinata. Ancora tre imbarcazioni venivano segnalate al largo, questa volta a 20 miglia da Lampedusa. C’erano 77 persone a bordo, fra cui 19 donne. Neanche un’ora dopo è arrivata l’ennesima allerta dagli aerei in ricognizione sul Canale di Sicilia. Le motovedette hanno trovato poco distante un gommone di 11 metri, sul quale erano stipate 107 persone, tra cui 15 donne.
È bastata una sola giornata per mandare in affanno il centro di accoglienza di Lampedusa. Nell’isola è già polemica per la nuova ripresa degli sbarchi. Portavoce della protesta è il vice sindaco e senatore della Lega Angela Maraventano, ieri vestita "all’araba", con lo chador in testa: "Voglio trovare un passaggio per Tripoli", dice sulla banchina del porto, mentre si susseguono gli sbarchi. "Ho chiesto ai comandanti delle motovedette della Capitaneria e della Guardia di Finanza di accompagnarmi in Libia, ma si sono rifiutati - dice - adesso mi sto rivolgendo ai pescatori, sono sicura che qualcuno di loro mi aiuterà". Angela Maraventano, ormai una veterana delle iniziative anti-immigrazione, ribadisce che dietro il suo velo "non c’è alcuna polemica, solo rispetto nei confronti di quella cultura".
da: Fuoriluogo, 29 gennaio 2008
di Alessandro Margara (Presidente Fondazione Michelucci)
Abolizione dell'ergastolo, una questione rilanciata con forza dalle prigioni. L'abolizione dell'ergastolo è prevista dalla bozza di legge delega per il nuovo codice penale, elaborata dalla Commissione Pisapia ed anche da un disegno di legge di iniziativa dei senatori Boccia, Di Lello, Russo Spena ed altri. L'abolizione dell'ergastolo è stata anche oggetto di uno sciopero della fame, che ha coinvolto detenuti, e in particolare gli ergastolani, i loro familiari e molte altre persone, che si riconoscono in questa richiesta.
Il "fine pena mai" ha le ore contate? Realisticamente, con i tempi che corrono, pare difficile rispondere affermativamente. Il che non toglie che sembra opportuno rifletterci su: anche per cercare le ragioni di un interesse ridestatosi con tanta forza. Mi sembra logico ripercorrere soprattutto il discorso sulla costituzionalità dell'ergastolo.
Si deve tornare alla sentenza 264/1974 della Corte Costituzionale, che, posta dinanzi al quesito, risponde che "funzione (e fine) della pena non è certo il solo riadattamento dei delinquenti (...) Non vi è dubbio che dissuasione, prevenzione, difesa sociale, stiano, non meno della sperata emenda, alla radice della pena. E ciò basta per concludere che l'art. 27 della Costituzione, usando la formula "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", non ha proscritto la pena dell'ergastolo (come avrebbe potuto fare), quando essa sembri al legislatore ordinario, nell'esercizio del suo potere discrezionale, indispensabile strumento di intimidazione per individui insensibili a comminatorie meno gravi o mezzo per isolare a tempo indeterminato criminali che abbiano dimostrato la pericolosità e la efferatezza della loro indole".
Ho riportato la motivazione della sentenza, salva una precisazione sulla quale tornerò: la risposta al quesito di fondo posto dall'art. 27 della Costituzione è tutta qui e si può dubitare che sia esauriente.
Il primo dubbio è questo: si ritiene che la pena non abbia soltanto la finalità della rieducazione, ma anche le altre che la sentenza costituzionale cita. E allora? Se una delle finalità non è realizzabile con una certa pena, come la rieducazione con l'ergastolo, la violazione dell'art. 27 Cost. non viene certo meno perché sono realizzabili le altre finalità.
In effetti, ed è l'altro dubbio grave sugli argomenti della sentenza 264/74, la stessa sembra realizzare una petizione di principio: affermare che il legislatore ordinario deve disporre dello strumento dell'ergastolo come "indispensabile strumento di intimidazione" o un mezzo per isolare a tempo indeterminato un certo tipo di detenuti non è una risposta sul punto che questa pena configuri o meno violazione della Costituzione.
Non si riflette e non si risponde sul fatto che questa pena sia contraria al senso di umanità o non sia finalizzata alla rieducazione del condannato, come l'art. 27 richiede. Si poteva dire qualcosa, ma non è stato detto nulla. Una pena perpetua, che esclude dalla società per la durata della vita, è compatibile con il senso di umanità? E può dirsi finalizzata alla rieducazione del condannato quando a questi sarà negata una vita fuori dal carcere?
Soprattutto, si ancora la valutazione di una persona ad un fatto commesso in un certo tempo, alla pericolosità e alla efferatezza dimostrata con quel fatto commesso in quel tempo e non si suppone possibile che quella persona cambi dopo che uno spazio molto lungo della sua vita trascorre, e trascorre nella particolare condizione carceraria: questo è la negazione che un processo rieducativo si possa svolgere.
Ma la sentenza costituzionale (ecco la precisazione aggiunta dalla motivazione) afferma che la perpetuità dell'ergastolo è solo formale perché, in sostanza, il condannato, se se lo merita, può essere ammesso alla liberazione condizionale, sulla quale decide un giudice, con procedura giurisdizionale, per effetto della sentenza n. 204/1974, a cui la sentenza che stiamo commentando si riferisce esplicitamente. È un argomento efficace?
Intanto, bisognerebbe ricordare che, all'epoca della sentenza che affermava la costituzionalità dell'ergastolo, c'erano varie limitazioni alla ammissione alla liberazione condizionale per gli ergastolani (limitazioni delle quali la Corte ha affermato la incostituzionalità molti anni dopo: vedi le sentenze n. 161/97 e 418/98) e le limitazioni non sono state del tutto eliminate, anzi ne sono sopraggiunte di nuove con la legislazione di emergenza del ‘91 - ‘92, che ha introdotto l'art. 4-bis (contenente esclusioni e limitazioni dei benefici penitenziari per i delitti più gravi), norma che ha trovato ulteriori rilanci, fino a tempi più recenti, con l'ampliamento delle esclusioni per un numero larghissimo di delitti. Queste esclusioni e limitazioni si estendono anche alla liberazione condizionale? La giurisprudenza in proposito non è affatto univoca.
Ma la obiezione di fondo all'argomento della Corte è che la perpetuità dell'ergastolo non ne è un aspetto formale, ma ne è la sostanza. Il fatto che possa intervenire la liberazione condizionale per effetto di una scelta giudiziaria è solo una possibilità ed una possibilità che dipende dalla scelta di un giudice, inevitabilmente legata ad una valutazione discrezionale: nelle quali due parole, non conta solo la discrezionalità, ma anche la valutazione: occorre, cioè, un qualcosa - le prove di ravvedimento certo - che legittimino la concessione. Per questo, dal punto di vista normativo, la pena resta perpetua perché l'eventualità di un provvedimento discrezionale del giudice non può cambiare la sua natura di pena perpetua.
E non è male fornire alcuni dati sulla discrezionalità del giudice in materia di liberazione condizionale: in tutta Italia, nel 2006 (rilevazione parziale fino al 23.10.06: ovviamente, la statistica è relativa alle istanze per tutte le pene, anche temporanee): liberazioni condizionali concesse 21, respinte 373, dichiarate inammissibili 294; e le statistiche per la sola Toscana, temporalmente più complete, ci dicono: 2005: liberazioni condizionali concesse: 2; respinte 32; inammissibili 13; 2006: concesse 4; respinte 36; inammissibili 8; 2007, primo semestre: concesse 1; respinte 12; inammissibili 1. Va ricordato, inoltre, che l'effetto del venire meno della pena perpetua si verifica solo in linea di fatto ed è legato all'esito della applicazione della libertà vigilata per cinque anni.
Allargando il discorso alla liberazione condizionale, la perpetuità dell'ergastolo può essere discussa in due accezioni: formale o sostanziale oppure simbolica o reale. Si è riflettuto sulla seconda accezione. Che dire della prima? Che non è molto diversa dalla seconda. Si può convenire che molti degli ergastolani riguadagnano la libertà dopo un tempo più o meno lungo, ma è legittima la domanda: che senso ha una pena simbolica e col simbolo della perpetuità? Viene fatto di pensare alle "grida" manzoniane, emesse con la certezza della loro inattuabilità, soltanto al fine di uno sfoggio di autorità che non corrispondeva al vero: un modo di nascondere la mancanza di autorevolezza. Però la simbolicità del nostro ergastolo tende fortemente ad essere reale, a rassegnarsi male a restare simbolica. E così in sostanza, si potrebbe concludere il discorso, dicendo che il "fine pena mai" può essere sostituito da un poco rassicurante "fine pena non si sa quando".
La sentenza 264 ha ricavato dalla precedente 204 il solo fatto che la concessione della liberazione condizionale era giurisdizionalizzata e, per tale via, sottratta alla discrezionalità dell'organo politico e affidata alla valutazione del giudice in contraddittorio. Ma, nella 204, c'erano altri principi da prendere in considerazione.
In primo luogo, mentre la sentenza 264 affermava che la "funzione (e fine) della pena non è certo il solo riadattamento dei delinquenti", la sentenza 204 parla di "fine ultimo e risolutivo della pena stessa, quello, cioè, di tendere al recupero sociale del condannato". C'è una notevole differenza fra il concetto di "riadattamento dei delinquenti" e quello di "recupero sociale del condannato"; come pure fra questo fine come uno fra i tanti della pena, nella 264, e il "fine ultimo e risolutivo della pena stessa", come nella 204.
Perché il punto fondamentale di quest'ultima sentenza è proprio di attribuire al condannato, nell'ambito della esecuzione della pena, un diritto soggettivo a vedere riesaminata la efficacia nei suoi confronti della parte di espiazione della pena già sofferta e di legare a quella valutazione il "protrarsi della pretesa punitiva".
Per concludere, direi che le due sentenze della Corte costituzionale in questione si muovono su lunghezze d'onda diverse. E devo aggiungere che, mentre la 264 resta sostanzialmente datata, la 204 è stata costantemente ripresa dalla giurisprudenza costituzionale successiva. Il che potrebbe fare sperare che non sia impossibile tornare a verificare la validità della prima.
di Marco Noce
Quattro ore di guerriglia, sabato notte nel carcere minorile di Quartucciu, con due agenti feriti e tre celle devastate e incendiate. A scatenare la violenza, tre detenuti marocchini e un egiziano che alle 22 si sono affrontati in una zuffa. Soltanto alle 2 del mattino dopo l'arrivo di diversi colleghi richiamati in servizio gli agenti sono riusciti a riportare la calma. Il sindacato: "Organici insufficienti, sicurezza a rischio".
Quattro ore di violenza cieca: tre celle trasformate in campo di battaglia, nordafricani contro nordafricani, gente dura, cresciuta nelle periferie di Milano e di Bologna. Botte, insulti, brande e sedie distrutte, finestre sfondate, cessi sradicati e usati come armi, fuoco. Dalle 22 di domenica sera alle 2 di ieri mattina, finché ai pochi agenti di turno non si sono aggiunti quelli richiamati da casa, a Quartucciu è stata guerriglia: è finita con un'irruzione nelle celle, con gli uomini in divisa a separare i detenuti e due agenti in infermeria. Uno ha una contusione a una spalla, l'altro una mano tagliata da una scheggia di vetro. E i sindacati insorgono: siamo in pochi, l'edificio è fatiscente, le condizioni di lavoro intollerabili. Il carcere minorile, dicono, è una bomba pronta a esplodere.
Dietro tanta furia, a quanto pare, futili motivi. Può bastare davvero poco, a far saltare i nervi a persone costrette a trascorrere le giornate gomito a gomito: un tic, un modo di fare, una parola di troppo. Tutto, dentro, può diventare esasperante. La goccia trabocca domenica alle 22. Epicentro, due celle. Due di quelle occupate dai non italiani, che a Quartucciu sono in maggioranza schiacciante: sui sedici detenuti attualmente rinchiusi nel carcere minorile, soltanto tre sono sardi (due sono i diciassettenni di Capoterra arrestati la settimana scorsa con l'accusa di aver fatto parte del branco che ha prima impiccato, bruciato e torturato un venticinquenne di Sestu e poi rivendicato la bravata in tv, a "Le Iene").
Gli altri, in larghissima prevalenza, sono stranieri: extracomunitari, soprattutto nordafricani, ma anche rumeni. La gran parte non ha commesso reati in Sardegna: gli istituti minorili di Milano e Bologna, colmi, inviano ospiti in Sardegna. Trattandosi spesso di immigrati clandestini, sostengono i sindacati della polizia penitenziaria, non è nemmeno certo che si tratti effettivamente di minorenni.
Ad affrontarsi sono tre marocchini e un egiziano. Volano urla, insulti. Poi i quattro vengono a contatto. È una zuffa furibonda. Gli agenti di turno sono quattro. Uno è di guardia all'ingresso. Gli altri tre non sono abbastanza per affrontare il rischio di aprire il portone blindato e separare i litiganti: c'è il pericolo che lo scontro dilaghi, che si trasformi in rivolta.
Mentre dietro le sbarre la violenza sale d'intensità e i detenuti spaccano tutto ciò che possono, negli uffici comincia una caccia disperata ai rinforzi. Partono telefonate, ci sono agenti che, di domenica notte, devono salutare moglie e figli e saltare in macchina per andare ad affrontare lo scontro. Dovere, certo. Ma quando, in trenta, si sono accumulati qualcosa come cento giorni di riposo e ottocento di ferie arretrati, è comprensibile che uno, infilando il cappotto, si lasci scappare un'imprecazione.
Ci vuol tempo, perché i rinforzi arrivino a Quartucciu. Nel frattempo, in tre celle i rottami di sedie, brande, tavolini vengono incendiati: c'è fumo, caldo, rabbia, paura. Il tempo passa con una lentezza esasperante. Quattro ore, in queste condizioni, possono sembrare infinite. Sono quasi le due del mattino quando la polizia penitenziaria mette in atto il blitz. Il portoncino viene aperto, gli agenti separano i quattro: sono minuti concitati, nel corpo a corpo volano colpi, spinte, si tenta di non scivolare sulle schegge di vetro.
Alla fine, la situazione comincia lentamente a tornare alla calma. Divisi i litiganti, vengono rinchiusi ciascuno in una cella. Le fiamme vengono spente. Gli agenti feriti si fanno medicare: nulla di grave, per fortuna. Ma la sensazione è che la bomba Quartucciu abbia fatto un altro scatto oltre il livello di guardia. E il rischio di un'esplosione sembra più vicino scatto oltre il livello di guardia. E il rischio di un’esplosione sembra più vicino
da:http://www.osservatoriorepressione.org/
L'agenzia Nuova Cina scrive che 24 persone sono state arrestate per queste nuove violenze della polizia. La vittima aveva 41 anni ed era il direttore generale di una azienda locale di lavori pubblici. L'uomo stava filmando con il suo telefono cellulare una cinquantina di poliziotti di Tianmen, città nella provincia dell'Hubei nel centro della Cina, inviati a reprimere la rivolta degli abitanti di un villaggio che tentavano di impedire ai camion di immondizia di accedere alla discarica vicino alle loro case.
I poliziotti si sono scagliati contro Wei Wenhua prendendolo a bastonate. L'uomo è morto subito dopo il trasporto in ospedale. L'accaduto ha sollevato un'ondata di indignazione sulla stampa e su internet. "Sono dei banditi" è la frase più ricorrente sul web, mentre altri chiedono che siano definitivamente stabiliti diritti e responsabilità di questi poliziotti
La Carta dei Diritti dell’UE è contro l’ergastolo...
di Sandro Padula
Liberazione, 28 dicembre 2007
La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea è stata approvata dal parlamento europeo il 29 novembre 2007 e proclamata dal suo Presidente il 12 dicembre, il giorno prima della firma a Lisbona del Trattato di riforma dell’Unione. Si è dischiuso così un nuovo capitolo nella storia del diritto.
Tale Carta ribadisce i diritti originati dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dall’Unione e dal Consiglio d’Europa, dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e da quella della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Con questa Carta si riconosce che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la relativa Commissione, pur essendo istituzioni distinte, per storia e partecipazioni internazionali, da quelle specifiche dell’Unione Europea, sono significativi punti di riferimento per la salvaguardia dei diritti fondamentali.
I cittadini dei paesi aderenti all’Unione Europea possono quindi fare ricorsi anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che ha sede a Strasburgo, per difendere i propri diritti o possono rivolgersi alla collegata Commissione per fare in modo che quest’ultima approfondisca l’analisi delle situazioni in cui vengono calpestati quei diritti basilari.
Un motivo di ricorso alla Cedu o di richieste di supporti analitici alla collegata Commissione è ad esempio la questione dell’ergastolo. Il 12 novembre Thomas Hammarberg, Commissario europeo per i diritti umani ha ricordato che vi sono due significativi casi relativi alla pena dell’ergastolo pendenti davanti alla Grande Camera della Corte europea, la cui decisione offrirà importanti linee guida per l’interpretazione della Cedu in questa materia. Inoltre ha precisato che "è necessario un riesame in merito al ricorso all’ergastolo" poiché tale pena ha spesso un impatto pesante sul trattamento dei prigionieri e a volte non si tratta di altro se non di una risposta ad una richiesta popolare di vendetta. In altre parole, il Commissario europeo per i diritti umani ha criticato l’esistenza dell’ergastolo e tale critica diventa tanto più forte, dal punto di vista dei cittadini dell’Unione, sulla base dell’integrazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nel Trattato firmato a Lisbona.
Tale Carta contiene dei diritti (vedasi articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 49) che implicitamente sono antitetici soprattutto in relazione all’esistenza dell’ergastolo.
L’ergastolo infatti calpesta la dignità umana (art. 1) perché costituisce una delle massime e dure espressioni contemporanee dell’antico rito del "capro espiatorio" e del moderno monopolio statuale della vendetta; è una vita senza vita sociale e quindi senza effettivo diritto alla vita (art. 2); minaccia l’integrità fisica e psichica (art. 3) di chi lo subisce, specialmente se è aggravato da dure forme di isolamento nel carcere (come in Italia il 41 bis o l’Elevato Indice di Vigilanza) che quasi sempre negano la possibilità di usufruire di benefici come la libertà condizionale; è una specifica forma di trattamento inumano e degradante (art. 4); è ciò che Cesare Beccaria chiamava "pena di schiavitù perpetua" e pertanto è di per sé un fattore ostativo rispetto alla "proibizione della schiavitù e del lavoro forzato" (art. 5, un articolo che dovrebbero imparare a memoria coloro che, analfabeti e antieuropei come sono, vorrebbero proporre il lavoro forzato ai detenuti); è un micidiale attacco nei confronti del diritto alla libertà e alla sicurezza (art. 6); è l’eliminazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare (art. 7); è l’impossibilità di avere il diritto alla protezione dei dati di carattere personale (art. 8); è la pena che, disarticolando le dirette relazioni affettive e comunicative, più ostacola il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia (art. 9); è una pena irrispettosa della libertà di coscienza (art. 10) perché, di fronte alla totalità delle persone condannate per un grave reato come l’omicidio, è subita esclusivamente da una piccola minoranza di tali persone, da persone che non si sono avvalse delle leggi a favore di "pentiti", "dissociati" o "patteggiatori"; è una pena che, essendo per altro infinitamente sproporzionata in senso peggiorativo rispetto ai livelli standard de numerosi sistemi penali nell’Unione Europea (pena detentiva massima di 20 anni), risulta in netto contrasto nei riguardi del terzo comma dell’ articolo 49 secondo cui "le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato".
L’ergastolo, oltre a non essere rispettoso dell’articolo 27 della Costituzione italiana che prevede la finalità riabilitativa e risocializzante di tutte le pene detentive, è quindi l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere tutelato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. E questa Carta sarà vincolante per chi - ad eccezione di Regno Unito e Polonia che hanno ottenuto un out-out per quanto riguarda la sua applicazione nella giurisprudenza nazionale - ha firmato il Trattato a Lisbona!
Il Trattato dovrà passare le ratifiche nazionali per poi entrare in vigore nel 2009. Nel frattempo l’Italia farebbe bene ad accelerare i tempi per ratificarlo e per adeguare la giustizia e i linguaggi politici e giornalistici al rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea! Non è mai inutile una critica in più per dire basta con la pena di morte invisibile, camuffata e prolungata costituita dall’ergastolo!
Ansa, 19 dicembre 2007
La procura della Repubblica presso il tribunale di Lecce ha aperto un’inchiesta per accertare le cause della morte di un detenuto, Vincenzo Fazio, 51 anni, di origini siciliane, avvenuta ieri nel carcere di Lecce dove si trovava da tre giorni. Il magistrato inquirente, Maria Cristina Rizzo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e disposto l’autopsia che sarà compiuta giovedì prossimo dal medico legale Gildo Colosimo.
In carcere a Catania dal 27 novembre, era stato trasferito il 14 dicembre nell’istituto di pena leccese di Borgo San Nicola, nella sezione di alta sicurezza, su provvedimento del tribunale di sorveglianza. Ieri a mezzogiorno gli agenti sono passati per la distribuzione del pranzo e lo hanno trovato privo di vita nel letto della sua cella.
Il referto medico - a quanto si è saputo - parla solo di arresto cardiocircolatorio. A far nascere sospetti al magistrato il fatto che da una prima indagine esterna siano state riscontrate evidenti macchie ipostatiche su tutto il corpo e una spiccata rigidità cadaverica che non concorderebbe con quanto riferito da alcuni sorveglianti i quali avrebbero assicurato di aver visto Fazio vivo solo due ore prima della scoperta del cadavere.
fonte repubblica.it
GENOVA - Condannati a pene comprese tra i sei mesi e gli 11 anni di reclusione 24 dei 25 no global accusati di saccheggio e devastazione per gli incidenti avvenuti a Genova durante il G8 del 2001. Assoluzione per Nadia Sanna. E' la prima sentenza pronunciata per i tragici fatti del luglio di sei anni fa, che culminarono nell'uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. I pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani avevano chiesto complessivamente 225 anni di carcere.
Dopo quasi sette ore di camera di consiglio, il tribunale ha praticamente dimezzato le proposte dell'accusa comminando un totale di 102 anni di reclusione. Massimiliano Monai, il giovane sorpreso in una fotografia mentre insieme a Giuliani corre con una trave di legno all'assalto del fuoristrada dei carabinieri, è stato condannato a 5 anni solo per danneggiamenti. Contrariamente alle richieste dei pm, solo ad un terzo degli imputati è stato riconosciuto il più grave reato di devastazione e saccheggio.
Il tribunale ha pure inviato gli atti alla procura perchè valuti l'ipotesi di incriminare quattro ufficiali di polizia giudiziaria - un vice questore e tre ufficiali dei carabinieri - del reato di falsa testimonianza. Secondo i giudici, le loro deposizioni come testi durante il processo non sono state veritiere.
fonte ansa.it
G8: VIOLENZE DI STRADA, PENE DA 5 MESI A 11 ANNI
GENOVA - Sono stati condannati ad oltre 102 anni di reclusione 24 dei 25 no global imputati di devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 del 2001 a Genova. Una sola imputata, Nadia Sanna, è stata assolta per non aver commesso il fatto.
LE CONDANNE - La pena più alta, 11 anni, è stata inflitta a Marina Cugnaschi, di Lecco, considerata uno degli appartenenti al "blocco nero" che devastarono la città e riconosciuta colpevole di devastazione e saccheggio. Altre pene consistenti, di 10 anni e 6 mesi, sono state comminate al catanese Francesco Puglisi, al bergamasco Vincenzo Vecchi; di 10 anni per Luca Finotti e di 9 anni per Alberto Funaro. Pene pesanti sono state comminate anche a Carlo Cuccomarino (7 anni e 10 mesi) Antonino Valguarnera (7 anni e 8 mesi), Carlo Arculeo (7 anni e 6 mesi), Dario Ursino (6 anni e 6 mesi), Ines Morasca (6 anni). Per il genovese Massimiliano Monai ("l'uomo della trave" immortalato durante l'assalto alla camionetta dei carabinieri in cui fu ucciso Carlo Giuliani) la condanna è stata di 5 anni. Gli altri condannati sono Paolo Dammicco (1 anno e 8 mesi), Paolo Putzolu (2 anni e 6 mesi), Antonio Fiandra (1 anno e 2 mesi),Federico da Re (1 anno e 5 mesi), Fabrizio De Andrade (1 anno e 6 mesi), Duccio Bonechi (1 anno e 4 mesi), Stefano Caffagnini (1 anno e 4 mesi), Domenico Ceci (5 mesi), Filippo D' Avanzo (1 anno e 5 mesi), Angelo Di Pietro ( 1 anno e 5 mesi), Tabar Firouzi (11 mesi), Francesco Toto (1 anno e 2 mesi). Lo spezzino Mauro Degli Innocenti, per cui i pm avevano chiesto 8 anni e 6 mesi, è stato condannato invece a 6 mesi.
H. GIULIANI, SCONVOLTA MA NECESSARIA INCHIESTA - Haidi Giuliani, senatrice del Prc e madre di Carlo Giuliani, il giovane rimasto ucciso durante il G8 di Genova, si dichiara "sconvolta" dalla sentenza di oggi che non ha voluto considerare i fatti genovesi "come fatti attribuibili a singole persone ma ha giudicato i ragazzi come se fossero delinquenti abituali". "Mi sconvolge ancora di più - dichiara la senatrice - la distanza abissale che resta tra chi viene condannato per aver rotto delle cose e chi invece non sarà mai condannato per aver rotto esseri umani. Non mi stancherò mai di ribadire l'assoluta necessità di istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta che rimetta insieme, come in un puzzle, tutto quanto è accaduto a Genova in quelle giornate". "La sentenza di Torino, che ha cancellato l'accusa assurda di devastazione e saccheggio, faceva ben sperare - ha concluso la sen. Giuliani - perché i giudici l'avevano pronunciata basandosi su singoli atti compiuti da singole persone".
CARUSO (PRC), CONDANNE INQUIETANTI, ORA TUTTI IN PIAZZA - Il parlamentare del Prc Francesco Caruso invita a "tornare in piazza" per manifestare contro le condanne dei 24 No Global, che dovranno rispondere di devastazione e saccheggio durante il vertice di Genova. "Le pesanti condanne di oggi per i fatti del G8 sono un indegno e inquietante attacco repressivo nei confronti della moltitudine che sei anni fa riempì le strade di Genova - dice Caruso - Bisogna tornare in piazza immediatamente, per esprimere la nostra indignazione contro una giustizia a due velocità, che persegue e incarcera chi ha resistito alla violenza poliziesca e lascia nell'impunità i vertici e gli apparati dello stato che pianificarono i pestaggi, le violenze, le cariche e la repressione".
"Dopo le condanne di oggi va rilanciata con maggior forza la manifestazione nazionale indetta il 2 febbraio a Cosenza, in occasione del verdetto della Corte d'Assise contro 13 attivisti del movimento, imputati per cospirazione politica e attentato all'ordinamento dello Stato, accusati di essere la cupola sovversiva che preordinò le contestazioni del global forum di Napoli del marzo 2001 e del G8 di Genova - conclude - Una manifestazione che dica no alla repressione che da Genova a Cosenza tenta di zittire, imbavagliare, reprimere e incarcerare il desiderio di lottare per un altro mondo possibile".
da liberazione del 14 dic. 2007
10 dicembre. Raggiungiamo la cittadina umbra di Spoleto in treno. Appena fuori dalla stazione la prima cosa che notiamo, assieme ad Haidi Giuliani, è il vecchio carcere sito sulla collina di fronte. Non eravamo mai stati a Spoleto, chiediamo se per caso è quello il super carcere e ci rispondono che quello ormai è diventato un museo. Bene. Sotto la pioggia battente raggiungiamo la nuova Casa di Reclusione. Veniamo cordialmente accolti dal comandante che ci illustra le “meraviglie” di Spoleto. Non manca quasi niente, c’è persino il citofono nelle celle per i casi di emergenza. Per chi come noi ha avuto modo di visitare le carceri del profondo sud (ma anche alcune del profondo nord), la prima reazione entrando nel carcere di Spoleto è di autentico stupore. Innanzitutto per l'igiene, che è “palpabile” in ogni angolo dell'istituto, sezioni comprese. Poi per la qualità delle attività trattamentali, la scuola, i laboratori. Attività lavorative assicurate all'80% dei prigionieri. La socialità è possibile fino alle 19.00, anche in Alta Sicurezza e nella sez. di Elevato Indice di Vigilanza. Sembrerebbe che qui l'Ordinamento Penitenziario funzioni davvero. Le impressioni iniziali vengono confermate dalla quasi totalità dei detenuti che incontriamo. Ma il motivo della nostra visita è soprattutto un altro: Spoleto è la “culla” dello sciopero della fame degli ergastolani. Sembra paradossale, perchè a Spoleto le condizioni trattamentali e rieducative ci sono tutte ma non sono sufficienti per chi non ha un ‘fine pena’; non basta la possibilità di conseguire la laurea o il diploma se poi non si ha la possibilità di “spendere” i titoli e le abilità acquisite perchè, da quelle mura, gli ergastolani non hanno nessuna speranza di uscire. I loro ergastoli sono ostativi. Incontriamo Carmelo e gli altri: ci accolgono con sorpresa, sono deboli, provati da dieci giorni di sciopero totale, amareggiati dai media che li hanno già dimenticati dopo il primo giorno. Uomini adulti oggi, poco più che ragazzi quando sono stati arrestati e cancellati dalla società per sempre. Hanno molto in comune, compreso il “marchio regionale”, infatti sono tutti figli del sud. Non chiedono la libertà, non si professano innocenti, sono consapevoli di aver fatto del male e stanno pagando con coscienza ma sono stanchi di subire la vendetta dello Stato e della società. Chiedono di avere un fine pena certo, fosse anche alla fine della loro vita! Nutrono da troppo tempo l'illusione di vedere applicato il principio costituzionale della rieducazione e del recupero del condannato. Proposte di legge per l'abolizione della pena perpetua nel corso degli anni ne sono state presentate tante, tutte insabbiate. L'ultima è di alcuni mesi fa, prima firmataria Maria Luisa Boccia, senatrice del Partito della Rifondazione Comunista: gli ergastolani chiedono che venga calendarizzata la discussione in Parlamento. Quarantuno di loro porteranno ad oltranza la loro pacifica ma terribile protesta: preferiscono morire piuttosto che continuare a subire la vendetta di uno Stato e di una società che non riesce a far valere i diritti costituzionali, trascinata dall'onda mediatica del giustizialismo che ormai aleggia ovunque. Salutiamo Carmelo e gli altri della sez. EIV, Sebastiano ci fa dono di due suoi memoriali e raggiungiamo la sez. 41 bis. Anche qui quasi tutti gli ergastolani hanno aderito allo sciopero della fame. Haidi ascolta le loro storie: Salvatore è dentro da oltre un quarto di secolo, un colloquio con i familiari ogni due anni, considera la sua vita ormai priva di prospettive future. Un altro detenuto non effettua colloqui con la moglie, detenuta in altro carcere, da cinque anni perché non ci sono abbastanza fondi per poter organizzare la traduzione. Antonio non ha figli piccoli ma è nonno e non può abbracciare i nipotini, li può solo vedere crescere di quando in quando attraverso un vetro. La visita sta per finire, succede però qualcosa di imprevisto anche se abbastanza usuale nelle carceri italiane. Urla e concitazione accompagnano l'ennesimo gesto di autolesionismo di un giovane uomo con il quale abbiamo da poco finito di parlare. Padre da sei mesi, non ha potuto riconoscere la figlia e perciò non può neanche tenerla in braccio per quei dieci minuti concessi dal regime del 41 ai figli minori di dieci anni. Ci avviciniamo alla cella: gli agenti sono stati tempestivi ad evitare il peggio, il personale sanitario arriva nella sezione con una rapidità svizzera. Per fortuna che è successo a Spoleto, pensiamo; in un altro carcere, il detenuto sarebbe stato soccorso in tempo? Un senso di impotenza ci accompagnerà nelle ore a seguire. Non esiste solo la tortura fisica, sono varie le forme che può assumere, e impedire a un padre di abbracciare la propria figlia è una di queste. Ci chiediamo e vi chiediamo: è giusto estendere le pene inflitte a chi delinque anche ai familiari? Siamo sicuri che l'Italia sia uno stato di diritto? Riteniamo di no, almeno fino a quando non adegueremo le nostre leggi alla nostra Carta Costituzionale e alla Carta Universale dei Diritti dell'Uomo, che troppo spesso dimentichiamo di aver sottoscritto.
Associazione Yairaiha Onlus - Cosenza
La storia di Andrea B., detenuto nel carcere di Reggio Calabria portata all'attenzione dei media da Franco Corbelli, è una storia che merita una riflessione attenta da parte delle autorità preposte perchè, a volte, non basta una relazione asettica a stabilire la compatibilità con il carcere. Si dovrebbe andare oltre. Stando alle norme, l'incompatibilità con il carcere, è determinata da uno stato di salute gravissimo, diciamo pure “prossimo alla morte”. Nella tarda serata di giovedì ci siamo recati assieme all'on. Francesco Caruso a far visita ad Andrea B., quello che ci siamo ritrovati davanti è stato uno scenario da terzo mondo. Una cella di un metro e mezzo per due con un letto a castello, un tavolo, un armadio, il bagno con la tazza posta su un gradino e, al centro di questa specie di “loculo”, una carrozzina. Al primo letto è disteso Andrea in preda a tremori che lo accompagnano giorno e notte, a volte cade dal letto causandosi contusioni, altre volte i movimenti involontari lo fanno sbattere alla lastra metallica che regge il letto superiore, posto a circa 30 cm sopra la sua testa, in bagno non può andare se non assistito dal piantone. Mangiare è diventato un incubo. Seduto sulla carrozzina, non riesce a mettere le gambe sotto il tavolo stando ad una distanza di 50/60 cm. dal piatto sporcandosi mentre mangia perchè le mani tremanti non riescono a tenere le posate. 25 anni, una storia di marginalità ed errori come tante, oggi Andrea vive con un proiettile conficcato nel midollo spinale che non può essere rimosso e, pertanto, non può sottoporsi neanche a risonanza magnetica per risalire alla causa dei tremori che non lo lasciano mai. Oggi (ieri per chi legge) è stata eseguita la elettromiografia e l'elettroneurografia ma, nonostante l'assistenza sia garantita dal personale sanitario della struttura, Andrea è in una condizione di una tale gravità che, a nostro avviso, risulta incompatibile con la detenzione in carcere, men che meno in un carcere dei primi del novecento che presenta barriere architettoniche. Alle norme scritte asetticamente, dovrebbero essere affiancate leggi umane, che tengano conto della dignità di un uomo, un ragazzo anzi, che nonostante gli errori (oltre tutto è in attesa di giudizio, in carcere, da più di tre anni) dovrebbe essere curato in un centro specializzato, senza barriere architettoniche che impediscono di poter compiere i più banali e vitali gesti quotidiani. È una vergogna che l'Italia dell'Europa Unita consenta che un ragazzo, invalido al 100%, stia in una situazione di tale aberrazione. Ci appelliamo a chiunque abbia il potere-dovere di trovare una soluzione: Andrea deve essere trasferito, immediatamente, in un centro specializzato che gli consenta di ricevere assistenza adeguata alla disabilità che lo accompagnerà per il resto della sua vita poi, quando, e se, verrà condannato si vedrà.
Reggio Calabria, 20 settembre 2007
Associazione Yairaiha Onlus
da Calabria Ora del 21 settembre
PALMI - «I detenuti sono in lotta ormai da 15 giorni». Sono le prime parole dell’onorevole Francesco Caruso all’uscita dal carcere di Palmi (foto), dove l’esponente di Rifondazione comunista si è recato ieri pomeriggio, insieme a Sandra Berardi e Luana Stellato dell’associazione Yairaiha onlus, per prendere visioni «dello stato in cui versa l’istituto penitenziario». Una visita di due ore che sono servite al parlamentare no global per parlare con i detenuti e capire le loro istanze. «Sono tanti i problemi con cui combattono ogni giorno i 37 detenuti – ha affermato Caruso – Le carenze strutturali del carcere, per esempio, dove mancano le docce nelle celle e quelle comuni funzionano solo fino alle 14.
Un grosso problema se si considera che le attività sportive si tengono nel pomeriggio». Ma il parlamentare ha riscontrato delle restrizioni che «esistono solo a Palmi. Solo in questo carcere infatti – ha commentato – non è possibile per i detenuti della sezione Eiv frequentare un corso scolastico.Lo scorso anno era stata fatta girare una circolare che chiedeva loro se avessero intenzione di iscriversi a una scuola di Ragioneria. Tutti risposero positivamente, ma nulla è stato ancora deciso in merito». Per il comunista «si è in presenza di una vera e propria violazione dei diritti dei detenuti.Non si possono commentare in modo diverso – ha sottolineato – restrizioni assurde come quella di non possedere un cd, o limitazione sui chili di generi alimentari che possono essere posseduti in carcere.
Quantità di gran lunga inferiori rispetto al resto di’Italia». Già sono state intraprese alcune iniziative «che però – ha sottolineato il comunista – non hanno migliorato le condizioni dei detenuti, che continueranno a scioperare a oltranza. Inoltre sono state presentate già due interpellanze parlamentari e, all’inizio della prossima settimana, ne presenterò una terza, chiedendo l’intervento degli ispettori del ministero di Grazie e giustizia». di Francesco Altomare
Finalmente dopo sei mesi dall'inizio della lotta degli ex-detenuti, sono arrivati i fondi necessari all'attivazione di 50 borse lavoro. Oggi verrà pubblicata la determinazione dirigenziale con cui i fondi, stanziati dall'Assessorato alle Politiche Sociali regionali, verranno assegnati ad una agenzia che farà “incontrare” le aziende (aderenti alle associazioni di categoria che hanno sottoscritto il protocollo d'intesa con il Comune di Cosenza relativo al progetto PRIDE) con i tanti ex-detenuti che hanno animato piazza dei Bruzi e alcuni Consigli comunali con occupazioni e proteste pacifiche atte ad avere la giusta attenzione ai loro disagi. Attenzione che è arrivata grazie all'impegno degli Assessori alle Politiche Sociali, provinciale e comunale, attraverso un protocollo d'intesa tra associazioni di categoria, comune e provincia, mirato a far incontrare offerta e domanda di lavoro e, soprattutto, a garantire stabilità dopo aver concluso il periodo formativo che durerà circa 6 mesi dall'attivazione.
Una battaglia vinta per molti dunque, persa, invece, per quelli che non ce l'hanno fatta. Persa per chi è di nuovo in galera, perchè i tempi dei bisogni non coincidono con quelli della burocrazia e che, non avendo altra possibilità per sopravvivere nell'attesa, ha commesso un nuovo reato. Sotto tutti i punti di vista possiamo definire questi come “reati sociali”, non crimini. Quei reati che si commettono per fame, disperazione ed emarginazione. Non sono preordinati, sono quei reati commessi da chi la mattina si alza e non ha alcuna prospettiva. Uno scippo, un furto, una tentata rapina in banca a volto scoperto come a dire: sono Io, che non posso dar da mangiare ai miei figli; sono Io, che non so come pagare l'affitto o la luce; sono Io che passerò il ferragosto a casa senza neanche il pane. Persa per chi nella vita ha conosciuto droga e galera e, non sapendo fare altro, è ritornato a spacciare e a farne nuovamente uso trovando la morte. Francesco L. era tranquillo, si stava disintossicando, ci aveva chiesto di allegare alla sua richiesta di lavoro una dichiarazione del Sert per avere maggiori possibilità di trovarlo quel lavoro che gli avrebbe consentito di rifarsi una vita. Oggi Francesco avrebbe potuto gioire per questa vittoria, già perchè ha sperato fino all'ultimo e fino all'ultimo ha lottato non mancando mai a nessun presidio. Non ce l'ha fatta. Se ne andato in un caldo giorno di luglio, quando i più si organizzavano per le vacanze estive e la burocrazia attendeva i tempi “giusti” per “elargire” qualche briciola.
Associazione Yairaiha Onlus
Dal prossimo 10 settembre i detenuti della sezione a Elevato Indice di Vigilanza del carcere di Palmi avvieranno una protesta pacifica ma ad oltranza. Hanno esposto le loro ragioni in una lettera aperta indirizzata a tutti gli organi competenti, DAP, PRAP Calabria, Direzione del carcere, associazioni e Magistratura di Sorveglianza. Nonostante numerosi solleciti e ben due interrogazioni parlamentari (rimaste senza alcuna risposta da parte del Ministro) presentate dai Senatori Maria Luisa Boccia e Fosco Giannini dove, oltre all'incostituzionalità di questa specie di gironi danteschi che sono le sezioni EIV in cui vengono arbitrariamente sospesi i diritti dei detenuti (motivo per cui l'Italia è stata più volte richiamata sia dalla Corte Costituzionale che dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ed invitata a colmare il vuoto normativo creatosi) si evidenziava la totale assenza di percorsi trattamentali e culturali, riducendo gli uomini lì reclusi simili a vegetali costretti a trascinarsi dalla cella al passeggio e viceversa. Niente scuola, niente corsi di formazione, nessuna attività lavorativa, nessun laboratorio culturale. Per la Direzione gli adeguamenti previsti nel DPR 230/2000 sono consistiti solo nella pitturazione (esterna) delle mura perimetrali del carcere e qualche altro ritocco al “trucco”. Ma l'aspetto che più affligge i detenuti è la costrizione, inumana, del divisorio della sala colloqui che estende la pena anche ai familiari, ai bambini che, a volte, non arrivano neanche a “guardare” oltre quel muro. Forse ci illudiamo che questi argomenti possano suscitare “emozioni mediatiche”, non tenendo conto che si sta tornando indietro di almeno 200 anni, visti gli ultimi provvedimenti atti a punire e criminalizzare chi (soprav)vive ai margini della società, ma vorremmo richiamare la Società (non solo i nostri rappresentanti al Governo) sul mandato Costituzionale dell'Istituto carcerario che è la Rieducazione e il Recupero del condannato. Ma, ormai, è quasi senso comune che gli unici compiti del carcere siano Punire, Recludere e Affliggere, nella migliore delle ipotesi è un luogo dove isolare una parte dal resto della Società come una “cameriera che spazza il pavimento e nasconde la polvere sotto i tappeti”. Dovremmo ricordarci, tutti noi, che le Persone recluse (già, perchè di questo si tratta) sono uomini e donne che pur avendo commesso un reato un giorno dovranno essere restituiti alla Libertà (e alla Società) e se in carcere le teniamo come bestie, e mi perdonino gli animali che hanno pure i loro diritti, avremo uomini e donne che hanno espiato la loro Pena si, ma forse saranno peggiori di quando sono entrati, sicuramente non migliori. Invitiamo l'Onorevole Ministro della Giustizia a rispondere alle interrogazioni che i Rappresentanti dei cittadini italiani pongono e a mandare nella Casa Circondariale di Palmi una ispezione ministeriale, scoprirà che, oltre la targa d'ottone che recita “Ministero della Giustizia - Casa Circondariale di Palmi” e oltre la facciata ridipinta, c'è uno zoo.
Sandra Berardi
Associazione Yairaiha Onlus - Cosenza
ROCCELLA JONICA, 8 AGO - Sono 110 gli immigrati giunti stamattina nel porto di Roccella Jonica (Reggio Calabria) a bordo di un motopeschereccio. Nel porto di Roccella si stanno svolgendo le operazioni di identificazione degli immigrati, che sono tutti uomini adulti, in discrete condizioni fisiche. Gli immigrati sarebbero tutti curdi di nazionalita' irachena, partiti da un porto della Turchia cinque giorni fa ed avrebbero pagato per compiere il viaggio tra i 1.500 ed i duemila dollari a testa. fonte ANSA
I militari accusati di violazione dei diritti umani in una delle più importanti cause in corso sulla dittatura in Argentina (1976-1983) verranno trasferiti in prigione "con regime duro".
"Abbiamo chiesto - ha spiegato il ministro della difesa Nilda Garré - l'autorizzazione a tutti i giudici che intervengono nelle cause e tutti hanno dato il consenso affinché i detenuti che si trovano dispersi tra le varie unità vengano trasferiti nel carcere di Campo de Mayo".
Il provvedimento, nato da una richiesta dello stesso ministro (la Garré è stata accusata di abuso d'autorità e violazione dei doveri a proprio carico dagli avvocati dei militari), vede coinvolti 18 ex ufficiali di marina soggetti a misure cautelari per le indagini che riguardano la megacausa della Scuola meccanica della Marina (ESMA), il centro clandestino di detenzione e tortura nel quale si stima siano passate piu' di 5.000 persone (oltre 4 mila presumibilmente uccise nei "voli della morte") dei 30 mila desaparecidos in Argentina.
Tra gli imputati che verranno trasferiti nel carcere di Campo de Mayo (per poi passare nell'Unità penitenziaria federale di Marcos Paz), vi sono Alfredo Astiz, l'ex capitano, detto 'Angelo biondo', a capo del commando speciale di torturatori, di cui Francia e Italia hanno in passato chiesto l'estradizione, Jorge Acosta ('El Tigre') e l'ex capitano Adolfo Donda.
I telefoni dell'attuale ammiraglio Jorge Godoy hanno squillato a lungo - riferisce il quotidiano Ambito Financiero - per le chiamate degli avvocati difensori che chiedevano spiegazioni. Più di un imputato - spiega il giornale - "ha dei vincoli di promozione o di amicizia professionale con il titolare della Marina". Ma la risoluzione del giudice federale Sergio Torres è stata chiara: "Non ci saranno impedimenti per il trasferimento sollecitato laddove il Ministero lo ritenga opportuno".
fonte ANSA
Dopo cinque mesi di proteste gli organi istituzionali non danno risposte alla allarmante situazione in cui vivono gli ex-detenuti del comune di Cosenza. Nei primi di Maggio il comune di Cosenza ha presentato, alla regione,con tanto di presentazione pubblica, un progetto di Borsa lavoro per più di sessanta persone. A d oggi gli ex detenuti non hanno notizie di questo progetto. La situazione sta diventando intollerabile, queste persone affrontano giornalmente mille problemi per la mancanza di un salario che permetta loro di tirare avanti. E' arrivato il momento che gli organi preposti prendano provvedimenti invece di raccontare frottole alla povera gente.
Mercoledi 25 luglio dal centro di detenzione "Serraino Vulpitta" sono fuggite 24 persone. Due persone, buttandosi dal 2 piano si sono fratturate le gambe e sono ricoverati all’ospedale di Trapani.
Di età compresa tra i 23 e i 28 anni, utilizzando delle lenzuola annodate tra di loro, si sono calati dal primo piano della struttura, posto ad un’altezza di 11 metri, e hanno raggiunto il giardino e quindi la libertà. Gli altri migranti sono riusciti a far perdere le tracce.
La scorsa settimana, una decina di immigrati erano riusciti a fuggire dal centro di Licata.
fonte INFOAUT